· Città del Vaticano ·

La Napoli di De Simone in una conversazione con Alessandro Pagliara e Anita Pesce

Energia vitale e sofferta memoria

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22 ottobre 2020

Musicista, compositore, scrittore, regista, antropologo, massimo conoscitore della cultura musicale napoletana, Roberto De Simone è figura talmente versatile che risulta difficile parlare di lui accogliendone tutta l’esuberante complessità. Per questo motivo appare felice la scelta di dare la parola al maestro che si racconta nel volume: Tra le pieghe della storia. Conversazioni con Alessandro Pagliara e Anita Pesce  (Roma, Scienze e Lettere, 2020, pagine 196, euro 38).

Gli interlocutori, espressione di due prospettive che, nel momento in cui si affiancano, dalla diversità traggono una preziosa visione integrata — Pagliara è docente di Storia romana all’Università di Parma, Pesce, storica del disco, ha insegnato presso i Conservatori di Napoli e Benevento — con la loro presenza suggeriscono un affascinante percorso lasciando a De Simone la piena libertà di intrecciare racconti, riflessioni, ricordi, ma insieme scandiscono il tempo rigoroso di una partitura, proteggendolo da quell’assedio della memoria che facilmente sorprende chi ha avuto vita pienissima. Il risultato è un libro denso e affascinante, dove De Simone esprime con compiutezza le sue doti di studioso e di artista e dove la voce trascorre con la stessa sfolgorante vivacità tra passato e presente, tra medaglioni e pitture d’insieme, tra scene di vita quotidiana e pagine di storia. 

Il mondo di De Simone si condensa in una scrittura fortemente inclusiva e relazionale, anticipata fin dall’indice dove le parole che appartengono alla letteratura sono accostate ad altre marcatamente musicali (ouverture, intermezzo). Lo stesso rapporto De Simone riesce a stabilire con i due interlocutori. A ragione vengono definite «conversazioni» le ariose domande di Pagliara che aprono il volume, mentre è detto «dialogo in sette sequenze» il passo più stringente delle domande di Pesce. Il risultato è un affresco capace di raccontare non solo un’esperienza di vita e diverse stagioni della nostra storia, ma una città molto diversa da quella radicata nella tradizione e che Anna Maria Ortese aveva sintetizzato nell’immagine di una orchestra dove gli strumenti non seguono la bacchetta del direttore, ma si esprimono ciascuno a suo modo suscitando effetti di meravigliosa confusione. Nessuna confusione, per quanto meravigliosa, in queste pagine, solo tanta energia vitale, tanta creatività e tanta affettuosa anche se spesso sofferta memoria.

La conversazione prende l’avvio, secondo il suggerimento di Pagliara, da un libro di De Simone, Satyricon a Napoli ’44 ,  e il racconto replica, del modello petroniano, la struttura complessa con la presenza di molti personaggi e il dipanarsi di tante vicende legate per incastro o per successione a catena.  Il maestro non procede su un rettilineo, ma inventa un percorso che prevede soste, indugi, ritorni indietro, svolte inattese, secondo la bella immagine che utilizza in apertura: «A volte accade che, camminando sulle foglie secche della tradizione (…) si possa scivolare in uno di quei buchi della memoria, oscuri e solari, luce sfrangiata del passato o presagio del futuro». Improvvisi inciampi che, rallentando appena l’andatura, non interrompono il ritmo, ma permettono a mente e cuore di guardare più a fondo. I bombardamenti del 4 agosto del 1943,  la rivolta spontanea della città contro le truppe tedesche detta le “Quattro giornate di Napoli”, i ritratti di Eduardo De Filippo e della carmelitana Madre Cristina che pagò con la vita l’aver protetto un gruppo di ragazzi dalla furia nazista, l’elogio di Ernesto De Martino, il primo a «coniugare l’antropologia con la storia» e inventore della ricerca etnografica sul campo e non a tavolino, la Napoli di Benedetto Croce e quella di orchestrali, attori, cantanti, burattinai, fantasisti di varietà. E ancora il presepe, uno dei simboli della città, la grande tradizione della scuola pianistica al Conservatorio di Napoli, l’esperienza della Nuova Compagnia di Canto Popolare, il rapporto oralità/scrittura, musica/vita, lingua della tradizione/lingua popolare. Con uno sguardo limpido e coraggioso, uno sguardo che resta quello della giovinezza, De Simone, in compagnia di Anita Pesce,  si inoltra nella propria opera e raccontando La gatta Cenerentola , la fiaba musicale che alla metà degli anni Settanta ne consacrò la fama, spalanca la sua bottega creativa e confida al lettore qualche consapevolezza faticosamente conquistata, come avere «il coraggio di tagliare (…) pur con il rammarico di rinunciare a qualcosa» e non farsi irretire da una «spontaneità creativa» che è spesso espressione di una «fantasia senza progetti». Questo libro è certamente una preziosa testimonianza, ma non solo.

De Simone racconta quello che sa, quello che ha visto, quello in cui crede e lo fa celebrando una civiltà della parola che oggi in Italia sembra lontanissima. In una «Bustina di Minerva», la celebre rubrica che compariva nell’ultima pagina de «L’Espresso», Umberto Eco, lamentando la sguaiatezza e la povertà di tanti confronti verbali, rimpiangeva quella «civil conversazione» diventata estranea agli italiani e che un gentile piemontese, Stefano Guazzo, aveva codificato nel Cinquecento. Tra le pieghe della storia è anche questo: un appassionato, colto e pacato conversare alla maniera degli antichi umanisti.

di Francesca Romana  de’ Angelis