· Città del Vaticano ·

E le suore danno la loro casa ai migranti

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La struttura, attraverso l’Elemosineria apostolica, sarà gestita dalla Comunità di Sant’Egidio

15 ottobre 2020

«La Chiesa è una casa con le porte aperte, perché è madre». L’appello ad accogliere, sintetizzato in questa espressione dell’enciclica Fratelli tutti  e nei numerosi richiami di Papa Francesco sin dall’inizio del suo pontificato, non può restare senza risposta. Ed è importante che siano i figli e le figlie di quella «madre» che è la Chiesa a rispondere per primi.

Il gesto di pochi giorni fa, compiuto dalle suore Serve della Divina Provvidenza di Catania, va in questa direzione: un intero immobile, in via della Pisana a Roma, donato per l’ospitalità a migranti e rifugiati.

“Villa Serena” — così si chiama la palazzina — è stata offerta lunedì scorso al Papa, attraverso l’Elemosineria apostolica, alla presenza del cardinale Konrad Krajewski, e affidata, per la sua gestione, alla Comunità di Sant’Egidio.

Diventerà una casa d’accoglienza per rifugiati, in particolare per donne sole o con minori, famiglie in stato di vulnerabilità, che giungono in Italia con i corridoi umanitari. Arrivando a ospitare fino a sessanta persone, avrà lo scopo di dare un tetto ai rifugiati nei primi mesi dopo il loro arrivo, per poi accompagnarli in percorsi di autonomia lavorativa e alloggiativa. Un’esperienza vera e concreta di integrazione, oltre che di accoglienza.

Sant’Egidio ha dato il via dal dicembre 2015 all’iniziativa dei corridoi umanitari, grazie ai quali — anche in alleanza con le Chiese protestanti italiane e con la Conferenza episcopale italiana — è riuscita a portare rifugiati dal Libano, dall’Etiopia e recentemente anche dalla Grecia, in particolare dall’isola di Lesbo.

Finora sono state accolte in Italia e accompagnate nel processo di integrazione oltre 2.600 persone, tra cui un grande numero di minori. Altre sono state portate in Francia, Belgio e Andorra per un totale di circa 3.200 richiedenti asilo.

La necessità di ospitare da parte di tutti, ma in particolare da parte della Chiesa, venne sottolineata dal Papa nel settembre 2015 quando, di fronte al dramma della guerra in Siria, l’Europa si è trovata di fronte a una grande pressione di profughi che bussavano alle sue porte.

In quell’occasione Francesco chiese in modo esplicito che ogni parrocchia accogliesse una famiglia di rifugiati, ma anche che i monasteri e i conventi aprissero le loro porte all’ospitalità. E il Papa stesso scelse di portare nel suo aereo, di ritorno dal viaggio a Lesbo, tre famiglie siriane, affidandole a Sant’Egidio con uno “speciale” corridoio umanitario che si è realizzato nei mesi successivi per un totale di 67 persone.

Nel messaggio per l’ultima Giornata mondiale del rifugiato, celebrata il 27 settembre scorso, Francesco ha voluto ricordare l’importanza di «accogliere, proteggere, promuovere e integrare» le migliaia di profughi e sfollati, causati dalle guerre e dai disastri ambientali, che la pur giusta preoccupazione per la pandemia da coronavirus non deve farci dimenticare. E ha commentato con queste parole il Vangelo della fuga in Egitto: «Il piccolo Gesù sperimenta, assieme ai suoi genitori, la tragica condizione di sfollato e profugo. Purtroppo, ai nostri giorni, milioni di famiglie possono riconoscersi in questa triste realtà». Persone che «fuggono dalla fame, dalla guerra, da altri pericoli gravi, alla ricerca di sicurezza e di una vita dignitosa per sé e per le proprie famiglie».

Nell’enciclica Fratelli tutti  il Papa dedica un intero capitolo  — dal titolo «Un cuore aperto al mondo» — all’accoglienza nei confronti di chi è straniero, sottolineando come  «l’arrivo di persone diverse, che provengono da un contesto vitale e culturale differente, si trasforma in un dono» per chi li accoglie: «Esiste la gratuità. È la capacità di fare alcune cose per il solo fatto che di per sé sono buone, senza sperare di ricavarne alcun risultato, senza aspettarsi di immediatamente qualcosa in cambio». Perché «gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date» (Matteo  10, 8).

di Marco Impagliazzo
Presidente della Comunità di Sant’Egidio