· Città del Vaticano ·

Don Arjan che sposò i genitori

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Facce belle della Chiesa

02 ottobre 2020

La storia di fede di un ex migrante ora vescovo ausiliare di Tirana


C’è lo spirito di servizio al Vangelo e alla carità, c’è un’umiltà tanto profonda quanto poco ostentata, c’è la consapevolezza di essere il destinatario di una Grazia gratuita e privilegiata, ma il tono della voce tradisce la sorpresa e la contentezza del compimento di una storia straordinaria.

La storia di “don”, ora “monsignor” Dodaj, 43 anni, consacrato vescovo ausiliare a Tirana pochi giorni fa, è in effetti al tempo stesso bellissima e dal sapore incredibile. Arjan Dodaj, nato in un paese della costa adriatica dell’Albania, all’indomani della caduta della dittatura comunista, nel 1993, a soli 16 anni fugge dal suo paese a bordo di uno dei tanti barconi di migranti che in quella stagione affollano le coste pugliesi. Miracolosamente il suo barcone riesce ad arrivare in Italia. Però, una volta arrivato qui non conosce nessuno, e vive in uno stato di precarietà assoluta, perché all’epoca l’Albania non è ancora integrata nel sistema di libera circolazione in Europa. Si sposta in Piemonte dove ritrova dei vicini di casa, emigrati anche loro. E comincia a trovare qualche lavoro. Si industria come giardiniere e come saldatore. La voglia di fare è tanta. Ma anche la fatica. Dieci, dodici ore di fila di lavoro. Ma più della fatica gli pesa una solitudine esistenziale, che gli sarà alla fine proficua, perché lo porterà ad intercettare una comunità cristiana: la Casa di Maria, fondata da monsignor Giacomo Martinelli. Lì Arjan troverà amicizia, calore, fraternità e soprattutto la fede.

Quella fede che in un coinvolgimento di vita totale lo porterà, dieci anni più tardi, ad essere ordinato sacerdote da san Giovanni Paolo II. «Questa nomina mi ha sorpreso ma non sconvolto. Fin dal primo incontro con la comunità a cui appartengo, vivo un dono straordinario che mi ha accompagnato in tutti questi anni, anche in tutte le difficoltà che ho incontrato, e cioè una profonda e persistente pace interiore. Una pace che è data dalla percezione autentica della presenza di Dio accanto a me. Chi vive in Dio vive nella pace. Qualunque cosa gli accada sa accoglierla nella pace. Penso ai terribili giorni dì marzo durante la pandemia, quando era facile cadere nella disperazione, e rivedo l’immagine di Papa Francesco la sera del 27 marzo. Sotto la pioggia battente solo lui, la Croce, Maria e l’Eucaristia: l’essenziale della nostra pace. Quell’immagine ci ha permesso di capire che possiamo vivere, fuori delle nostre ostentate sicurezze, purificati dal ritorno all’essenziale, all’unicum della nostra esistenza: il rapporto con Cristo. Il male mette paura, ma diventa drammatico solo quando si è estranei alla fede».

Quella paura che don Arjan conosce bene, «perché è la paura — ribadisce — in cui vivevo insieme al mio popolo durante la dittatura. Una dittatura che non si limitava ad ostacolare il sentimento religioso ma lo considerava alla stregua di un reato. Quando è finita, i valori che propugnava si sono rivelati in tutta la loro inconsistenza». Ma il rischio successivo è stato anche peggiore: il vuoto, una nuova dittatura, la dittatura del nulla. «Perché, lo scriveva bene Benedetto XVI — aggiunge il vescovo ausiliare di Tirana — una vita che non ha bisogno di Dio perde significato; è solo l’incontro con Cristo che ci salva dando un senso alla nostra esistenza».

Un incontro avvenuto nel 1996, a Medjugorje, dove attraverso la Vergine, spiega don Arjan, «ho conosciuto l’umanità di Gesù, che mi ha subito catturato. E lì ho anche capito che quello che riceviamo per Grazia deve diventare per forza esperienza, altrimenti è un dono sprecato». Forse, essendo cresciuto nell’ateismo forzato dell’Albania comunista, il Signore ha voluto scrivere per il presule su una pagina totalmente bianca?. «Non del tutto», prosegue don Arjan. «Un piccolo ma indelebile segno lo aveva già apposto mia nonna. Ho vissuto qualche tempo con lei da ragazzino, e mi parlava di Gesù e mi insegnava le preghiere; lei che, a differenza dei miei genitori, aveva vissuto anche prima della dittatura, quando era ancora lecito professare la fede cristiana. Ma ero molto giovane e alcune cose le ho capite solo più tardi. Per esempio non capivo proprio perché mia nonna passasse ogni sera mezz’ora affacciata alla finestra a fissare la stalla di fronte alla nostra casa, tenendo in mano una catena fatta di semi di ulivo. Solo anni più tardi compresi che quei semi erano in realtà una coroncina senza evidenti segni religiosi, che la stalla era stata prima dell’avvento del comunismo la chiesa del paese, e che mia nonna recitava di nascosto ogni sera il rosario. Più tardi mi insegnò il rosario, e mi insegnò a cantarlo insieme a lei, una strofa ciascuno. Quando poi arrivai in Italia ritrovai e compresi tanti degli insegnamenti che avevo ricevuto da mia nonna». I genitori di Arjan invece, per una diversa collocazione anagrafica, non erano stati toccati dalla fede. «Soprattutto mio padre — racconta — non riusciva ad accettare la svolta che avevo impresso alla mia vita. Ma l’emozione che provò alla mia ordinazione fu uno choc, che lo toccò nel profondo. Fino a donarmi una delle esperienze più belle del mio percorso: il giorno dopo aver ricevuto l’imposizione delle mani e aver presieduto la prima eucaristia, nel pomeriggio unii in matrimonio cristiano i miei genitori, un momento straordinario, per me e per loro».

Poi, solo tre anni, fa il ritorno in Albania. «Sì — spiega — e l’ho trovata molto cambiata. Le condizioni socio-economiche sono molto migliorate, il comunismo ci aveva lasciati tutti uguali ma tutti poveri. Molti emigrati della prima ora sono tornati e ci siamo riaperti al mondo. Insieme all’economia anche la dimensione socio-culturale è molto migliorata, anche se persistono specie nelle zone rurali fenomeni gravi da contrastare con fermezza, come quella che qui è chiamata la “faida del sangue”. E anche la situazione delle Chiese cristiane si è molto sviluppata: oggi i cristiani possono vantare una presenza numerica quasi pari a quella dei musulmani, cioè oltre il 30 per cento della popolazione, con una piccola prevalenza dei fratelli ortodossi rispetto a noi latini. Per molti albanesi, come nel mio caso, la scoperta della fede è avvenuta nel tempo della migrazione. Divenire credenti è stato anche un modo per riaprirsi al mondo da cui il regime ci teneva lontani ed isolati. Tanti si sono battezzati fuori dell’Albania e, una volta tornati in patria, la fede conosciuta all’estero contamina ora chi è rimasto. Anche le vocazioni sacerdotali sono cresciute, oggi abbiamo circa duecento preti — erano solo una ventina nel 1993 quando lasciai il paese — che curano una popolazione di oltre mezzo milione di cattolici. Indubbiamente c’è ancora molto da fare, tanto sul fronte dell’evangelizzazione che della carità. La Comunità di Sant’Egidio ci dà una grande mano su entrambi i fronti. Così come beneficiamo di tanti generosi aiuti da parte delle Conferenze episcopali europee. Io posso solo sperare, ed impegnarmi a fondo per essere all’altezza della fiducia che il Santo Padre ha nutrito nella mia capacità di essere al servizio dei miei fratelli».

di Roberto Cetera