· Città del Vaticano ·

Su «Civiltà Cattolica» una riflessione su memoria e oblio

Dimenticare per ricordare

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16 ottobre 2020

Memoria e oblio. Un binomio indispensabile  è il titolo del saggio del gesuita Giovanni Cucci che appare sul numero 4088 de «La Civiltà Cattolica» (Anno 171, 17 ottobre / 7 novembre, pagine 120-131) in uscita sabato 17 ottobre. Del testo anticipiamo stralci della parte iniziale e di quella conclusiva.

Poter ricordare ciò che si conosce e vive è un aspetto fondamentale della vita. Sappiamo quanto siano invalidanti le malattie della mente e l’indebolimento della memoria che in genere caratterizza l’ultima parte della vita. La difficoltà a ricordare rimane uno dei problemi con i quali maggiormente ci si scontra nella quotidianità: anni faticosamente impiegati per raggiungere un titolo di studio, per la professione, le letture di svago, numeri di telefono, persone e avvenimenti sembrano dissolversi e con facilità essere dimenticati. E la crescente abbondanza di possibilità non sembra aiutare la memorizzazione. Joshua Foer, nel suo L’arte di ricordare tutto , nota come il passaggio dalla lettura «intensiva» (leggere e rileggere più volte lo stesso testo) a quella «estensiva» (leggere una volta sola più libri) abbia avuto notevoli ripercussioni sulla memoria. E compie un bilancio sconfortante, nel quale ci si può riconoscere con facilità: «Quando finisco un libro, che cosa m’aspetto di ricordare di lì a un anno? Se è un saggio, perlomeno la tesi che propone, ammesso che ne abbia una [...]. Se è un testo di narrativa, la trama a grandi linee, qualche informazione sui personaggi principali e un giudizio complessivo. Ma è probabile che anche queste quattro informazioni striminzite svaniscano in fretta. Ogni volta che alzo lo sguardo sui libri che hanno risucchiato una marea delle mie ore di veglia mi prende lo sconforto. Di Cent’anni di solitudine  ricordo soltanto il suo realismo magico e quanto mi fosse piaciuto, tutto qui. Non saprei neanche dire quando l’ho letto. Di Cime tempestose  mi sono rimaste due cose: di averlo letto al liceo durante le lezioni di inglese e che uno dei personaggi si chiamava Heathcliff. Ma non ricordo nemmeno se mi sia piaciuto [...]. Leggiamo, leggiamo, leggiamo e dimentichiamo, dimentichiamo, dimentichiamo. Allora perché darsi tanta pena?» (J. Foer, L’arte di ricordare tutto , Milano, Tea, 2013, 166 s.).

Ma ricordare tutto, al di là della sua realizzabilità, è davvero un ideale auspicabile? (...)
Se è... giusto esaltare le capacità straordinarie della memoria umana e deplorare la sua decadenza, di solito si fa meno caso all’importanza che l’oblio riveste in ordine alla sanità intellettuale. In realtà i due processi, lungi dall’essere contrapposti, costituiscono un aiuto vicendevole: in altre parole, dimenticare non è di per sé un difetto della memoria, ma una necessità salutare. Quando si smarrisce questo sottile e forse indefinibile equilibrio, divengono entrambi nocivi per la salute.

Il ricordo non è una mera registrazione. Per diventare «nostro», richiede una presa di distanza dall’accaduto e una sua ripresa nel presente. Senza tale stacco si smarrisce la dimensione temporale: «Un ricordo troppo perfetto — anche se con l’intento di aiutarci a decidere — può indurci a rimanere impigliati nelle nostre reminiscenze, incapaci di lasciarci il passato alle spalle» (V. Mayer-Schönberger, Delete. Il diritto all’oblio nell’era digitale , Milano, Egea, 2016, 10).
La rielaborazione e la narrazione sono caratteristiche indispensabili per la memoria umana, e non potranno mai ridursi alla mera registrazione dell’accaduto. (...)

La memoria umana è... selettiva e affettiva, plasma il ricordo e lo colora, ne evidenzia alcuni particolari, lasciandone altri in sottofondo. Dimenticare è quindi la condizione per ricordare, come il polo positivo e negativo dell’energia elettrica; sono entrambi indispensabili per la conoscenza. Memoria e attenzione sono strettamente legate tra loro: per mettere qualcosa in primo piano si deve lasciare altro sullo sfondo; vedere qualcosa comporta non vedere qualcos’altro. Come aveva notato Borges, una pura memoria senza oblio diventa un ostacolo e non un aiuto per la vita: «Ricordare e dimenticare sono strettamente legati anche perché entrambi, insieme, organizzano i ritmi mutevoli della nostra coscienza […]. In effetti la memoria dipende fortemente dal filtro dell’oblio che, accogliendo solo poche cose dalla massa di sensazioni che giungono al cervello attraverso i canali sensoriali, fornisce i presupposti per prospettive, rilevanza, identità e, con ciò, crea anche la base stessa del ricordo» (A. Assmann, Sette modi di dimenticare , Bologna, il Mulino, 2019, 15; 62).

(...) Come la memoria, anche la dimenticanza si rivela essere un’attività complessa e dai significati molteplici... Aleida Assmann ne riconosce almeno sette, di valore differente, suddivisi in tre modalità fondamentali: 1) cognitivo (il dimenticare automatico, conservativo e selettivo); 2) di fuga dalla realtà (il dimenticare repressivo e difensivo); 3) positivo (il dimenticare costruttivo e terapeutico). Quest’ultimo, in particolare, per essere esercitato, oltre a richiedere l’esercizio della memoria, la purifica e la potenzia, perché la restituisce alla complessità delle cose, protegge dai giudizi sommari e mostra nuove possibilità. Ma può fare ciò grazie alla memoria: «Detto con un’immagine, il dimenticare terapeutico significa: prima di poter voltare pagina, bisogna leggerla. Nell’ambito della confessione cristiana, per esempio, si ricorda per dimenticare, ma, prima di poter essere cancellata dall’assoluzione sacerdotale, la colpa va riconosciuta e confessata» (A. Assmann, Sette modi di dimenticare , cit., 98; cfr 103).
Dante pone il Lete, il fiume della dimenticanza, al vertice del Purgatorio, nel Paradiso terrestre: qui le anime, dopo aver conosciuto ed espiato le loro colpe, possono finalmente dimenticarle per accedere alla beatitudine eterna del Paradiso (cfr. Inferno , xiv , 136-137; Purgatorio , xxviii , 121 ss). Per loro resterà solo la memoria del bene. All’Inferno, al contrario, i dannati, che non hanno compiuto questa purificazione della memoria, sono costretti a ricordare il male commesso. E a rinfacciarselo per l’eternità.

di Giovanni Cucci