· Città del Vaticano ·

Dal vivo ai social media mai meno la fede

Il sagrato della basilica di Nostra Signora di Guadalupe

Viaggio nei santuari mariani - Nostra Signora di Guadalupe a Città del Messico

20 ottobre 2020

Città del Messico, collina del Tepeyac. Davanti agli occhi estasiati di visitatori attoniti, si staglia, con tutta la sua imponenza, la basilica di Nostra Signora di Guadalupe. L’enorme struttura, composta anche da altre due chiese e una parrocchia, rende plasticamente concreti due dati incontestabili, almeno fino all’arrivo della pandemia: essere uno dei luoghi santi più visitati del pianeta con ben venti milioni di pellegrini ogni anno e il principale luogo di culto mariano del Messico e di tutta l’America Latina. È da qui che inizia la seconda tappa del nostro viaggio alla scoperta della nuova vita dei santuari più importanti del mondo colpiti e scossi dal virus.

La tranquilla e vitale quotidianità della basilica di Nostra Signora di Guadalupe si è praticamente interrotta qualche mese fa, in concomitanza con l’aumento dei contagi in tutto il Paese. Durante quei giorni dolorosi, il santuario ha sospeso le celebrazioni pubbliche ma non ha mai serrato le sue porte. «La gente — racconta monsignor Salvador Martínez Ávila, rettore del santuario — poteva venire a pregare la Madonna, poteva venire per ricevere l’eucaristia: per tre mesi siamo andati avanti così».

Il brusco e repentino calo dei pellegrini e dei fedeli e la loro assenza alle celebrazioni eucaristiche ha inaspettatamente spianato la strada all’uso frequente dei media del santuario, social in testa. Le messe trasmesse su YouTube e Facebook hanno riscosso un gradimento senza precedenti ma anche la tv locale è stata un mezzo utile per rimanere in contatto con i fedeli, per raccogliere le loro preghiere, per accompagnare e lenire le ansie e le preoccupazioni. In poco tempo si è consumata una vera e propria rivoluzione tecnologica che difficilmente potrà essere archiviata, ora che lentamente ci si sta avvicinando a un’apparente normalità. «Quasi tutte le attività, oggi, sono regolari — spiega il rettore — tranne le confessioni, bloccate per ordine delle autorità civili. Ovviamente ogni cosa si svolge in rispetto delle norme di sicurezza sanitaria». Ma tutto non sarà più come prima e forse mai potrà tornare a esserlo.

Come sempre, sono le cifre ad anticipare le tendenze, a preannunciare il futuro che verrà: se prima della crisi sanitaria ogni fine settima i pellegrini che si recavano nella basilica di Nostra Signora di Guadalupe erano centomila, ora non riescono a superare neppure i trentamila. Ciò ha imposto al santuario uno rapido cambio radicale nella pastorale dell’accoglienza che sta contemplando l’uso massiccio dei sistemi digitali e virtuali.

Le parole di Martínez Ávila lo confermano e mettono in evidenza che il processo sarà irreversibile: «Molte persone che prima non venivano al santuario ora si sono accorte che c’è la possibilità di fare il pellegrinaggio in modo elettronico e di partecipare alle celebrazioni tramite i social media. Io penso che in futuro, oltre alla possibilità di venire fisicamente qui, noi amplieremo la portata dei mezzi di comunicazione che abbiamo sperimentato in questo periodo per arrivare davvero a raggiungere tutti i fedeli». I numeri già fanno registrare un enorme successo: la sola piattaforma YouTube usata dalla basilica è passata dai 16 ai 20 milioni di iscritti, in soli quattro mesi. I grandi pellegrinaggi organizzati, però, rischiano di trasformarsi in un bel ricordo del passato: «Quelli che, in una volta sola, portavano anche cinquantamila persone non sono ancora ripresi e non conosciamo la data della loro ripartenza. Forse il prossimo anno. Per il momento sono permessi quelli piccoli, composti da pochi fedeli», ammette sconsolato il rettore. Potrebbe sembrare poco elegante e rispettoso metterlo in evidenza, ma la basilica di Nostra Signora di Guadalupe vive di una piccola economia generata dai pellegrinaggi che la pandemia ha letteralmente messo ko. Non succedeva da secoli. Per capirlo, basta pensare che almeno una ventina di dipendenti della struttura sono stati licenziati, su un totale di quattrocento. E l’emorragia potrebbe non fermarsi.

«Secondo me — spiega il rettore — per riprenderci potrebbero servire anche due anni. È dallo scorso maggio che economicamente non riceviamo nulla. Anche se il santuario è stato sempre aperto, i fedeli non sono venuti. Siamo in grande difficoltà». Come, del resto, tutta Città del Messico che ha visto crollare ampi settori economici e finanziari legati al turismo religioso. «Ma bisogna dire — osserva — che per evitare il propagarsi della disperazione tra la popolazione c’è stato un buon confronto tra le autorità e la società civile per trovare delle soluzioni adeguate alla crisi». Una cosa che non è mai venuta meno, nella basilica di Nostra Signora di Guadalupe, è la preghiera. Paradossalmente, con l’aumento della propagazione del virus, il santuario ha moltiplicato i rosari, le celebrazioni eucaristiche, la liturgia delle ore. Ovviamente, tutto da remoto, con un’ampia partecipazione: «Per esempio, anche molti preti, dalle loro parrocchie lontane, si sono aggiunti ai nostri momenti di orazione. Abbiamo pregato tutti insieme per combattere questa pandemia. E sicuramente continueremo a farlo», racconta monsignor Martínez Ávila.

Anche in questa seconda tappa del nostro viaggio nei luoghi santi del mondo, che stanno modificando profondamente il loro modo di essere a causa della drammatica situazione sanitaria, non si può non notare una costante: la volontà di non arrendersi di fronte alle difficoltà alla quale va aggiunta una capacità di reazione al cambiamento che nessuno si sarebbe mai aspettato. Ora non resta che lasciarci alle spalle la suggestiva basilica di Nostra Signora di Guadalupe e riprendere il cammino. Altri santuari ci aspettano.

di Federico Piana