· Città del Vaticano ·

Nuovo pronto soccorso in un ospedale cattolico pakistano

Cura del malato e solidarietà

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07 ottobre 2020

«Sono molto felice per la realizzazione di questo nuovo reparto, con centocinquanta posti letto, che offrirà cure di emergenza a tutti coloro che ne avranno bisogno. La nuova struttura è stata possibile grazie alla collaborazione di tutti, enti pubblici, donatori, missionari, medici. Ringraziamo le istituzioni per il loro aiuto: quest’opera sarà a beneficio della popolazione di tutte le culture e religioni, senza alcuna discriminazione». Con queste sentite parole, padre Robert McCulloch, missionario di San Colombano per oltre trent’anni presidente del Consiglio di amministrazione del St. Elizabeth’s Hospital di Hyderabad e oggi procuratore generale della Società di San Colombano per le missioni estere, ha commentato l’apertura del nuovo reparto di pronto soccorso, dotato di tecnologie d’avanguardia, all’interno della struttura gestita dalla commissione medica della diocesi locale e fondata nel 1958.

Alla cerimonia di inaugurazione tenutasi di recente era presente il vescovo di Hyderabad in Pakistan, Samson Shukardin, che ha ricordato come, grazie a tale realizzazione, «la Chiesa cattolica pakistana continua a testimoniare di essere parte integrante della società, aiutando a curarne le ferite e contribuendo a migliorare le relazioni di pace, dialogo e armonia,  per il bene comune del paese». Il reparto, è stato osservato da padre McCulloch, potrà essere utile anche nella lotta al coronavirus. «Il nostro ospedale — ha aggiunto il religioso —  intende curare bene, con passione, compassione e competenza, offrendo cure appropriate anche ai più poveri. E, attraverso quest’opera, vuole rendere gloria a Dio, annunciare e testimoniare in Pakistan il vangelo dell’amore e della misericordia».

Il St. Elizabeth Hospital è un istituto di eccellenza, con cento posti letto, e costituisce un punto di riferimento per i cittadini di Hyderabad e le zone più povere della provincia del Sindh. Oltre quarantamila persone, di ogni cultura, etnia e religione, abitanti nei villaggi della provincia usufruiscono regolarmente dei servizi sanitari, offerti spesso gratuitamente. Nella struttura, inoltre, si tengono corsi di aggiornamento professionale per medici e di formazione per infermieri e ostetriche, cristiani, musulmani o indù che siano. Tra gli altri servizi proposti, l’ospedale è noto perché, secondo i principi cristiani della compassione, offre cure palliative domestiche ai malati di cancro, con terapia di controllo del dolore, fatto che rappresenta una prima esperienza assoluta a livello nazionale e conferma la struttura preziosa  anche per tutto il Paese.

«Medici e infermieri cattolici vanno nelle famiglie dei malati e stabiliscono relazioni di cordialità e benevolenza», ha raccontato McCulloch. «Questa esperienza pilota sta dando ottimi frutti: grazie alle cure e all’opera dell’ospedale, la Chiesa pakistana viene vista non come un corpo estraneo nella società, ma come una comunità che ne è parte integrante, aiutando a curarne le ferite. Un’opera che contribuisce a migliorare le relazioni di pace, dialogo e armonia con il prossimo».

Oltre a ciò, nel reparto di maternità prestano la loro opera tre religiose della Sacra Famiglia che tengono anche delle lezioni di ostetricia per giovani infermiere provenienti da tutto il Pakistan nella scuola accanto all’ospedale. Al momento della selezione, viene data particolare preferenza a donne che provengono da aree meno sviluppate e da comunità emarginate al fine di promuoverne la posizione socio-economica  e fornire personale professionale qualificato in grado di garantire  valide cure a donne, neonati e bambini — che insieme costituiscono il 70 per cento dei pazienti qui curati — dando un significativo apporto al miglioramento del sistema sanitario nazionale.

Un importante contributo in tal senso è dato anche dal Bethania Hospital di Sialkot, nel Punjab, gestito dall’arcidiocesi di Lahore, dove i medici combattono quotidianamente, dal 1964, non solo le malattie ma anche l’emarginazione sociale che subiscono i malati di tubercolosi, cui la struttura rivolge cure specialistiche e gratuite. Nel 1991 il governo del Pakistan ha riconosciuto alla struttura l’enorme contributo reso alla nazione, considerandola come istituzione caritatevole e concedendole sgravi fiscali fino al 50 per cento.

di Rosario Capomasi