· Città del Vaticano ·

Aule senza pareti

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Il direttore di Scholas Occurrentes rilancia il “patto educativo globale”

22 ottobre 2020

Abbattere le barriere morali, linguistiche, razziali, economiche e religiose che dividono i giovani per aprirli all’accoglienza. Formando così una “scuola senza pareti” in cui ricchi, poveri, migranti, credenti, atei  siano protagonisti del cambiamento per rinnovare il patto educativo. È la proposta che Scholas Occurrentes sta portando avanti fin dalle sue origini a Buenos Aires. Nemmeno la pandemia da covid-19 riesce a fermare questo processo in corso, perché l’emergenza sanitaria, al di là dei suoi risvolti sulla salute e sull’economia, è un’opportunità per cambiare e per far sì che i giovani prendano in mano il proprio destino. Dei progetti della rete mondiale parla a «L’Osservatore Romano» il direttore  José María del Corral.

Cosa è per Scholas Occurrentes il “patto educativo globale”?

Per noi è l’origine. Scholas nasce per questo. E proprio questa è stata la prima richiesta presentataci dall’allora arcivescovo di Buenos Aires, Jorge Mario Bergoglio. Il patto educativo è rotto, diceva. E lo dimostrava con esempi concreti. Anzitutto, si è rotta la famiglia: i nostri giovani vivono tra un padre e una madre a volte separati. Bergoglio sottolineava anche che si è rotto il vincolo tra famiglia e scuola. E questo reca danno agli alunni. Scholas,  nel portare avanti questo movimento educativo, vuole coinvolgere tutti:  ragazzi della scuola pubblica e di quella privata, appartenenti a  ogni religione e razza. Essa nasce per ascoltare la loro voce. E con le necessità che emergono da questo ascolto il mondo adulto deve confrontarsi. In sostanza, Scholas vuole generare e genera la cultura dell’incontro.

Qual è la differenza tra l’iniziale patto educativo di Scholas e l’attuale “patto educativo globale”?

L’allora arcivescovo Bergoglio  ora è il Papa, autorità mondiale riconosciuta dai giovani di ogni Paese. Scholas coinvolge molti giovani musulmani, ebrei, di altre religioni, anche agnostici; e tutti lo riconoscono come un leader, perché ai loro occhi rappresenta il mondo adulto e soprattutto perché è una persona che mette in pratica quello che dice.  Questo riconoscimento di  autenticità è importante, perché dà credito alle sue parole. Bergoglio continua a dire che il patto educativo è rotto. E lo è non solo in Argentina ma nel mondo intero. Egli rilancia adesso per tutti quello che noi facciamo già da 25 anni. In pratica, il Papa chiede che i giovani ricevano un’educazione capace di aiutarli a cercare il senso. Altrimenti il patto educativo non resterà che un gesto, una forma. Al contrario, esso deve portare a un cambiamento di vita.

L’attuale pandemia da covid-19 sta ponendo sfide anche a voi.

La pandemia non è solo un dramma, è un’opportunità. Quando si sono chiuse le scuole per contenere il contagio, nessuno ha parlato dei suicidi tra i giovani e dell’aumento dei problemi di salute mentale. Sono rimasti dati sconosciuti. Il covid-19 non va visto come un problema solo per i polmoni, ma per il cuore e la testa dei ragazzi. Molti di loro sono fragili psicologicamente. Già da marzo, da quando l’epidemia avanzava, siamo stati contattati da tantissimi ragazzi e abbiamo tenuto incontri online ogni settimana. Questo ha giovato alla loro serenità e alla loro salute psicologica durante l’emergenza. Abbiamo fatto più di 40 incontri con gli atenei pubblici presenti in rete. Perché il Papa il 5 giugno scorso ci ha chiesto di dar vita all’“università del senso”?  Si tratta di un’offerta trasversale per il mondo accademico e universitario. Occorre che l’educazione abbia senso. Questa è una grande sfida, perché l’opera educativa, come dice Francesco, oggi si è svuotata del senso. Il Papa ci chiede un ritorno alle origini degli istituti formativi, quando i giovani andavano in cerca dei grandi maestri per imparare a vivere. Scholas è proprio questo: imparare a vivere.

Come vi attivate per mettere in pratica le indicazioni dell’enciclica «Fratelli tutti»?

Innanzitutto, eliminando le pareti dalle scuole. Se separiamo i giovani e li mettiamo chiusi in un metro quadrato, come possono diventare “fratelli tutti”? Come possono esserlo se il differente è considerato un nemico?  La cultura a  volte mira a uccidere la differenza. Se siamo chiusi in quattro pareti e divisi dal colore della pelle, dal livello economico o dalla fede, come si realizza la fraternità? Scholas fin dall’inizio ha proposto aule senza pareti, quelle che ora sono diventate una necessità a causa del covid-19. Vorrei ricordare che nel primo incontro promosso da Scholas Occurrentes in Vaticano, nel 2013, vennero invitate grandi imprese tecnologiche, non grandi studiosi o accademici. Lo scopo era  creare una classe dove poter inserire tutti i ragazzi senza distinzioni. Infatti, il primo appello che abbiamo fatto alle Nazioni Uniti e a tutto il mondo, è stato il diritto alla “connettività”. Abbiamo chiesto in primo luogo l’accesso alla “connettività” per i bambini che stanno fuori dal “sistema” e che sono la grande maggioranza.

Cosa può fare Scholas in questa crisi economica?

Alle classi di Scholas partecipano bambini di famiglie benestanti accanto a figli di emigrati, di precari, di nomadi. E tutti sono ben integrati. In Messico stiamo collaborando con il governo per aiutare i bambini che non studiano e non lavorano. Da quando è iniziata la pandemia fino a oggi abbiamo collegato tra loro giovani di 60 città del mondo. Abbiamo pagato noi le spese di internet e del telefono perché avessero la connessione.

Si parla molto della tutela della casa comune: è un tema che trova spazio nelle vostre attività?

Non ci sarà una casa comune se non ci sarà in comune una scuola. Ne sono convinto, perché si ripete ciò che si apprende. Quando impariamo a essere solidali, lo impariamo a casa. Apprendiamo cosa sia veramente il lavoro vedendo lavorare i genitori. Bergoglio dice che se vogliamo cambiare il mondo dobbiamo iniziare con il cambiare l’educazione. Scholas non va a costruire altri istituti o università; al contrario, raccomanda a tutti di abbattere le pareti che dividono per creare una scuola comune. Sono convinto che questo si possa realizzare, perché la pandemia ci dà anche l’opportunità di farlo. Stiamo lanciando una proposta a tutte le scuole collegate con noi e a tutti gli episcopati: prima di cominciare dalla formazione abituale, facciamo di questa pandemia un apprendistato, usando ciò che è avvenuto tra i giovani durante il lockdown. E ascoltando il loro pensiero riguardo alle cose che devono cambiare, compresa l’economia. 

di Nicola Gori