· Città del Vaticano ·

Angola, 30 anni di Promaica

Donne della Promaica (da diocesedohuambo.org)

Percorsi

24 ottobre 2020

Prima associazione africana per promuovere la donna “nella Chiesa”


Un congresso nazionale era in agenda in agosto per ricordare i trent’anni di fondazione di Promaica, l’associazione per la promozione delle donne nella Chiesa cattolica angolana. Ma il covid-19 ha obbligato a rimandare tutto sine die — riferisce con amarezza Julieta Araújo, la coordinatrice nazionale. Promaica è stata fondata nel 1990 da monsignor Óscar Braga, il visionario vescovo di Benguela, scomparso il 26 maggio 2020 a 89 anni. Ma se lui ne è il padre, la madre è Rosália Nawakemba.

Siamo negli anni Ottanta: la Caritas è nella fase cruciale del passaggio da una filosofia assistenzialista a una che punta allo sviluppo. Non dare il pesce, ma insegnare a pescare. Monsignor Braga, il presidente della Caritas angolana, entra in questa logica. Con un fondo Cafod, l’agenzia cattolica dello sviluppo d’oltremare, nel 1990 manda in Kenya, a fare esperienza del nuovo approccio, due donne. Una è Rosália, volontaria nella Caritas di Benguela e insegnante.

Rosália incontra donne libere, capaci di trasmettere con competenza il loro sapere. Ne rimane entusiasta. Sa che il suo vescovo ha sempre sognato donne così in Angola. Pensa: e se creassimo un gruppetto? Al suo ritorno ne parla con Braga che rimane «meravigliato, rosso dalla gioia». Le chiede: «che cosa vuoi che faccia?». «Far venire Teresinha per aiutarci». Portoghese, Teresinha Tavares, del movimento internazionale di donne Graal, era già stata nella Caritas angolana e Nawakemba l’aveva incontrata di nuovo in Kenya, dove accompagnava un gruppo di mozambicane. In Angola condusse un corso che terminò il 23 agosto del 1990. Questa sarà la data di nascita della Promaica, che prima si chiamò Sviluppo Sociale Femminile, poi Promozione Donna ed infine Promaica: Promoção das mulheres angolanas na Igreja Católica. «Nella Chiesa cattolica» per distinguersi da altri movimenti femminili nascenti nel Paese. Funzionerà senza una vera struttura gerarchica fino al 2003, quando Nawakemba diventa coordinatrice nazionale. Oggi, in pensione, ne è la consigliera. E si sente felice perché quello che ha desiderato per le donne angolane si sta verificando, c’è una nuova leadership, sa che “ci sarà continuità”. Quello che Rosália e monsignor Braga hanno voluto era uno spazio dove le donne potessero prendere coscienza del loro valore nella Chiesa e nella società, dove “promuoversi per promuovere” altre persone, spiega Julieta Araújo, infermiera specializzata in analisi cliniche. Come lei, la maggioranza delle 95 mila socie della Promaica è attiva in diversi settori della Chiesa e della società. E c’è già Promaica-Giovani con circa 9 mila membri. Il movimento è presente nelle 18 diocesi angolane e ora anche a São Tomé e Principe e in Mozambico. Le sue attività fanno perno sulla formazione umana, cristiana, professionale. E si concretizzano nella lotta all’analfabetismo e alla povertà: problemi che quasi quarant’anni di guerra hanno reso più gravi, specie per le donne.

Oggi la donna è più istruita, più attiva, più unita, ha «un maggior senso di partecipazione religiosa e civile», riassume la fondatrice. Ma c’è qualcosa che la fa ancora piangere: l’estrema povertà delle donne nelle zone remote, malgrado il loro duro lavoro. Rosália chiede che la Chiesa le aiuti ad organizzare l’agricoltura sostenibile. Non è compito dello Stato? «Sì, ma quando tarda, la Chiesa deve dare una mano» e lo si può fare senza aspettare nulla da fuori, ma a partire dalle risorse e dalla realtà locale, rendendo queste donne protagoniste del loro sviluppo come è nella filosofia della Promaica, sostiene. Sul piano spirituale, Rosália vede la necessità di un’intensificazione della lotta alla stregoneria, ancora molto presente con tutti i suoi risvolti. La stregoneria fu una delle questioni sollevate da Benedetto XVI quando visitò l’Angola nel 2009. In quell’occasione il Papa ebbe un incontro con i movimenti femminili cattolici. Celebre nel suo discorso l’espressione “eroine silenziose” con cui fu definita la donna che, specie negli anni di guerra, seppe difendere con dignità, quale santuario della vita, la famiglia. Spesso la storia considera solo le conquiste degli uomini, disse il Papa che invitò a esaminare fino a che punto certe misure e attitudini maschili possono offuscare l’uguaglianza tra uomo e donna, chiamati a vivere in comunione e complementarità. Rosalia in quell’incontro ricordò il duro lavoro che Promaica porta avanti. Alla domanda se sono oggi soddisfate del loro ruolo nella Chiesa, Rosalia e Julieta rispondono positivamente: si sono fatti progressi — spiegano — oggi alcune donne studiano teologia, fanno parte di commissioni parrocchiali, preparano l’altare per la messa, ci sono chierichette. Inoltre Promaica ha la Conferenza episcopale dalla sua parte. Con il vescovo e il sacerdote direttore spirituale c’è dialogo e collaborazione. Le donne fanno ciò che viene loro chiesto perché vogliono, mai per imposizione, e sanno anche dire di no, afferma Rosália. La fonte di finanziamento di Promaica sono le quote delle associate e nel tempo il movimento è diventato indipendente anche dalla Caritas. Confortate dal fatto che Papa Francesco ripete che le donne devono essere al servizio e mai serve e che devono poter occupare cariche di rilievo nella Chiesa, Julieta e Rosália sostengono che, al di là della questione sacerdozio, le donne possono svolgere qualsiasi compito nella Chiesa in Angola. Comunque, la principale preoccupazione della Promaica — lasciano intendere — è intanto il miglioramento delle condizioni di vita della donna, perché «a nulla serve volere occupare cariche più alte se non si ha la preparazione adeguata per farlo» dice Rosália.

di Maria Dulce Araújo Évora