· Città del Vaticano ·

Visita in Vaticano dei valutatori del programma “Moneyval” del Consiglio d’Europa

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Il cardinale Segretario di Stato sulle misure di lotta contro il riciclaggio e il finanziamento del terrorismo

30 settembre 2020

«Ha inizio oggi in Vaticano la visita — concordata nel 2019 — da parte del team del Comitato di esperti del Consiglio d’Europa sulla valutazione delle misure di lotta contro il riciclaggio e il finanziamento del terrorismo, nell’ambito del quinto ciclo di valutazioni (“Fifth Evaluation Round”), a cui sono progressivamente sottoposte tutte le giurisdizioni aderenti al Gruppo Moneyval».  Lo ha reso noto un comunicato della Sala stampa della Santa Sede diffuso mercoledì 30 settembre.

Questa fase di valutazioni ha come principale oggetto di interesse l’efficacia degli strumenti legislativi e organizzativi adottati negli ultimi anni dalle giurisdizioni per prevenire il riciclaggio e il finanziamento del terrorismo.

L’attuale valutazione per la Santa Sede, si inserisce nel quadro della naturale evoluzione di un processo che ha avuto inizio con la prima visita in loco del 2012 e la successiva adozione del Rapporto di Mutua Valutazione del 4 luglio 2012 ed è proseguita con il Primo Rapporto sui Progressi del 9 dicembre 2013, del Secondo Rapporto sui Progressi dell’8 dicembre 2015 e del Terzo Rapporto sui Progressi del 6 dicembre 2017.

Pubblichiamo integralmente il discorso pronunciato nella circostanza dal cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato.

Eminenze, Eccellenze

Illustri valutatori del programma Moneyval,

Gentili Signore e Signori,

Quando, il 4 ottobre 1965, il Papa Paolo VI, di Santa memoria, rivolse il Suo saluto all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, si presentò agli intervenuti con queste memorabili parole: «Voi avete davanti un uomo come voi; egli è vostro fratello, e fra voi, rappresentanti di Stati sovrani, uno dei più piccoli, rivestito lui pure, se così vi piace considerarci, d’una minuscola, quasi simbolica sovranità temporale, quanta gli basta per essere libero di esercitare la sua missione spirituale, e per assicurare chiunque tratta con lui, che egli è indipendente da ogni sovranità di questo mondo. Egli non ha alcuna potenza temporale, né alcuna ambizione di competere con voi; non abbiamo infatti alcuna cosa da chiedere, nessuna questione da sollevare; se mai un desiderio da esprimere e un permesso da chiedere, quello di potervi servire in ciò che a Noi è dato di fare, con disinteresse, con umiltà e amore».

In poche frasi, così, il Pontefice delineava la particolare natura dello Stato della Città del Vaticano, la cui creazione, nel 1929, chiuse la Questione romana, originata dalla presa di Roma da parte degli italiani il 20 settembre 1870. Sotto un profilo esterno, esso, pur nella sua esiguità, può essere assimilabile agli altri Stati, ma, nello stesso tempo, è caratterizzato da una irriducibile peculiarità — che dovrà essere sempre tenuta in debito conto — quella cioè di essere al servizio del ministero del Papa, garantendo la sovranità della Santa Sede e la libertà del Romano Pontefice. In questo senso, può essere considerato una realtà funzionale e strumentale ad un fine soprannaturale.

San Paolo VI, nel citato discorso, metteva poi in luce che la Santa Sede è portatrice «d’un messaggio per tutta l’umanità», facendosi interprete delle voci «dei poveri, dei diseredati, dei sofferenti, degli anelanti alla giustizia, alla dignità della vita, alla libertà, al benessere e al progresso».

La voce del Papa si leva forte in favore della giustizia e della pace e contro tutto ciò che mortifica la persona umana nella sua dignità e nei suoi diritti fondamentali: «Quando un sistema economico — ha affermato Papa Francesco — pone al centro solo il dio denaro, si scatenano politiche di esclusione e non c’è più posto né per l’uomo né per la donna. Allora l’essere umano crea quella cultura dello scarto che comporta sofferenza, privando tanti del diritto di vivere e di essere felici» (Messaggio per il 25° anniversario dell’istituzione della Fondazione Populorum Progressio, 20 novembre 2017).

Da questi soli accenni, appare evidente come, nella scena internazionale, la Santa Sede si ispiri a finalità differenti rispetto a quelle che perseguono ordinariamente gli altri membri della Comunità delle Nazioni e come, dall’esigenza del perseguimento di dette finalità, nasca una particolare sua collocazione nell’ambito di tale Comunità. Nel richiamato discorso di San Paolo VI, egli fece riferimento a tale peculiarità sottolineando la strumentalità della presenza della Santa Sede nell’Organizzazione delle Nazioni Unite all’annuncio della buona novella: «Noi celebriamo qui l’epilogo d’un faticoso pellegrinaggio in cerca d’un colloquio con il mondo intero, da quando Ci è stato comandato: “Andate e portate la buona novella a tutte le genti” (Mc 16, 15)».

È, dunque, evidente che la posizione della Santa Sede tra i membri dell’ordinamento internazionale non si fonda sulla sua “simbolica” sovranità territoriale, ma, piuttosto, sulla capacità di porre azioni e relazioni in campo sovranazionale, che siano conformi al mandato evangelico che ne determina l’esistenza. Secondo quanto disse San Giovanni Paolo II alle Nazioni Unite, nel 50° anniversario della loro fondazione, la Santa Sede — in virtù della sua missione spirituale — deve animare lo «sforzo comune per costruire la civiltà dell’amore, fondata sui valori universali della pace, della solidarietà, della giustizia e della libertà» (New York, 5 ottobre 1995).

Tale dimensione, che potremmo definire “profetica”, se, da una parte, abilita questa a rendersi voce di chi non ha voce, comporta che essa stessa sia esemplare nella gestione di tutto quanto pertiene allo Stato, non ultimo l’aspetto economico-finanziario.

In tale prospettiva, bisogna leggere l’impegno della Santa Sede e dello Stato della Città del Vaticano, nel campo della finanza e della cooperazione internazionale, in generale e, in particolare, la scelta di prendere parte al sistema di valutazione degli standard di contrasto al riciclaggio di denaro e al finanziamento del terrorismo, promosso dal Programma Moneyval del Consiglio d’Europa.

Nella lotta al riciclaggio del denaro e al finanziamento del terrorismo, il nostro ordinamento interno attribuisce un ruolo di spicco all’Autorità d’Informazione Finanziaria, che svolge la funzione di vigilanza e regolamentazione e la funzione di informazione finanziaria relativamente a tale specifico ambito. Insieme con questa, altri soggetti, a vario titolo e ciascuno secondo le proprie attribuzioni, giocano un ruolo nell’ambito delle politiche antiriciclaggio e di contrasto al finanziamento del terrorismo. Di recente, anche agli enti senza scopo di lucro e alle Organizzazioni di Volontariato e alle Persone Giuridiche Canoniche e Civili iscritte nei rispettivi registri dello Stato della Città del Vaticano è stato fatto obbligo di segnalare all’Aif le attività sospette di riciclaggio o finanziamento del terrorismo.

Come si può, dunque, vedere è in corso una progressiva implementazione di sistemi che consentano un maggior controllo di quei flussi finanziari che potrebbero esporre a rischi di riciclaggio di denaro e finanziamento del terrorismo, e, in tal senso, gli interventi e le raccomandazioni dei valutatori Moneyval sono una risorsa della quale facciamo tesoro.

È chiaro, infatti, che attese le peculiarità cui sopra si accennava, la Santa Sede e lo Stato della Città del Vaticano non possono essere trattati alla stregua degli Stati nazionali, che hanno una diversa esposizione ai rischi in parola. A differenza, infatti, degli altri soggetti che aderiscono al progetto Moneyval, le cui economie sono finalizzate a creare ricchezza e benessere per le rispettive comunità nazionali, i fondi di cui gestisce la Santa Sede e lo Stato della Città del Vaticano sono prioritariamente destinati ad opere di religione o di carità. Ciò, tuttavia, non toglie che — nei modi propri dell’ordinamento interno — essi debbano applicare ogni presidio compatibile con le finalità proposte. Anzi, proprio in ragione della prioritaria destinazione dei fondi è necessario che la dimensione etica degli investimenti sia oggetto di particolare attenzione.

Il Santo Padre Francesco, nel novembre 2015, indirizzava queste parole al Consiglio di Sovrintendenza dell’Istituto per le Opere di Religione: «Lo Ior non può avere come primo principio operativo quello del massimo guadagno possibile, bensì quelli compatibili con le norme di moralità, di coerente efficienza e di prassi che rispettino la specificità della sua natura e dell’esemplarità dovuta nel suo operare». Fra questi principi operativi, cui non solo lo Ior deve ispirarsi, ma ogni ente della Santa Sede, vi sono certamente le politiche antiriciclaggio e di contrasto al finanziamento del terrorismo. Questa visita dei valutatori del programma Moneyval ci aiuta a metterle ulteriormente a fuoco.

Siamo grati per la vostra presenza e per gli stimoli che ci date per rendere un servizio che ci consenta di pensare ad una finanza sempre più a servizio dell’uomo. Concludendo, mi piace riprendere ancora il discorso di San Paolo VI che ho citato in apertura. Egli, in quella sede, si accreditava presso l’uditorio quale “esperto in umanità”: a questa umanità dobbiamo guardare in ogni nostra azione. Essa è il metro di misura di ogni politica, specie nelle sue implicazioni economiche e finanziarie. Quando il profitto dovesse diventare l’unica legge cui ispirare ogni scelta, si farebbe un grave errore di valutazione, e si andrebbe incontro ad una nefasta disumanizzazione. Grazie, dunque, per il vostro lavoro che ci aiuta a valutare l’orientamento al bene comune di ogni scelta sul piano economico e finanziario.