· Città del Vaticano ·

San Vincenzo de’ Paoli

Uno sguardo d’Amore sulle miserie del mondo

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26 settembre 2020

Universalmente, san Vincenzo de’ Paoli è riconosciuto come il santo dei poveri. Con lui ha ripreso vigore nella Chiesa la sensibilità verso i diseredati della vita, in un periodo in cui, agli albori della modernità, essi venivano considerati come intralci sociali da emarginare e recludere. Nella misteriosa chiamata di Dio egli ha infuso nella mentalità ecclesiale quella che il Bossuet, suo discepolo, ha chiamato «l’eminente dignità dei poveri».

Questo sguardo sui poveri è sorto in lui attraverso una chiamata vocazionale. Ha dovuto prima accorgersi del povero che era in lui, per poter vedere i poveri attorno a lui. Attraverso la delusione, derivante dal fallimento di tutti i suoi progetti di carriera, di fama, di acquisizione di un “buon posto” nel mondo, il Signore si è fatto strada in lui, penetrandovi mediante una dolorosa crisi di fede, quando era nel pieno della vita, a 35 anni. Gli ha fatto toccare con mano la nullità della sua umanità e, contemporaneamente, gli ha mostrato la gratuità del suo Amore vivente nei poveri. E in questa esperienza continuamente rinnovata nell’arco della sua vita, san Vincenzo ha visto ingrandire in sé l’amore di Dio. Ed è stato per questa esperienza di sentirsi amato nell’intimo della sua persona che egli ha potuto mettersi decisamente a servizio della povera gente di campagna. Quella che allora, nel Seicento, costituiva il 95 per cento della popolazione di Francia ed era la maggiormente abbandonata dai potenti e persino dagli ecclesiastici.

Questa è la fonte della carità di san Vincenzo: l’Amore del Signore sentito, creduto, patito e pregato. È stata, ed ancora è, la sintonia con quest’amore crocifisso a generare energia di affetti buoni per la povera gente che soffre: «Osserviamo il Figlio di Dio — diceva ai suoi missionari —. Che cuore di carità! Che fiamma d’amore! O mio Gesù, dimmi un po’, te ne prego, chi ti ha strappato dal cielo per venire a patire le maledizioni della terra, tante persecuzioni e tormenti che vi hai sofferto? O sorgente dell’amore umiliato fino ad abbassarti a noi ed a sopportare un supplizio infame, chi ha amato il prossimo più di te?... Ah, fratelli, se avessimo un poco di questo amore, rimarremmo con le braccia conserte? Lasceremmo perire coloro che potremmo assistere? Oh! no, la carità non può rimanere oziosa, essa ci spinge a procurare la salvezza e il sollievo altrui» (Opere, svit x, 549).

E Vincenzo non è stato proprio con le mani in mano. E con lui nemmeno le organizzazioni di carità che ha suscitato: dalle Dame di carità (1617) ai suoi missionari (1625) alle Figlie della carità (1633). Anzi si può dire che è stato un geniale organizzatore di servizi di aiuto ai poveri, al punto che un miscredente come Voltaire diceva: «Vincenzo de’ Paoli è il mio santo!». Il soccorso dei poveri in lui però ha assunto uno stile particolare, quello evangelico, alimentato dall’amabilità, dolcezza, spirito di sacrificio, semplicità e umiltà. Lo scopo era di far presagire ai poveri l’amore di Gesù per loro. Essi, emarginati, dovevano esperimentare nella carità di essere ospitati. Essi, sofferenti, avevano bisogno di venire consolati. Essi, nullatenenti, avevano il diritto di essere rispettati con la loro dignità personale. Era il modo concreto per annunciare loro il Regno, «servendoli — secondo il suo linguaggio — corporalmente e spiritualmente».

Per san Vincenzo, praticare questi atteggiamenti verso di loro significava rendere evidente che l’Abbà-Dio, mediante l’incarnazione del Figlio, li abbracciava nell’incanto di una paternità divina che non esclude nessuno dei suoi figli. Per questo raccomandava: «I missionari devono sentirsi commossi al vivo e afflitti in cuor loro per le miserie del prossimo... questa pena e compassione devono apparire esternamente sul loro volto, ad esempio di Nostro Signore che pianse sulla città di Gerusalemme, minacciata da calamità... bisogna usare parole compassionevoli che dimostrino al prossimo che sentiamo come nostre le sue gioie e le sue pene. Infine bisogna soccorrerlo e assisterlo per quanto si può, nelle sue necessità e miserie, cercando di liberarlo in tutto o in parte, perché la mano deve essere, per quanto è possibile, conforme al cuore» (Opere, svit x, 71).

Ricordare un santo a quattrocento anni di distanza non è un’operazione di recupero del passato, ma il sapere che l’azione caritativa ha bisogno di essere ripresa con la stessa identica intensità come fu vissuta nel suo tempo da Vincenzo de’ Paoli. Egli funge per la Chiesa di tutti i tempi come “memoria critica” che mette in discussione i gesti della carità, innestandoli nella loro sorgente soprannaturale. Diceva san Vincenzo alle Figlie della carità: «Servendo i poveri, servite Gesù Cristo. Figlie mie, quanto è vero! Servite veramente Cristo nella persona dei poveri. E ciò è vero esattamente come è vero che noi siamo qui, ora» (Opere, svit ix, 324).

Per questo, la carità va pregata, essendo la preghiera il clima interiore della carità. Ma non basta nemmeno questo, perché la carità va fatta. La carità infatti assume la misura dell’uomo nella sua interezza: e l’uomo povero ha anche dei bisogni. Ma il semplice soddisfare questi bisogni non è ancora carità, se in quest’azione non vi è la radice dell’amore. Di fatto, il chinarsi sul bisogno del povero non nasce dalla generosità del sentimento umano, ma dal desiderio che egli possa esperimentare che Dio si prende cura di lui, quasi a contrastare la spontanea tendenza di vedere solo la Sua assenza a causa delle prove della vita.

In sintesi questo stile di carità secondo lo spirito di san Vincenzo è stato poeticamente interpretato nell'ultima scena del film Monsieur Vincent. Qui il regista (Maurice Cloche) mette in bocca a san Vincenzo, mentre riceveva la più giovane delle sue figlie che sarebbe per la prima volta andata a visitare i poveri, queste parole:

«Piccola Jeanne, ho voluto vederti. So che sei coraggiosa e buona. Tu vai domani per la prima volta dai poveri. Non ho sempre potuto parlare a quelle che andavano dai poveri per la prima volta. Eh, non si fa mai quello che si dovrebbe! Ma a te, la giovane, l'ultima, debbo parlare, perché è importante. Ricordati bene, ricordatelo, sempre: tu vedrai presto che la carità è un fardello pesante, più pesante della pentola della minestra e del cesto del pane. Ma tu conserverai la tua dolcezza e il tuo sorriso. Non è tutto dare il brodo e il pane. Questo anche i ricchi possono farlo. Ma tu sei la piccola serva dei poveri, la Figlia della carità, sempre sorridente e di buon umore. Essi sono i tuoi padroni, padroni terribilmente suscettibili ed esigenti, lo vedrai. Allora più saranno ripugnanti e sudici, più saranno ingiusti e rozzi, più tu dovrai dar loro il tuo amore. E non sarà che per questo tuo amore, per il tuo amore soltanto, che i poveri ti perdoneranno il pane che tu darai loro».

di Erminio Antonello