· Città del Vaticano ·

Una goccia nel mare della crisi

cq5dam.thumbnail.cropped.500.281.jpeg

Intervista al presidente della Conferenza episcopale peruviana

09 settembre 2020

Sono trascorsi sei mesi da quando la pandemia è giunta in America Latina ma, a differenza di quanto sta accadendo in Asia, Europa e Stati Uniti, il virus sembra acquistare forza ogni giorno di più in tutta la regione. La lotta contro il covid-19 in America Latina è limitata da una serie di fattori come la disuguaglianza strutturale, le città densamente popolate, gli enormi eserciti di lavoratori informali che non hanno contratto né previdenza sociale e vivono alla giornata, e le scarse strutture di assistenza medica che hanno indubbiamente contribuito a indebolire le politiche pubbliche volte ad affrontare la pandemia. Negli ultimi vent’anni, secondo dati del Fondo monetario internazionale, la disuguaglianza in America Latina ha fatto registrare i livelli più bassi della sua storia. La pandemia però minaccia di invertire questa tendenza. Il Perú ha dovuto lottare contro una diffusione dell’epidemia tra le più alte nel mondo, con le gravi conseguenze economiche che si stanno facendo sentire. L’arcivescovo di Trujillo, Héctor Miguel Cabrejos Vidarte, presidente della Conferenza episcopale peruviana e del Consiglio episcopale latinoamericano (Celam), è stato naturalmente alla guida della Chiesa locale durante questa crisi senza precedenti. In un’intervista concessa da Lima a «L’Osservatore Romano», il presule analizza ciò che ha significato questo ultimo periodo e l’opera della Chiesa per soddisfare le necessità primarie delle persone, prima fra tutte quella creata dalla carenza di respiratori.

Il Perú è il Paese con il tasso più alto di mortalità al mondo a causa del covid-19; secondo dati del ministero della Salute peruviano l’indice di mortalità è del 4,56 per cento. La scarsità di ossigeno ha condizionato duramente la lotta contro la pandemia. Come vede la situazione? Quali bisogni ha la gente?

In primo luogo, ringrazio sinceramente «L’Osservatore Romano» per questa intervista che mi consente di illustrare la dura realtà che stiamo affrontando e in che modo la Chiesa e la società nel suo insieme si siano prese per mano per mandare avanti il Paese. Oggi il Perú è una delle nazioni del mondo più colpite dalla pandemia del covid-19, con oltre 690.000 casi positivi accertati e quasi 30.000 deceduti. A causa di tutto ciò, stiamo attraversando una delle crisi sanitarie, economiche e sociali più gravi della nostra storia. Nei primi mesi della pandemia si è constatato che molte persone non sono riuscite a raggiungere un centro sanitario per poter essere assistite e hanno vissuto grandi difficoltà economiche e ritardi nell’ottenere bombole di ossigeno medicale.

Monsignor Cabrejos Vidarte, come vede la missione della Chiesa nel contesto della crisi sanitaria provocata dal covid-19?

Il lavoro della Chiesa in Perú risponde agli orientamenti dati dalla Commissione istituita da Papa Francesco per esprimere l’amore della Chiesa per l’umanità dinanzi alla pandemia del covid-19, orientamenti che il Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale della Santa Sede sta attuando. In tal senso, crediamo che la lotta contro il covid-19 sia un compito che non riguarda solo lo Stato, ma tutti i settori del Paese. Per questo noi, Conferenza episcopale peruviana, Società nazionale delle industrie e Accademia nazionale delle scienze, avendo lo stesso obiettivo, ossia quello di salvare vite, abbiamo deciso di creare il programma «Respira Perú», al fine di rispondere alla mancanza di ossigeno medicale nel nostro Paese e di infondere così speranza nel popolo peruviano in mezzo a tanta sofferenza, per dire a tutti i cittadini che in questa lotta per la vita e la salute non sono soli, perché la loro sofferenza è parte della sofferenza della Chiesa e del Paese, e che solo insieme potremo uscire da questa crisi che ci colpisce ancora oggi.

Quando si potrà iniziare a vedere una luce alla fine del tunnel, tenendo conto che il tasso di contagio ha cominciato a diminuire nelle ultime settimane? Qual è il bilancio della campagna «Respira Perú»? Quali sono i passi da compiere?

Il programma «Respira Perú» è lo sforzo congiunto di Chiesa, impresa privata e Accademia per contribuire a uscire da questa emergenza sanitaria che la nazione sta vivendo. In tal senso abbiamo messo a disposizione di questo sodalizio il meglio di ognuno. La Conferenza episcopale peruviana e le quarantasei giurisdizioni ecclesiastiche in cui è pastoralmente strutturata stanno collaborando per raccogliere le richieste in materia sanitaria da ogni angolo del Paese per poter così ottimizzare gli aiuti. Insieme all’impresa privata, all’Accademia e al ministero della Salute abbiamo cercato di capire che cosa manca in ogni regione, per contribuire a soddisfare i bisogni, in base a quanto abbiamo raccolto. In tal senso, stiamo contribuendo a finanziare impianti di ossigeno medicale. Ne abbiamo già acquistati quattro, il più grande è di 60 metri cubi e si trova nella città di Arequipa. Abbiamo anche comprato quasi mille bombole di ossigeno che sono state distribuite alle diocesi in tutto il Perú affinché possano darle in uso ai centri medici che più ne hanno bisogno in questo momento. Inoltre sono stati consegnati a settantuno ospedali del Paese 960 ventilatori meccanici per uso temporaneo per evitare a chi viene contagiato di dover essere ricoverato in un reparto di terapia intensiva. Al momento stiamo acquistando altri 960 ventilatori. Stiamo anche distribuendo cinquanta concentratori di ossigeno e centinaia tra flussometri, maschere Wayrachi e ossimetri. Ci sarà poi una seconda fase di «Respira Perú» in cui si cercherà di fare un nuovo appello alla solidarietà a tutti i peruviani per continuare ad acquistare apparecchiature di emergenza sanitaria per alleviare il bisogno di ossigeno medicale del nostro popolo che sta ancora soffrendo a causa di questa grave malattia. Lo sforzo articolato della Chiesa peruviana non riguarderà solo questa fase di emergenza, ma si proietterà anche nel periodo post-pandemia, poiché le conseguenze del covid-19 genereranno nel nostro Paese gravi problemi sociali ed economici.

In che misura crede che il covid-19 contribuirà ad aumentare i già gravi tassi di povertà nella regione? Quali settori sono i più colpiti?

Tutte le informazioni che ci forniscono le organizzazioni internazionali come la Commissione economica per l’America Latina (Cepal) indicano che l’impatto sull’economia sarà molto serio e genererà un aumento dei tassi di povertà e di povertà estrema e disoccupazione in America Latina e nei Caraibi. Mentre l’epidemia non inciderà molto sui settori più ricchi, quelli più vulnerabili ne saranno duramente colpiti. Se già si parlava di un decennio difficile per la regione, la pandemia può far sì che ci sia un altro decennio perso (come negli anni Ottanta). A essere maggiormente colpiti saranno le persone che vivono alla giornata, che svolgono lavori informali, che non godono di diritti lavorativi, e che, costretti a stare in quarantena, non hanno potuto generare risorse. Non dobbiamo inoltre dimenticare i milioni di migranti, sia centroamericani in cammino verso gli Stati Uniti, sia i venezuelani in Sud America, che subiranno con maggior durezza le conseguenze economiche e sociali del coronavirus.

Fino a che punto, o in che misura, ci sarà un prima e un dopo per la società – un modus vivendi dell’essere umano – dopo questa pandemia di coronavirus?

Sì, molte cose nelle nostre società cambieranno, in bene e in male. Il modo di comunicare, di stabilire rapporti umani, di proteggerci di fronte a questo tipo di nemici invisibili, la salute, l’educazione, la tecnologia si adegueranno ai nuovi tempi. Ma credo anche che molte cose potrebbero diventare più evidenti, cioè accentuarsi: la disuguaglianza, la povertà, la concorrenza tra Stati, l’ascesa di leader nazionalisti con discorsi poco democratici, come sta già accadendo nel mondo e anche in America Latina. La cooperazione dovrebbe fluire proprio come la grande risposta per far fronte a questo tipo di minacce globali, ma non ci sono segnali che il mondo stia procedendo in questa direzione. Di fronte alla difficile situazione attuale, dobbiamo tener presenti i messaggi di Papa Francesco, che ci esorta a cercare modi creativi che consentano di trasformare questa crisi in un’opportunità di costruire un mondo sempre più fraterno e giusto, e considerare al contempo gli obiettivi della Commissione vaticana covid-19, secondo i quali insieme dobbiamo «agire adesso per il futuro; guardare al futuro con creatività; comunicare la speranza; cercare dialogo e riflessioni comuni; e sostenere per custodire». Desidero concludere con una frase di Papa Francesco, pronunciata durante lo straordinario momento di preghiera dello scorso 27 marzo, dove, di fronte alla paura, ci ha esortati ad «abbracciare il Signore per abbracciare la speranza: ecco la forza della fede, che libera dalla paura e dà speranza».

di Silvina Pérez