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Una compagnia di amici cristiani

La più antica immagine (seconda metà del V secolo) del patrono della città partenopea conservata nelle Catacombe di san Gennaro (Archivio fotografico delle Catacombe di Napoli)

18 settembre 2020

La storia di san Gennaro, vescovo di Benevento, martire sotto Diocleziano e oggi principale patrono di Napoli, è la storia di una compagnia di amici cristiani, una piccola ma vera Chiesa, che in nome di Cristo si amavano e per la loro fede in Cristo furono uccisi.

Il più antico documento relativo alla vicenda di san Gennaro e dei suoi amici, gli Atti bolognesi, anteriori al secolo VIII e forse al 668, pur lacunosi e non molto chiari, raccontano che durante la persecuzione dell’imperatore Diocleziano (284-305), Sosso o Sossio — giovane diacono di Miseno, località del litorale flegreo — saputo dell’arrivo a Pozzuoli del vescovo di Benevento Gennaro, che era accompagnato dal diacono Festo e dal lettore Desiderio, lo andò a trovare più volte, nonostante il pericolo dei numerosi pagani che si recavano presso la Sibilla Cumana.

Malgrado la prudenza, Sossio fu scoperto e gettato in carcere per ordine del giudice Draconzio. Gennaro, Festo e Desiderio andarono a far visita all’amico prigioniero, confessando di essere anch’essi cristiani. Furono condotti davanti al giudice, che cercò invano di convertirli al paganesimo. Perciò i quattro furono condannati ad bestias nell’anfiteatro puteolano, condanna poi commutata nella decapitazione. Mentre i martiri erano portati al supplizio, il diacono Procolo e i laici Eutiche ed Acuzio protestarono per l’ingiusta condanna e furono destinati alla stessa pena.

La decapitazione dei sette amici cristiani avvenne il 19 settembre 305 nel Foro di Vulcano presso la Solfatara di Pozzuoli.

Secondo una non chiara tradizione, il sangue del martire Gennaro sarebbe stato raccolto, conservato, custodito e consegnato successivamente alle autorità ecclesiastiche napoletane: dovrebbe essere questo il sangue del celebre prodigio della liquefazione. Un documento ufficiale del 1337, che ricorda la processione del capo beatissimi Ianuarii, non fa alcun cenno al sangue e al miracolo. Un altro documento del 1390 attesta per la prima volta, insieme con l’esistenza del capo, anche quella del sangue. La prima notizia del prodigio è data da un Chronicon incerti auctoris alla data del 17 agosto 1389: «...facta fuit maxima processio propter miraculum quod ostendit Dominus Iesus Christus de sanguine beati Ianuarii, quod erat in pulla et tunc erat liquefactum tamquam si eo die exisset de corpore beati Januarii».

Il prodigio di san Gennaro, celebre in tutto il mondo, consiste nella liquefazione del sangue che normalmente è allo stato solido. Il fenomeno, quantunque la Chiesa non si sia mai pronunciata ufficialmente, rimane a oggi scientificamente inspiegabile. «Il nome di san Gennaro è intimamente legato a quello della città di Napoli, di cui è, fin dai primi secoli, il patrono principale: le vicende, fauste e tristi, della millenaria storia della città s’incentrano nel nome e nel culto del martire e della reliquia del suo sangue miracoloso. Monumenti ed iscrizioni ricordano la protezione del santo nelle circostanze più varie e calamitose: guerre, fame, pestilenze, terremoti, eruzioni del Vesuvio». Oggi vivendo la realtà della pandemia queste parole di Domenico Ambrasi fanno bene ed educano a rivolgersi con fiducia, sperando contro ogni speranza, al santo patrono di Napoli.

di Eugenio Russomanno