· Città del Vaticano ·

La tristezza dei religiosi per la chiusura della scuola italiana ad Asmara

Un vuoto incolmabile

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19 settembre 2020

L’edificio ricorda i palazzi di fine Ottocento nel centro di Roma. Stesso stile. Stessa grazia. Il colore verde pallido della facciata si staglia nel cielo sempre azzurro dell’Africa orientale. Dal suo cancello sono entrate centinaia, se non migliaia, di piccoli studenti della scuola materna e delle elementari e di ragazzi delle medie e delle superiori. A quelle aule si sono affezionati, sono rimasti legati per tutta la loro vita perché la scuola italiana di Asmara, in Eritrea, è più di un semplice luogo di formazione, è un’istituzione. È un legame che unisce, dal lontano 1903, due popoli, due culture: quella italiana e quella eritrea. Eppure, mentre in Italia suonava la campanella di inizio dell’anno scolastico, ad Asmara i corridoi, le aule, il giardino rimanevano deserti. Dopo centodiciassette anni quelle pareti rimanevano vuote.

«È difficile immaginare Asmara senza la scuola italiana. Per decenni — osserva Joseph Zeracristos, religioso vincenziano eritreo — è stato un polo culturale importante per tutto il paese, un punto fondamentale nel sistema scolastico nazionale, anche se recentemente, considerato il generale impoverimento dell’Eritrea e gli alti costi per la frequenza, era diventata una scuola per i figli delle élite eritree».

L’istituto è nato per volere dell’allora autorità coloniale italiana. Intendeva essere un presidio educativo per i figli dei coloni. E così è stato per tutti gli anni dell’amministrazione italiana. Inizialmente era destinato solo ai bambini e ai ragazzi italiani. Poi, con la fine della colonia (1941), le porte hanno iniziato ad aprirsi anche per i giovani eritrei. Ed è diventata un’istituzione solidissima alla quale tutta la popolazione di Asmara, indipendentemente dalla fede e dall’appartenenza etnica, era fortemente legata. E infatti né il protettorato britannico, né la monarchia del negus, né la dittatura comunista di Menghistu Hailé Mariàm, né il governo dell’Eritrea indipendente hanno mai pensato di chiuderne i battenti.

I problemi sono nati nel 2012. In quell’anno, Italia ed Eritrea hanno sottoscritto un’intesa per la comune gestione dell’istituto (di proprietà dello Stato italiano, con lo status di una scuola privata). Questo accordo prevedeva la creazione di una commissione tecnica mista. Ma, se Asmara ha subito nominato i propri membri, Roma non l’ha fatto. Questa prima mancanza ha irritato non poco il regime di Asmara. Ma non è finita qui. Sotto i governi di Matteo Renzi, Paolo Gentiloni e Giuseppe Conte, l’Italia ha approvato una serie di provvedimenti che hanno, di fatto, svuotato l’istituto del personale italiano, creando buchi nell’organico. La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata l’epidemia di coronavirus. Durante l’emergenza, la preside italiana ha deciso l’avvio a marzo della didattica “a distanza” senza preavvisare il governo di Asmara (anticipando però di poco la scelta del ministero dell’Istruzione). Tanto è bastato per irritare l’esecutivo eritreo che ha deciso di chiudere definitivamente la scuola, revocare la licenza e recedere dall’accordo tecnico bilaterale del 2012.

Nell’istituto erano presenti tutti gli ordini di scuola: materna, elementare, media, superiore (liceo scientifico, ragioneria, geometri, liceo delle scienze sociali). I diplomi rilasciati ad Asmara erano riconosciuti del ministero dell’Istruzione italiano e da quello eritreo. I ragazzi e le ragazze che qui si diplomavano potevano iscriversi alle università italiane senza la necessità di dover sostenere esami di ammissione o di lingua.

La chiusura rompe un legame storico fra Eritrea e Italia. «È triste sapere che la scuola italiana è stata chiusa. Per decenni — osserva amaro abba Mussie Zerai, sacerdote eritreo dell’eparchia di Asmara — ha rappresentato un punto di unione tra due culture che, per effetto della storia, a volte anche tragica, si sono incontrate. Recidere questo legame significa tagliare un cordone ombelicale che univa Italia ed Eritrea». Secondo don Mussie si perderà anche un prezioso strumento per formare le nuove generazioni. «Questa scuola — conclude il sacerdote — poteva diventare un canale privilegiato per formare quei ragazzi e ragazze che saranno i cittadini e le cittadine del futuro. Dalle aule sarebbero potute uscire le classi medie che avrebbero potuto accompagnare l’Eritrea in un nuovo percorso di crescita sociale ed economica. Speriamo che Roma e Asmara trovino un accordo e la scuola possa riaprire». Un auspicio condiviso anche da Vitale Vitali, missionario pavoniano: «La chiusura della scuola statale italiana ad Asmara — ha detto in un’intervista all’agenzia Dire — è un pericolo da scongiurare a ogni costo. Per decenni questo istituto ha preparato geometri, periti, ragionieri, la classe dirigente del paese. Quella della scuola è un’esperienza fondamentale». I geometri e i ragionieri, in particolare, erano ricercatissimi perché veniva loro riconosciuta una preparazione particolarmente seria e approfondita. La loro professionalità ha aiutato l’Eritrea a crescere.

Il sentimento di studenti ed ex studenti è di tristezza per la perdita di un luogo fondamentale per la loro crescita. «Si tratta di una decisione che mi lascia amareggiata», osserva Rosy, un’ex allieva che recentemente ha creato un profilo su Facebook per chiederne la riapertura: «Noi studiavamo in italiano ma, contemporaneamente, seguivamo lezioni di amarico e tigrino, le lingue di Etiopia ed Eritrea. Ci veniva insegnato a guardare la realtà con una prospettiva interculturale. Chiudere la scuola italiana ad Asmara è quindi come chiudere un occhio sul mondo. Questa scelta impoverisce tutti: gli italiani, che perdono una presenza importante nel Corno d’Africa, e gli eritrei, che in quelle aule hanno imparato a pensare anche con occhi diversi. Bisogna lavorare per scongiurare una chiusura che romperebbe un legame storico tra due popoli, un legame fondato sulla cultura».

di Enrico Casale