· Città del Vaticano ·

Un pianoforte che racconta

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INTERMEZZI BEETHOVENIANI

26 settembre 2020

Era stremata la giovane Therese alla fine di quelle due settimane trascorse al pianoforte con Beethoven. «Non si stancava mai di farmi tenere basse e ricurve le dita, mentre mi era stato insegnato di tenerle alte e dritte». Therese von Brunswick, passata poi alla storia per essere stata una delle prime fondatrici di scuole per l’infanzia in Ungheria, aveva sperimentato in quella specie di corso intensivo il nuovo e più intenso rapporto che Beethoven stava instaurando col pianoforte. Un rapporto confidenziale, intimo, osmotico con uno strumento che si sta sviluppando in quegli anni e alla cui crescita lui contribuisce sensibilmente e non solo nel dialogo con i primi costruttori ma con la dimostrazione fisica di intimità con le nuove possibilità dello strumento. Chi si occupa di musica sa che le trentadue sonate che Beethoven dedicò allo strumento possono essere considerate una sorta di diario intimo, raccontano l’evoluzione del suo pensiero musicale ma anche le sfumature di un animo sensibilissimo, ondivago, tenero e furente. Ma quello che colpì i contemporanei era soprattutto il modo con cui Beethoven suonava. Non un virtuoso ma un improvvisatore strabiliante, un’inventiva melodica e armonica fuori dal comune. Rileggendo le testimonianze di allievi e frequentatori dei concerti o dei salotti dell’aristocrazia è tutto un florilegio di stupori. Dicevano che a volte sembrava trattasse lo strumento come uno che cerca una vendetta o che magari ha nelle sue mani un nemico mortale e con un piacere sadico vuole torturarlo. Accentava le note con un attacco del tasto solido, vigoroso e fermo, ma poi sapeva rilasciare impercettibilmente il dito e il suono si faceva più lieve, come un discorso costruito sull’alternanza di consonanti e sillabe. I più erano colpiti dal modo inusuale di legare le note: la tastiera a volte diventava una cosa morbida e flessibile, dalla quale lui poteva ricavare i suoni che voleva. Nel registro acuto le note suonavano pure, simili a quelle di un flauto, mentre la mano sinistra le armonizzava e i bassi suonavano pieni, articolati in modo naturale, diretto. Legava le note alla stregua di un violinista. Melodie eseguite sui tasti sembravano fluide e continue come le avesse intonate la voce umana. Perché ancora una volta il segreto era nella sua fisicità. La musica per Beethoven era cosa troppo autentica e sacra per essere lasciata alle bellurie dei virtuosi. No, quello strumento lì, che stando alle sue parole alcuni consideravano ancora alla stregua di un’arpa bisognava farlo cantare, doveva esprimere valori, una responsabilità. Doveva essere tutt’uno con l’uomo che da quei tasti estraeva non una lusinga ma il farsi di un racconto, di una storia che doveva essere trasmessa.

di Saverio Simonelli