· Città del Vaticano ·

«Un esercito di perdonati»

cq5dam.thumbnail.cropped.500.281.jpeg

Il Vangelo della XXIV Domenica del Tempo ordinario (Matteo 18, 21-35)

08 settembre 2020

«Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?» (Mt 18, 21). Dietro questa domanda che Pietro rivolge a Gesù c’è un dubbio che anche ognuno di noi porta nel cuore. Ma è davvero giusto perdonare sempre? A volte lo esprimiamo dicendo: “io perdono ma non dimentico”, che mostra quanto ci risulta difficile accettare la rivoluzione cristiana. Vorremmo arginare in qualche modo il comandamento dell’amore e del perdono, vorremmo una giustizia un po’ più rigorosa, che almeno qualche volta esiga di rispondere al male con il male.

Il Signore spiega allora a Pietro (e a ognuno di noi) come andrebbe a finire se Dio applicasse alla lettera quella “giustizia rigorosa” che ingenuamente auspichiamo. Lo fa raccontando di un re che «volle regolare i conti con i suoi servi» (Mt 18, 23), uno dei quali risulta avere un debito di diecimila talenti (gli esperti spiegano che la somma equivale allo stipendio di molti milioni di giornate di lavoro). Il messaggio è chiaro: nessuno di noi è in regola nel suo rapporto con Dio: per dirla con Papa Francesco, «siamo un esercito di perdonati». E neppure la giustizia nelle relazioni tra gli uomini è il risultato di un puntuale regolamento di conti, dal quale in realtà nessuno uscirebbe vivo. Tuttavia il perdono non è un’amnistia generale, un condono di tutte le nostre azioni abusive, come se il Signore chiudesse un occhio e si impegnasse a dimenticare. Quello che Dio fa e che chiede a ogni cristiano di fare è proprio il contrario: guardare il male fatto da un altro con occhi buoni, con compassione, con misericordia.

Non si tratta di dimenticare il passato, ma di trasformarlo. È quanto succede in un’indimenticabile scena de La commedia umana di William Saroyan. Un giovane entra in un locale per rapinarlo, ma l’anziano negoziante, che conosce il ragazzo e sua madre, lo sconcerta porgendogli i soldi contenuti nella cassa: «Prendili e salta su un treno per tornare a casa. Non denuncerò il furto. Li rimetterò io, di tasca mia. Sono circa 75 dollari… Tua madre ti aspetta. Questo denaro è un regalo che faccio a lei. Non sei un ladro se lo prendi. Prendilo, metti via quella rivoltella e va’ a casa». Perdonare significa regalare a una persona quello che mi ha rubato. Questo dono trasforma il furto, cambiando in qualche modo il passato e recuperando, anzi redimendo ciò che era perduto.

La giustizia evangelica che sconcerta Pietro e ognuno di noi è l’unico modo di trasformare il mondo e le relazioni, che sono quotidianamente minacciate e ferite dal torto, dal sopruso e dalla violenza. «Non c’è pace senza giustizia, non c’è giustizia senza perdono», insegna san Giovanni Paolo II. La giustizia evangelica, che è la via della pace nelle relazioni, è il perdono.

Prima di pensare alle grandi ingiustizie sociali vale la pena guardare a quello che succede dentro le mura di casa nostra: «La famiglia è una grande palestra di allenamento al dono e al perdono reciproco, senza il quale nessun amore può durare a lungo» (Papa Francesco). Senza perdono vicendevole non può durare neanche la famiglia di famiglie che è la Chiesa. Si tratta di imparare a guardare con occhi pazienti e buoni le mie sorelle e i miei fratelli, e ogni famiglia e istituzione della Chiesa, senza stupirmi delle loro debolezze né tantomeno scandalizzarmi degli eventuali sbagli oggettivi: «La santità nella Chiesa comincia col sopportare e conduce al sorreggere» (Ratzinger). Guardando con occhi di misericordia si impara a vedere nella debolezza altrui, anche quando genera ingiustizia, una chiamata alla comprensione e alla pazienza. Non limitarsi a sopportare più o meno stoicamente ma accorgersi che dietro a ogni sbaglio si nasconde una richiesta di aiuto.

Ognuno di noi ha bisogno di essere sorretto quando fatica a stare in piedi e di essere guardato con affetto e comprensione quando cade, come capita tutti i giorni più d’una volta. «Non ti dico di perdonare fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette» (Mt 18, 22). In questa richiesta di Gesù c’è anche la rassicurazione che il perdono quotidiano è sempre possibile.

di Carlo De Marchi