· Città del Vaticano ·

Tra memoria e ricordo

Un immagine esposta nella mostra per i 75 anni dell’Ispettorato: Giovanni XXIII riceve l’Ispettorato (10 febbraio 1962)

La prefazione al catalogo della mostra allestita per i 75 anni di istituzione dell’Ispettorato di pubblica sicurezza vaticano

29 settembre 2020

Nella ricchezza molto variegata della nostra lingua si incontrano due vocaboli che solitamente vengono considerati come sinonimi, ricordo e memoria. In realtà, essi celano al loro interno una sfumatura significativa. Da un lato, il «ricordo», come suggerisce la stessa etimologia, è un «riportare al cuore» e rivela, quindi, un profilo personale, soggettivo e fin affettivo. D’altro lato, invece, la «memoria» si basa su dati, eventi, documenti ed è per questo che nella stessa Bibbia suppone un’oggettività storica: «memoriali» sono definiti, in particolare, due componenti fondamentali della fede. Innanzitutto, la liberazione di Israele nell’esodo dall’oppressione faraonica col dono della terra promessa, celebrati nella pasqua ebraica, e, in secondo luogo, l’eucaristia che, nella cena di Cristo, è memoria della sua morte sacrificale e della sua risurrezione pasquale.

Ebbene, questo volume è prima di tutto la «memoria» di una storia importante, quella vissuta dall’Ispettorato di pubblica sicurezza vaticano nei 75 anni della sua esistenza, a partire dall’ormai lontano 1945, una data per altro ancora segnata dalle ferite di una guerra tragica. La straordinaria sequenza di immagini che costellano queste pagine si svolge come un filmato, capace di ricomporre tappe e scene molto diverse, scandite anche dalla stessa vita ecclesiale. L’apparato documentario permette, poi, di approfondire quel filo iconografico, di rivelare aspetti sottesi, di ricomporre una trama di eventi che hanno segnato il cuore stesso della cattolicità, incarnato appunto dal Vaticano e dalla sua storia.

Uno dei motti famosi dell’antichità romana è: meminisse iuvabit, è bello e necessario fare memoria, anche di fatti aspri e non solo di quelli gioiosi. Il detto nasce da un verso dell’Eneide di Virgilio, il 2o3 del primo libro, in cui Enea esorta e rincuora i suoi compagni affermando che «forse un giorno sarà bello commemorare anche queste vicende» (forsan et haec olim meminisse iuvabit). Le pagine di questo libro, che è appunto «commemorativo», potranno essere non solo una ripresa del passato, ma anche uno stimolo ad affacciarsi sul futuro, davanti a scenari forse inattesi e imprevedibili, come è accaduto in questi ultimi tempi, prima col fenomeno drammatico del terrorismo e ora con la diffusione della pandemia. Essi hanno mutato profondamente l’orizzonte affollato che da sempre abbracciava e attraversava piazza S. Pietro, affidata proprio all’Ispettorato nella sua gestione.

Abbiamo, però, evocato anche il tema del «ricordo» che riveste un aspetto più personale. Effettivamente, da quando sono stato cooptato da Benedetto XVI a presiedere il Pontificio Consiglio della cultura, giungendo a Roma dalla mia sede originaria milanese, la vicinanza con l’Ispettorato è stata costante, anche per una semplice ragione di contiguità. Ogni mattina e ogni sera, dalla finestra della mia residenza in piazza della Città Leonina, il mio sguardo cade spontaneamente sull’edificio che ospita le donne e gli uomini dedicati alla sicurezza del flusso di visitatori che accedono alla basilica Vaticana e che prevalentemente non sono solo turisti ma anche pellegrini. Quando ho l’occasione di attraversare gli spazi circostanti e la stessa piazza San Pietro, è per me naturale riconoscere molti volti di poliziotti, incontrare i loro dirigenti, avere con loro anche contatti istituzionali.

Il ricordo diventa, quindi, quasi familiare: essi sono una presenza che attesta e conferma proprio il titolo che definisce la loro opera, «pubblica sicurezza». Il vocabolo è emblematico perché è connesso al latino curae che significa, sì, «cura, premura», ma anche «preoccupazione, impegno faticoso», persino «affanno». Sappiamo, infatti, quanto sia delicato il compito del rendere «sicure» persone e cose. Uno dei più famosi poeti del Quattrocento francese, François Villon riconosceva che «niente è più sicuro della cosa incerta» (rien n’est sûr que la chose incertaine): l’ostacolo, l’imprevisto, l’inatteso sono sempre in agguato nelle vicende umane.

È per questo che non solo i visitatori ma anche il Papa, i suoi collaboratori e tutti coloro che operano in Vaticano (e tra costoro c’è quindi l’attestazione personale) sono grati della «sicurezza» che viene offerta dalle donne e dagli uomini che giorno e notte s’impegnano in un’opera di vigilanza e di tutela. C’è, però, un altro termine da evocare.

Curiosamente nella lingua greca usata dalla Bibbia l’«ispezione» è espressa col vocabolo episkopê che è stato trasferito in italiano nella parola «episcopato». Anzi, nel libro biblico della Sapienza è Dio stesso che si intesta il dovere di un’«ispezione»-episkopê per proteggere i giusti e giudicare i malvagi. L’augurio che fiorisce dal mio «ricordo» affettuoso nei confronti di tutti i membri dell’Ispettorato è, allora, che essi abbiano sempre a modello questa figura divina suprema imitandolo nel suo agire così come lo canta il Salmista con gratitudine: «Tu osservi il mio cammino e il mio riposo, ti sono note tutte le mie vie» (Salmo 139, 3).

di Gianfranco Ravasi