· Città del Vaticano ·

Sulla barca di nonno Caronte

Particolare dalla copertina

«Se l’acqua ride», l’ultimo libro di Paolo Malaguti

08 settembre 2020

Che tempi ha l’adolescenza, periodo unico nella vita in cui le settimane sembrano mesi e i mesi decenni, tanto è il turbinio dei cambiamenti, tanta l’intensità di quello che si vive? E che succede poi se, insieme con noi, cambia definitivamente il mondo circostante? Sono queste alcune delle domande al centro del nuovo romanzo di Paolo Malaguti, Se l’acqua ride (Torino, Einaudi, 2020, pagine 200, euro 18,50), il cui protagonista è il giovane Ganbeto, che vive nella campagna del padovano.

La storia si snoda tra l’ottobre 1965 e l’ottobre 1966, l’anno della grande alluvione, tra Ganbeto alunno e Ganbeto «quasi apprendista» intermezzati da un’estate passata a bordo del burchio del nonno Caronte. Con una prosa poetica ed essenziale, condita dall’uso rassicurante del dialetto, Malaguti accompagna il lettore in un racconto capace di essere, insieme, unico e paradigmatico.

Il primo ottobre Ganbeto varca la soglia della scuola tra finestroni, soffitto irraggiungibile, lunghi banchi di legno scuro davanti alla cattedra; le uniche note di colore sono le cartine geografiche alle pareti, costantemente protese a raccontare un mondo che non c’è più, specchio — insieme — della precarietà dei confini e della sciatteria di una scuola che tutto confonde. Una scuola che è un altro mondo rispetto al quotidiano del ragazzino — non solo per gli spazi, i suoni, i tempi, ma anche per la lingua. Per quello che essa impone («Si era arrivati al lei, ma a quel punto ormai l’amara verità era di fronte agli occhi di tutti: imparare una lingua nella quale per dire voi si dice loro e per dire tu si dice lei non può essere una faccenda seria»), e per come si fa rispettare («da oggi in avanti, chiunque tra loro commetterà errori, dovrà versare, il giorno stesso o al più tardi il giorno dopo, 20 lire di ammenda per il reato di attentato alla lingua italiana. [...] Un quieto senso di colpa lo pervade di fronte all’ineluttabilità del tracollo economico cui condurrà la sua famiglia in pochi mesi»).

Sono i ruggenti anni Sessanta, e non è solo la vita di Ganbeto a essere oggetto di mutamenti profondi, repentini e quotidiani. Il “cesso” scompare per lasciare spazio al bagno, stanza che fa letteralmente irruzione nelle case («Il vecchio Giobatta, nonno di Scalia e mutilato dell’altra guerra, quando sono arrivati i murari ha tirato giù santi e madonne dicendo che era un’idea da macachi sporcaccioni quella di mettersi il cesso attaccato al letto, e che anche in trincea davanti al Piave [...] avevano avuto il buon senso di scavare le latrine lontane dai baraccamenti»). Nelle case arriva la televisione in bianco e nero, e con lei arrivano Carosello e il maestro Manzi, arrivano abitudini nuove da dover conciliare con le vecchie. Arrivano nuovi lavori che iniziano a incrinare quella tripartizione che da sempre aveva segnato la vita del paese, tra «chi va operaio alla Fabbrica, chi sta nei campi, chi parte sui burci».

I burchi, dunque, gli affusolati burchi dal fondo piatto al timone dei quali da sempre i barcari trasportano merci lungo la rete di acque che si snoda da Cremona a Trieste, da Ferrara a Treviso. Ormai i trasporti però viaggiano sempre più via terra, e ai pochi burchi che ancora resistono i più hanno messo il motore, abbandonando i ritmi lenti delle correnti e delle maree. Molti ma non tutti: c’è infatti — ed è il caso del nonno Caronte — chi non vuole cedere. Anche per questo inizialmente il mozzo Ganbeto a bordo della Teresina si sente invincibile, scivolando sull’acqua in un’estate epica. È la forza della nuova responsabilità, della fame di imparare, dell’esempio del nonno: gli attracchi, le osterie, le burrasche, il mare e la laguna, le campane di piazza San Marco, i coloriti modi di dire di Caronte e i suoi cappelli estrosi, le ragazze che s’incontrano.

È l’estate che traghetta Ganbeto dal mondo dei piccoli a quello degli adulti, quando una delle prime cose a cambiare è la percezione del tempo; quando si perde per sempre quella sensazione di mesi allungati all’infinito, quando «era già passato un po’ di tempo dall’inizio dell’estate, ma la fine era ancora lontana, un’eternità di vita davanti, prima dell’autunno».

Ganbeto è inebriato, ma quello che scorre davanti a sé lo vede bene. Non può fingere che nulla stia accadendo, lui che si trova a cavallo tra il vecchio e il nuovo nella sua vita e nella vita che lo circonda. Lui, capace di imparare la lezione più complessa e dolorosa di tutte: si cresce solo lasciando indietro qualcosa.

Attraverso lo sguardo dell’adolescente Gambeto in cui la trasformazione non è solo questione di altezza o di voce («che dopo un paio di mesi di alti e bassi si è finalmente attestata su un livello più profondo»), con delicatezza Paolo Malaguti invita a riflettere su cosa davvero sia il cambiamento, esito dell’intreccio tra l’età anagrafica dei singoli, la società mai immobile e la Storia che fa il suo corso.

«Va bene, pensa, è normale: poi arriva l’estate di San Martino e le cose si sistemano secondo i soliti ritmi. Ma ormai sa che non è vero, le cose cambiano. Anche quelle che sembravano dover durare per sempre scompaiono, macinate via da novità che a loro volta dureranno il tempo che devono durare, e poi saranno spazzate. Arriva il cambiamento, e subito tutti dietro (…) I cambiamenti bisogna seguirli. Non solo seguirli, bisogna dominarli, possederli. Altrimenti anche tu vieni macinato via».

di Silvia Gusmano