· Città del Vaticano ·

Subito licenziato quello che parlava troppo

Leone XIII in una foto d’epoca

MEDICUS PAPAE — L’OTTOCENTO

11 settembre 2020

Da Pio VII a Leone XIII solo specialisti discreti


Il secolo XIX si apre con l’elezione di Pio VII (1800-1823), dopo un conclave tenutosi sull’isola di San Giorgio Maggiore a Venezia per via dell’occupazione francese di Roma e durato centoquattro giorni. Il nuovo Pontefice scelse come medico personale Carlo Porta che era già stato medico del conclave, mentre come chirurgo di sua santità fu chiamato Camillo Ceccarini. In questo periodo molto difficile per la storia del papato altri medici si affiancarono alla persona del Pontefice, tra di loro Tommaso Francesco Prelà di Bastia (che avrebbe ricoperto l’incarico di ispettore dei medici, chirurghi e farmacisti nei rioni di Roma) e Domenico Morichini che dal 1801, con la riapertura della Sapienza, avrebbe tenuto la cattedra di chimica per oltre trent’anni.

Il pontificato di Pio VII non fu facile. Nel 1809 Napoleone, che aveva preso Roma, lo fece deportare in Francia. Cinque anni d’esilio nella terra d’oltralpe durante il quale ad accompagnarlo sia nel viaggio d’andata che di ritorno nell’Urbe nel 1814 ci fu sempre il dottor Porta. In particolare Papa Chiaramonti volle personalmente ricordare anche la figura di un altro medico, il francese dottor Ribes che aveva fatto parte del seguito papale nel suo rientro in Italia, «un uomo — nelle parole del Pontefice — di cui si ammiravano l’ingegno, la gentilezza e la riserbatezza nel parlare» (Alexis F. Artaud, Storia di Pio VII).

Al ritorno a Roma Tommaso Prelà fu nominato archiatra, mostrandosi assiduo nelle cure che richiedeva l’età che sopravanzava del Pontefice. Furono le conseguenze e le complicanze di una frattura del collo del femore avvenuta il 7 luglio del 1823 a causare la morte del Papa poco più di un mese dopo (20 agosto 1823), triste contrappunto a quanto egli aveva detto di se stesso al suo medico in occasione degli ottant’anni di «sentirsi in forza, pieno di coraggio, e di vedere con piacere di essere pervenuto ad un’età, cui non credeva di poter giungere» (Alexis F. Artaud, Storia di Pio VII).

A succedergli fu chiamato Leone XII (1823-1829), il cui archiatra fu Michelangelo Poggioli († 1850), già medico del conclave, che in seguito sarebbe stato anche il sanitario di Gregorio XVI (1831-1846). Poggioli, che oltre a essere un dottore era anche professore di botanica alla Sapienza, fu affiancato dal chirurgo Filippo Todini, il quale assistette il Papa nella malattia mortale, una grave forma di stranguria, che nel volgere di cinque giorni lo avrebbe portato alla tomba.

Il successore Pio VIII (1829-1830) non nominò, per il suo breve pontificato, nessun archiatra. A curarlo durante la sua ultima malattia fu Domenico Morichini († 1836), già medico di Pio VII. Gregorio XVI (1831-1846) immediatamente dopo l’elezione, «per la sua robusta salute non credette dichiarare il medico e il chirurgo» (G. Moroni). Per qualche lieve indisposizione faceva riferimento al professor Paolo Baroni († 1854) dell’Università di Bologna il quale, su chiamata dello stesso Pontefice, si trasferì a Roma con l’incarico di direttore generale della sanità militare e membro della Congregazione di sanità. Dal 1841 a seguire costantemente il Pontefice fu Benedetto Vernò, padre generale dell’ordine ospedaliero dei Fatebenefratelli, di cui in un breve del 1841 il Papa loda «la straordinaria abilità nell’arte medica e chirurgica» (G. Moroni). A partire dal 1845 la nomina a medico personale ricadde su Michelangelo Poggioli, già archiatra di Leone XII. Inoltre, ed è questa una notizia curiosa, per la prima volta si annovera tra i medici di Papa Gregorio anche un dentista, il professor Giovanni Melia.

Nel conclave che doveva eleggere Pio IX fu nominato medico Pietro Carpi, che era accorso al capezzale di Papa Cappellari, quando questi si era aggravato in seguito a una breve malattia di cui non si era ben valutata la gravità. Il nuovo archiatra che si accompagnò all’ascesa di Giovanni Maria Mastai Ferretti al soglio pontificio (1846-1878) fu invece Benedetto Viale Prelà. Nipote di quel Tommaso Prelà, ottimo clinico che era stato medico segreto di Pio VII. Questi prese l’incarico a partire dal 1856 dopo una brillante carriera che lo aveva visto, al tempo di Gregorio XVI, medico capo dell’Ospedale di San Giacomo degli incurabili e quindi nel 1836 inviato del governo pontificio ad Ancona per coordinare le azioni di contrasto a una epidemia di colera. Da questa esperienza sorsero le Osservazioni sull’epidemia, un’opera importante per l’epoca. In seguito (1837) aveva assunto l’incarico di medico del Palazzo pontificio e con esso quello di primario dell’Ospedale San Giacomo e quindi di membro, prima onorario e poi ordinario, dell’Accademia Pontificia dei Lincei. Nel 1856 era stato nominato medico personale di Pio IX e nel 1861 archiatra pontificio, carica che tenne fino alla morte († 1874).

Con la sua scomparsa veniva a mancare una figura che era stata centrale sulla scena sanitaria pontificia e ciò coincideva anche con il declino fisico del Pontefice. Un nuovo medico «fu subito licenziato per aver chiacchierato troppo» (Giacomo Martina, Pio IX, Roma, Editrice Pontificia Università Gregoriana) e nel 1877, a novembre, in occasione del peggioramento delle condizioni di salute del Papa, fu fatto venire da Padova il professor Vanzetti. Ma la situazione era ormai irreversibile e il 7 febbraio 1878, per gli esiti maligni di una bronchite, come certificato dai medici presenti, Antonini e Topai, Papa Mastai spirò «per una paralisi polmonare» (Luigi Gazzaneo, Il pontificato di Pio IX nella cultura dell’Ottocento e nello scenario del Risorgimento, L. Pellegrini Editore, 2000).

Medico personale di Leone XIII (1878-1903), successore di Pio IX, fu Giuseppe Lapponi (1851-1906), «archiatro di sua santità Papa Leone XIII», come egli stesso si definisce nel frontespizio del suo Compendio di medicina legale. A scorrere la bibliografia di questo medico i suoi interessi scientifici vanno dalle malattie veneree, alla tubercolosi e al tifo senza disdegnare l’ipnotismo e lo spiritismo, prendendo posizione a favore del primo, di cui considera l’utilità, e tacciando il secondo di immoralità. Si interessò anche ai miracoli di Lourdes (1858) e alle obiezioni che sollevavano i medici riguardo a essi. A lui si deve anche la formulazione dell’ipotesi, a partire da alcuni documenti ritrovati negli archivi vaticani, che le pietre della Santa Casa siano state trasportate nel XIII secolo a Loreto da una nobile famiglia bizantina di origine imperiale, gli Angelo, per strapparle alle devastazioni musulmane (cfr. Giuseppe Santarelli, Loreto. L’altra metà di Nazaret, Edizioni Terra Santa, 2016).

di Lucio Coco