· Città del Vaticano ·

Strada facendo

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30 settembre 2020

Va dritto al sodo don Augusto Zampini, segretario aggiunto del Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale: Papa Francesco, «anche con quel “tesoro” che sono le catechesi del mercoledì sul tema di guarire il mondo in questo tempo di pandemia», incoraggia tutti ad «affrontare la crisi per trasformarla in un’opportunità» per cambiare strutture e sistemi, non solo le persone. E proprio per dire «grazie al Papa» per le sue indicazioni, don Zampini — rilanciando la missione che sta portando avanti la Commissione vaticana covid-19 — era presente all’udienza, nel cortile di San Damaso, insieme con tre sue collaboratrici: l’argentina Josefina, la trentina Mariana e la messicana Marcela.

E uno stile originale per affrontare la crisi e trasformarla, appunto, simbolicamente in un’opportunità è stato testimoniato anche da alcuni pellegrini arrivati a Roma a piedi.

Don Claude Duverney compie proprio oggi 80 anni: ha scelto di festeggiarli con il Papa dopo aver camminato per 42 giorni sulla via Francigena: «Sono partito dal Gran San Bernardo, dove mi occupo di quattro piccolissime parrocchie, per vivere l’esperienza di un antico pellegrino. Venire a Roma, dal Papa, in treno o in auto è sicuramente più comodo ma non ha lo stesso sapore». Racconta gli incontri lungo il cammino e la bellezza di sapersi adattare al passo degli altri. Che abbia un pacemaker pare un dettaglio.

Don Claude, di origine svizzera, è stato anche per quindici anni sacerdote fidei donum della diocesi di Aosta in Senegal, nella diocesi di Kaolack, in una zona con pochissimi cristiani. E «in Africa vorrei tornare — dice — per rilanciare i tanti progetti di microcredito nati spontaneamente, strada facendo, tenendo conto delle esigenze vere della gente».

Don Claude è arrivato nel cortile di San Damaso con Roberto Morello, suo compagno di viaggio per tre giorni. «Ci siamo incontrati dopo Viterbo — racconta Morello — e per me condividere il passo con un sacerdote è stata una sorpresa e un’esperienza spirituale forte». Morello, che ha perso il suo lavoro come tecnico di teatro a causa della pandemia, aveva promesso alla mamma, morta tre mesi fa, che sarebbe venuto a Roma per vedere il Papa. «Da disoccupato — confida — ho scelto di non restare chiuso a casa ma di prendere un po’ di tempo per me: sostenuto dal bellissimo ricordo del Cammino di Santiago de Compostela, sono partito dalla mia Merano e ho camminato per 38 giorni sulla via Romea Germanica».

E il Papa non ha mancato di incoraggiare — firmando anche la “carta del pellegrino” — un francese arrivato a piedi da Marsiglia e una coppia di sposi che, anche loro a piedi, hanno percorso la Via Appia, passando davanti alla chiesa del Domine quo vadis. Al termine dell’udienza il Pontefice ha benedetto la statua di san Giuseppe, raffigurato con il Bambino in braccio, che domenica sarà collocata proprio nell’antica chiesa sull’Appia. «L’idea di un gesto di devozione a san Giuseppe è venuta, anche ascoltando le parole di Papa Francesco, alla gente che frequenta stabilmente il “Quo vadis”» spiega don Piotr Marcin Burek, postulatore generale della congregazione di San Michele Arcangelo. La statua di san Giuseppe sarà posta nel presbiterio, accanto alla statua dell’arcangelo Michele e all’immagine di Maria.

«Tappa fissa per i pellegrini che visitano le vicine catacombe di San Callisto e di San Sebastiano, la chiesa è un po’ un simbolo del discernimento — spiega — perché si trova proprio a un crocevia di strade e richiama ciascuno alla fedeltà alla propria missione». Infatti, fa presente il sacerdote polacco, «prende il nome da un’antica testimonianza orale: Pietro, fuggendo dalla città per evitare il martirio, incontra Gesù e gli domanda appunto “Domine, quo vadis? - Signore, dove vai?”. Ricevendo come risposta: “Venio Romam iterum crucifigi - Vengo a Roma a farmi crocifiggere di nuovo”. Pietro, comprendendo il rimprovero, torna indietro per affrontare il martirio e Gesù, secondo la tradizione, lascia impresse le sue impronte sulla strada». Per questo, aggiunge don Burek, «il titolo della chiesa è Santa Maria in palmis: vi è custodita infatti una pietra che, sempre secondo la tradizione, porta impresse le impronte dei piedi del Signore».