· Città del Vaticano ·

Sacralità del corpo e dono di sé

Lorenzo Lotto, «Allegoria della castità» (1505 ca.)

Donne e uomini nella Chiesa/4

10 settembre 2020

Riflessioni sulla castità nei religiosi


Siamo tutti abituati a parlare della castità dei religiosi e delle religiose, che è uno dei tre voti che essi pronunciano insieme a povertà e obbedienza, e a identificarla con la verginità. Anche per i sacerdoti, che vivono il celibato, si utilizza il concetto di castità, sottolineando così la dedizione totale a Dio e al suo popolo, implicante la rinuncia a ogni forma di coniugalità. D’altra parte, però, anche per il matrimonio ci si riferisce alla castità dei coniugi e delle loro relazioni, improntate a un amore non possessivo, ma reciprocamente oblativo.

Sorge, allora, un interrogativo che è semantico, ma anche profondamente legato all’esistenza concreta: cosa significa castità se può essere applicata a situazioni tra loro tanto differenti? Non si rischia di attribuirle una portata talmente ampia da renderla equivoca nel momento in cui si usa un rapporto a stati così chiaramente distinti? La risposta a tale interrogativo deve, ad avviso di chi scrive, articolarsi nella considerazione di almeno due livelli che, seppure connessi, sono, tuttavia, distinti e meritano ciascuno una particolare attenzione.

In primo luogo, la castità richiama alla sottolineatura della sacralità del corpo, delle donne e degli uomini, che non deve mai essere ridotto a oggetto amplificato, poiché esprime l’inviolabile interiorità della persona che non può prescindere da esso nella realizzazione di sé e della propria vocazione. Si tratta, cioè, di una visione unitaria e integrata della donna e dell’uomo, lontana sia dal materialismo riduttivo che dallo spiritualismo disincantato, in opposizione a qualsiasi dualismo, antico o recente. Vengono subito alla mente gli Esercizi spirituali di sant’Ignazio di Loyola, dove il corpo, con la sua concreta materialità e con il suo passaggio dal movimento alla quiete, partecipa attivamente alle esperienze dello spirito che giunge alla meditazione e, da questa, alla contemplazione dei misteri di Cristo.

In seconda istanza, ma con rilevanza non minore, la castità mette in evidenza la capacità del dono di sé, che è la forma suprema dell’amore, come risposta personale a quell’amore che ciascuno riceve da Dio. Tale dono di sé, ovviamente, si esplica in forme differenti nella consacrazione, nel sacerdozio e nel matrimonio, ma alla radice vi è la medesima volontà di non conservare gelosamente per sé ciò che si è ricevuto.

Solo apparentemente da queste considerazioni può scaturire un appiattimento uniformato che cancelli le peculiarità dei diversi stati di vita, rispondenti a ben precise chiamate di Dio, che non possono essere omologate. In realtà, la comune vocazione alla castità scaturisce dall’identico battesimo ed esso si configura come una risposta di un soggetto che è pienamente consapevole e responsabile della propria dignità di figlio o figlia di Dio. L’attenzione alla castità, condivisa nelle sue differenti attuazioni, infine, da una parte, sollecita a una sempre più matura assunzione della personale causa, mentre, dall’altra, può contribuire a creare nuove forme di comunione e di collaborazione tra coloro che vivono in differenti stati.

In questa prospettiva, può essere riscoperto e valorizzato il dono del sacerdozio e della consacrazione e diventano più chiare e trasparenti le parole di Papa Francesco che, nell’Amoris laetitia, pone al centro della sua riflessione la bellezza e la santità del matrimonio cristiano, pur con tutti i limiti dell’umana debolezza.

di Giorgia Salatiello