· Città del Vaticano ·

Riprendere il rapporto interrotto con la famiglia

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Il nucleo fondamentale della società e della Chiesa è la base anche per un nuovo futuro

08 settembre 2020

Durante questa crisi sanitaria, tutti noi abbiamo vissuto in modo totale le nostre famiglie, e, per molti, è stato bellissimo. Alla stessa maniera, è stato possibile meditare e riflettere sul senso dell’impegno e della funzione dell’associazioni familiari cattoliche. A questo proposito, rileggendo Amoris letitia, Laudato si’ e Familiaris consortio, l’invito è sempre lo stesso: la Chiesa non solo non può perdere il contatto con il “popolo” ma deve affiancarlo e accompagnarlo.

Partendo proprio da queste letture, come presidente delle associazioni famigliari cattoliche in Europa (Fafce), mi sono posto una domanda: come può cambiare il nostro servizio alle famiglie, dopo una crisi sanitaria, che lascia le famiglie stesse con più incertezze sul futuro e, spesso, nell’indifferenza generale?

Più volte, nel suo insegnamento, Papa Francesco ci invita a essere vicini alle famiglie, soprattutto se fragili, anche perché nella fragilità è più facile incontrare il Signore. Essere vicini alle famiglie significa mettere concretamente al centro la famiglia, e ciò perché la famiglia è il nucleo fondamentale di ogni relazione. Il 1° giugno 2017, ricevendo la nostra federazione, ci incoraggiò moltissimo in questo senso. Interpretando il suo pensiero e quello anche dei suoi predecessori, forse si può mutuare un brocardo latino: ubi familia, ibi ecclesia et communitas.

Ebbene, questo collegamento, diretto, tra la famiglia, da una parte, e la Chiesa e la communitas dall’altra, era chiaro e indiscutibile nel periodo precedente alla rivoluzione industriale.

In quel tempo, la famiglia svolgeva una funzione principale al servizio della comunità, essendone il nucleo economico e produttivo. Era necessario non solo il lavoro della famiglia ma anche la sua capacità di assicurare, in modo autonomo e sussidiario, la sopravvivenza dell’intera comunità.

La Chiesa, attraverso i suoi pastori, era al servizio della famiglia, accompagnandola e indicando il cammino verso Dio. La Chiesa dava senso alla vita delle persone, nell’annuncio della Risurrezione, insegnando la speranza e la carità. La concretezza di Dio era così vissuta dalle famiglie, che diventavano luogo della trasmissione della fede e Chiesa esse stesse. Ma non solo, lo stesso rapporto della Chiesa con i sovrani si fondava anche su questo ruolo di servizio della Chiesa nei confronti della famiglia, tant’è che molti pastori svolgevano anche un’importante funzione d’interpreti delle esigenze delle famiglie nei confronti del sovrano.

Tuttavia, va detto che tra le famiglie e la Chiesa, oggi come allora, l’aiuto è sempre stato reciproco: le famiglie offrono le vocazioni alla Chiesa, i pastori, grazie all’accompagnamento delle famiglie, sono stimolate a rinnovare, con parole nuove, l’insegnamento della buona novella.

Con la rivoluzione industriale, la famiglia perdeva la sua centralità. Da essere centro produttivo, essa cominciò a svolgere una funzione strumentale. Il centro del sistema produttivo era infatti non tanto nelle famiglie quanto nelle fabbriche, cui le famiglie fornivano forza lavoro assicurando capitale umano di qualità.

La Chiesa, in questo contesto, doveva gestire il potere sempre più assoluto dello Stato. Laddove possibile, era, infatti, la Chiesa a suggerire, spesso, il buon senso ai governanti, da una parte, e a mantenere unita la comunità delle famiglie, dall’altra, garantendo in questo modo la pace sociale.

Nonostante le difficoltà e le contingenze, le famiglie rimasero solide e anche la Chiesa non smise mai di svolgere il suo ruolo profetico di luce nel mondo al fianco delle famiglie, che potevano sempre contare su pastori santi e capaci di non far dimenticare alle famiglie la presenza di Dio, consolandole nella speranza.

Nel recente passato, questo ruolo della Chiesa è stato più difficile da svolgere.

La ragione è semplice, le famiglie non hanno offerto più solo forza lavoro, e i suoi membri sono diventati consumatori, dando così forza non più solo allo Stato ma anche alle multinazionali e al potere finanziario.

In conseguenza di ciò, purtroppo, il “consumismo” ha infettato la nostra società. Il “consumo” dei beni, come la droga, ha così confuso le persone, sempre più in difficoltà a dare senso alla propria vita. Anche la famiglia non è stata più vissuta come luogo di realizzazione della persona, persona che è diventata così più individuo.

Le nostre famiglie, anche quelle cattoliche, sono rimaste sempre più sole e fragili.

Oggi, nell’epoca della globalizzazione, la situazione è addirittura peggiorata.

Il capitalismo non cerca più nelle famiglie forza lavoro. Grazie ai processi di lavorazione meccanizzati, il sistema produttivo non ha bisogno di quel capitale umano formato solo in famiglia. Si muove e si stabilisce, fin tanto che la mano d’opera è a buon mercato, nei Paesi in via di sviluppo. Così facendo, questi Paesi saranno sempre più sfruttati, mentre le famiglie degli altri, mancando di salari dignitosi, ricorrono imprudentemente all’indebitamento, per mantenere il proprio tenore di vita.

A causa proprio di questo indebitamento sempre più alto, in quei Paesi, le famiglie, oggi, non servono neppure per generare i consumatori del domani.

Non è un caso che l’inverno demografico (peggiorato ulteriormente dalla crisi in corso) sta mettendo a repentaglio il futuro della nostra società, proprio oggi quando la famiglia, non svolgendo alcun ruolo sociale ed economico, è ritenuta non più “utile” al sistema produttivo.

È triste dirlo, ma il capitalismo considera oggi la famiglia come un ramo secco, un malato terminale.

Oramai, la grande finanza guarda alla famiglia solo perché è interessata al suo risparmio, che in alcuni paesi (come in Italia) è ingente, ed è considerato un tesoro di cui appropriarsi.

Una volta perso (con mezzi più o meno leciti) anche il risparmio, la famiglia certamente non scomparirà; non le sarà tuttavia permesso di svolgere, in modo autonomo e sussidiario, alcuna funzione economica e sociale, e sarà trattata come un qualsiasi clandestino, ai margini della società.

Prima che questo momento arrivi, occorre fermarci e riflettere sul nostro futuro e su quello delle famiglie.

Tuttavia, occorre farlo subito. Infatti, al di là di analisi sociologiche, politiche o economiche, una cosa certa è che, in questo contesto, la famiglia soffre, tra le altre cose, soprattutto di solitudine, e se la famiglia soffre, soffrono di più gli ultimi, gli emarginati. Nessuna istituzione, infatti, può aiutare, come le famiglie, i poveri, gli orfani, gli immigrati in modo continuativo e non emergenziale.

Ma non solo, se la famiglia soffre, anche la Chiesa soffre.

Senza famiglia, la Chiesa è senza gregge, e senza Chiesa, la famiglia è senza pastore.

Questo legame indissolubile si dà troppe volte per scontato, da parte sia delle famiglie sia della Chiesa. La prima ha perso la dimensione spirituale a causa della secolarizzazione, la seconda forse dimentica a volte l’odore del gregge anche a causa di difficoltà oggettive (come per es. la scarsità dei sacerdoti o la poca disponibilità delle famiglie stesse), che rendono meno facile il contatto con il popolo.

Ecco, proprio per recuperare questo legame indissolubile tra le famiglie e la Chiesa, al termine di questo lungo excursus e dopo molte riflessioni, in qualità di presidente delle associazioni familiari cattoliche in Europa, mi sento di sollevare la questione di un nuovo patto tra le famiglie e i loro pastori.

Nel 2015, a Firenze, il Santo Padre ha parlato chiaramente di cambiamento d’epoca, incoraggiando tutti noi a guardare al futuro senza paura, rimanendo uniti come popolo e confidando nel Signore che ci condurrà sulle strade del mondo.

Per raggiungere un tale obiettivo, occorre spendere la nostra vita di laici battezzati, sforzandoci di essere creativi e missionari, recuperando, in modo integrale, reciprocità e comprensione con i nostri pastori.

Penso che le famiglie cattoliche, dopo questo periodo di crisi sanitaria, abbiano acquisito una coscienza nuova della funzione necessaria e insostituibile dei pastori. Senza pastori, senza la loro guida e la loro fisica frequentazione, perfino l’Eucaristia rischia di diventare un rito, virtuale, svuotato della sua realtà e concretezza, così come anche Papa Francesco ha sottolineato lo scorso 17 aprile.

Tuttavia, i nostri pastori non possono essere lasciati soli in questo difficilissimo servizio, ma dovranno essere aiutati a curare il disagio della solitudine, accompagnando le famiglie nella vicinanza, nella verità e nella speranza.

Per questo le nostre associazioni dovranno svolgere un ruolo nuovo, senza aver paura — come dice il presidente del Forum delle associazioni familiari italiano, Gianluigi De Palo — di “sporcarsi le mani” e di “lavare i piedi” delle nostre famiglie, facilitando altresì il mantenimento di quell’unità indissolubile tra famiglie e Chiesa.

di Vincenzo Bassi