· Città del Vaticano ·

Presentata una ricerca dell’Università cattolica

Religioni e flussi umani

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26 settembre 2020

Il ruolo della religione nelle traiettorie dei richiedenti asilo e dei migranti, la geografia religiosa dei paesi d’origine, la spiritualità come fattore di resilienza e adattamento, la trasmissione dei valori religiosi all’interno delle famiglie migranti, il contributo delle organizzazioni religiose e del dialogo interreligioso nel processo d’integrazione e per la coesione sociale, l’educazione religiosa nella scuola pubblica come strumento di rafforzamento della cittadinanza democratica: è tutto questo Migrazioni e appartenenze religiose, la ricerca promossa dall’Università cattolica del Sacro Cuore, realizzata da un’équipe multidisciplinare di esperti, che è stata presentata ieri mattina durante il convegno «La religione del migrante: una sfida per la società e per la Chiesa», tenutosi, in collaborazione con la Conferenza episcopale italiana, nella sede del Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale. L’evento è stato organizzato alla vigilia della Giornata mondiale del migrante e del rifugiato: «Il tema della ricerca rientra nel mandato che Papa Francesco ha dato alla Sezione migranti e rifugiati del Dicastero», ha detto in apertura il sotto-segretario della sezione, cardinale Michael Czerny, riprendendo il messaggio del Pontefice per l’evento di domani.

Non minaccia identitaria, piuttosto strumento di integrazione e di promozione del bene comune: attraverso concetti-chiave (de-strumentalizzare la religione, ri-umanizzare i migranti e con loro creare uno spazio pubblico) la ricerca multidisciplinare ha l’obiettivo di restituire il giusto spazio alla dimensione religiosa nella comprensione e nella governance della mobilità umana e della convivenza interetnica.

La presentazione dello studio è stata affidata al direttore scientifico della ricerca, Laura Zanfrini, ordinario di Sociologia delle migrazioni e della convivenza interetnica all’Università cattolica, e a padre Fabio Baggio, sotto-segretario della Sezione migranti e rifugiati del Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale. Al convegno — durante il quale è intervenuto anche David Sassoli, presidente del Parlamento europeo — è stato inoltre presentato il volume finale della ricerca, Migrants and Religion: Paths, Issues and Lenses. Seguirà, nelle settimane successive, un ciclo di webinar dedicati all’approfondimento di aspetti specifici, attraverso l’intervento dei diversi ricercatori coinvolti nello studio (sociologi, filosofi, psicologi, giuristi, politologi, teologi) svolto tra Italia e Medio Oriente nel triennio 2016-2018. A partire dalle testimonianze dei migranti che si sono lasciati alle spalle esperienze di persecuzione e conflitti su base religiosa — ha spiegato Zanfrini — la ricerca offre spunti preziosi per riflettere sul confine sempre più discusso tra migrazioni forzate e volontarie, questione centrale nell’agenda dei paesi europei, ma anche per rafforzare la consapevolezza dei principi della libertà religiosa e del pluralismo religioso, oggi posti sotto attacco in molte nazioni.

Affinché si dispieghi il potenziale positivo della religione i ricercatori individuano alcune condizioni che chiamano in causa la responsabilità delle autorità di governo, del sistema di accoglienza, della scuola e delle stesse organizzazioni religiose. Tra esse: la disponibilità ad ascoltare i migranti e le loro storie, che ne fanno dei testimoni viventi dell’importanza dei diritti religiosi e del loro inscindibile legame con la libertà personale; il riconoscimento della dimensione religiosa e spirituale all’interno dei percorsi di accoglienza e di integrazione; il rispetto dei diritti religiosi (delle minoranze e della «maggioranza»), l’educazione al pluralismo religioso e al principio di laicità dello Stato; la capacità di trasformare il pluralismo religioso dei contesti scolastici e di vita quotidiana in “palestra di cittadinanza”; la “ri-alfabetizzazione” religiosa delle nostre società, indispensabile per instaurare un autentico confronto con chi proviene da altre tradizioni religiose ed esige che esse siano riconosciute nello spazio pubblico.

Per monsignor Stefano Russo, segretario generale della Conferenza episcopale italiana, intervenuto al convegno, i flussi umani che caratterizzano ormai da decenni l’immigrazione verso l’Italia e l’Europa «hanno posto di fronte alla necessità di fare i conti con un duplice scenario sociale e religioso: quello dei paesi d’origine dei flussi migratori e quello, anch’esso delicato, dei paesi di destinazione». Questi ultimi, in particolare, «sono chiamati a confrontarsi con un profondo cambiamento nella composizione etnica, linguistica e religiosa della propria popolazione residente. Di contro, proprio la più tradizionale identità religiosa italiana, ed europea e occidentale, quella cristiana, negli ultimi anni è stata ripetutamente evocata in chiave polemica, a protezione di un’Europa minacciata dall’arrivo di immigrati e richiedenti asilo che professano una fede differente». Il segretario generale della Cei, citando un celebre discorso di Giovanni Paolo II sulle comuni radici cristiane delle nazioni europee, ha poi osservato che «non sarebbe corretto individuare nella religione un elemento di per sé di conflitto e di contrapposizione». Tutt’altro. Come si evidenzia nello studio dell’Università cattolica, «in un quadro di ri-umanizzazione la religione può diventare una componente costitutiva di un processo di co-costruzione dello spazio pubblico». Può fungere, insomma, da elemento aggregante, di dialogo e di cooperazione nella costruzione delle comunità.

Anche secondo monsignor Claudio Giuliodori, assistente ecclesiastico generale dell’Università cattolica del Sacro Cuore, «non tenere in adeguata considerazione il fattore religioso rappresenta un elemento di grande criticità nell’approccio al fenomeno migratorio e nella gestione della convivenza interetnica». La ricerca «dimostra ampiamente che ci troviamo di fronte a un pregiudizio ideologico che impedisce di cogliere adeguatamente il ruolo della religione nei processi migratori e di integrazione».

Per il cardinale Angelo Bagnasco, presidente del Consiglio delle conferenze episcopali d’Europa, la religione non può essere una questione privata: «Riconoscere che la dimensione religiosa è parte integrante della persona è essenziale affinché la società sia non accondiscendente ma giusta verso ogni uomo». Il porporato ha invitato a non confondere laicità e laicismo e ha evocato due criteri da prendere in considerazione. Innanzitutto, «come la religione ha la possibilità di mettere in guardia la ragione dall’auto-affermazione che fa perdere il contatto con la realtà, così la ragione può vigilare circa ogni eventuale forma di chiara violenza che potrebbe essere presente in ogni credo così come in ogni ideologia, cultura e società». L’altro criterio è la «prova della storia», quella che richiede la fatica del pensare e del rigore scientifico: «Se dalla religione nasce una visione e un modo di vivere allora i secoli e i millenni sono testimoni della fecondità o meno delle diverse forme religiose. E noi cittadini europei ne dovremmo essere più consapevoli e più grati».