· Città del Vaticano ·

Raccontare il divenire per cogliere l’essere

Gian Lorenzo Bernini «Ratto di Proserpina» (1661)

Un saggio di Piero Boitani sulle «Metamorfosi» di Ovidio

18 settembre 2020

È una dichiarazione d’amore, schietta e senza fronzoli, quella che Piero Boitani (professore emerito dell’Università di Roma La Sapienza) rivolge alle Metamorfosi di Ovidio, un libro concepito «per sfidare il tempo e vincerlo». L’opera, infatti, si apre con l’inizio del mondo e si chiude con la metamorfosi iniziale — la glorificazione — del suo autore, «al di là della sua vita e della sua epoca» spiega Boitani in Ovidio. Storie di metamorfosi (Bologna, il Mulino, 2020, pagine 150, euro 14).

Rileva Boitani (vincitore nel 2016 del premio Balzan per la letteratura comparata) che c’è un solo libro antico che può rivaleggiare con l’Odissea quanto a fascino e a potenza narrativa: le Metamorfosi, appunto. E chi adora l’Odissea — Boitani stesso si dichiara suo appassionato lettore — non può non amare le Metamorfosi che, in realtà, ne sono quasi l’opposto.

«Quanto quella è ordinata — osserva — eppure sempre sorprendente, sequenza dall’inizio alla fine, con dei flashback che la rendono ancora più avvincente, tanto queste sembrano una congerie caotica e anarchica nella quale il lettore, a tutta prima, si smarrisce sbigottito, senza capire più nulla, e poi spalanca gli occhi stupito quando comincia a vedere i nessi, le corrispondenze, i contrasti».

Sono duecentocinquanta storie che nascono una dall’altra a velocità vorticosa e riassumono l’intera mitologia classica. Il principio che regola tali storie è quello della continua trasformazione. «Approccio geniale e sensazionale — scrive Boitani — perché raccontare il divenire come forma più vera dell’essere è impresa di non poco conto». E narrare le favole della mitologia sub specie metamorphoseon richiede un’ispirazione e un’impostazione particolari, e penna a un tempo «rapida, leggere e ferma».

Occorre avere la capacità sia di “vedere” i corpi e immaginarli in movimento continuo, sia di ascoltare le voci e di riprodurle con concisione estrema ma con eco infinita. Per suggellare tale processo s’impone l’esigenza di comprendere fino in fondo quali passioni si agitino nell’animo di donne, uomini e dei determinandone le trasformazioni.

Nel prologo Boitani illustra l’obiettivo di questo libro: rendere conto della sua passione per le Metamorfosi, sottolineando in primo luogo la dimensione narrativa del poema, le sue sequenze, i suoi snodi e la sua struttura.

Allo stesso tempo, nell’impossibilità di discutere l’intera raccolta, l’autore intende «sfiorare» i tanti temi che lo percorrono, da quello della natura a quello dell’arte, dall’animo femminile alla violenza, dai rapimenti all’amore coniugale, dalle vicende di Tebe a quelle di Troia e di Roma.

Ricorda Boitani che nelle Lezioni americane Italo Cavino cita le Metamorfosi quasi a ogni pagina, facendone una sorta di modello della «leggerezza», ovvero una delle sei qualità che dovrebbero contraddistinguere la letteratura del nostro millennio. La leggerezza, dice Calvino, è «un modo di vedere il mondo che si fonda sulla filosofia e sulla scienza» ma che «si crea nella scrittura, con i mezzi linguistici che sono quelli del poeta».

È una leggerezza che ben lungi dall’essere sinonimo di disimpegno e tantomeno di superficialità, si configura al contrario quale strumento per indagare a fondo la realtà e i suoi repentini mutamenti, così da introdurre il lettore alla conoscenza del mondo.

A conferma dell’alto valore — letterario, morale, psicologico — legato alle Metamorfosi, Boitani ricorda che sommi autori hanno attinto all’opera e hanno fatto esplicito riferimento a Ovidio. Nella Divina Commedia Dante colloca Ovidio nella “bella scola” dei grandi poeti classici del Limbo, e lo sfida nel celebre “vanto” (Inferno XXV) quando descrive la doppia metamorfosi dei ladri fiorentini: «Taccia di Cadmo e d’Aretusa Ovidio». Poi impiega due episodi ovidiani per illustrare punti cruciali all’inizio del Paradiso. Quando invoca Apollo a entrare nel suo petto e spirare come fece quando scuoiò vivo Marsia e quando, poco dopo, descrive il proprio “transumanar” soltanto per mezzo di un’allusione all’episodio di Glauco. Il pescatore che, vedendo saltare di nuovo in mare pieni di vita, grazie a un’erba di cui si erano nutriti, i pesci che aveva preso, volle anche lui assaggiare quel cibo e divenne all’istante «consorto in mar degli altri dei»: divinità marina, ben oltre la condizione umana.

Dal canto suo, Shakespeare riempì i suoi drammi di citazioni ovidiane. Basti pensare — rileva Boitani — all’addio di Prospero agli spiriti e alla magia nella Tempesta, ovvero uno dei punti più alti dell’intera sua opera. Ebbene tale passo è ripreso quasi parola per parola dal discorso di Medea nel libro VII delle Metamorfosi.

Il poema contiene scene di cruda violenza. Come se Ovidio volesse riconoscere, al fondo del divenire che inizia con l’età del ferro, la rabbia, la perfidia e la crudeltà, che fanno parte del tessuto stesso del cosmo. Licaone, il tiranno di Arcadia, taglia la gola a uno degli ostaggi, butta una parte del corpo a stufare nell’acqua bollente e rosola il resto sul fuoco. Ma non fa in tempo a servirlo a tavola che la punizione di Giove, suo ospite, lo raggiunge: gli rovescerà addosso la casa. C’è quindi la lunga storia di Medea, che culmina con l’assassinio dei suoi figli, e c’è poi il terribile destino di Filomela, violentata dal cognato Tereo, che le taglia la lingua per impedirle di parlare. La ragazza trova ugualmente il modo di informare la sorella Procne, la quale si vendica imbandendo a Tereo un banchetto con le carni del figlio Iti.

Uno dei temi ricorrenti dell’opera è quello dell’artista. «Una serie di figure — scrive Boitani che con somma maestria padroneggia, per poi divulgarli con chiarezza, i numerosissimi elementi che compongono le Metamorfosi — lo incarnano e lo declinano nel corso del poema». Medusa, Aracne, Pigmalione, Orfeo: ciascuna di queste figure aggiunge qualcosa a un ritratto dell’artista che non è mai, sino alla conclusione del poema, definitivo. Medusa costituisce «il momento assoluto, totalizzante, dell’arte». Senza intervento umano, infatti, il volto crinito della Gorgone trasforma all’istante chi lo guardi in statua di marmo, oppure in sasso, in rupe, in montagna.

Nei libri finali delle Metamorfosi, dall’xi al XV, Ovidio si sposta gradualmente verso la guerra di Troia, le peregrinazioni di Ulisse, e infine verso Roma e i suoi miti. Incastonandolo tra questo materiale, all’inizio del libro XV, il poeta colloca il discorso che, a Crotone, Pitagora rivolge a Numa Pompilio. «Evidentemente — osserva Boitani — esso ha grande importanza agli occhi di Ovidio, che ne riempie più di quattrocento versi. In effetti, sebbene l’incontro fra il sapiente e il futuro re di Roma sia un’invenzione fantastica, e quantunque lo stesso Pitagora accumuli nel proprio discorso dottrine provenienti da ogni sorta di fonti, la funzione di “riepilogo microcosmico” delle Metamorfosi che hanno le sue parole è chiara». È insomma attraverso un “mito” del tipo di quelli di Platone, con Pitagora nella figura di sommo sapiente, che Ovidio sceglie di avviarsi alla conclusione del poema. Nel discorso il filosofo e matematico greco comincia a narrare i primordi del mondo e le «cause delle cose». È come se — nota acutamente l’autore — il maestro di Samo recitasse l’inizio della filosofia naturale (cioè di quella che sarà la scienza) e del pensiero filosofico alla maniera di Aristotele nel primo libro della Metafisica, ma «con il vigore poetico» di un Lucrezio.

Pitagora passa poi a “cantare” l’immortalità dell’anima e giunge, echeggiando Lucrezio, al cuore della sua argomentazione, vale a dire a quel «tutto muta, nulla muore», al «tutto scorre, e ogni immagine si forma nel movimento», che rappresentano l’eco precisa del “panta rei” di Eraclito, la sostanza stessa della poesia delle Metamorfosi, del “divenire” che lo domina.

L’ultima metamorfosi del poema è quella di Giulio Cesare in astro Giulio, la cometa che comparve dopo la sua morte. Venere si lamenta che quest’ultimo discendente suo e di Iulio sia destinato a essere ucciso da una congiura, e ne porta l’animo in cielo, dove essa splende luminosa come un fuoco. Dall’alto Giulio “vede” le opere future di Ottaviano. Dietro Cesare si taglia l’ombra di Augusto, il nuovo principe, che ha espugnato Modena, sconfitto Antonio e Cleopatra ad Azio, conquistato l’Egitto, dato nuove leggi a Roma e al mondo. Anche Augusto, dopo aver governato la terra intera, avrà la sua apoteosi in cielo: Augusto che ha esiliato Ovidio. Ma proprio Ovidio, in esilio sul Mar Nero, come Pitagora a Crotone, conclude le Metamorfosi con sé stesso. «Il poeta — sottolinea Boitani – sa di aver composto un libro che durerà per sempre. Non lo potranno cancellare né l’ira di Giove, né il fuoco, né il ferro, né il tempo che tutto divora». Allora venga pure, quando sarà il momento, la morte del corpo. Con la «parte migliore» di sé, egli salirà all’eterno, più in alto delle stelle. Allora Ovidio sarà come Virgilio e Orazio (quest’ultimo cantava di aver eretto «un monumento più eterno del bronzo») e il suo nome resterà indelebile. Il “popolo” lo leggerà ovunque si estende la potenza romana e per tutti i secoli, grazie alla fama, egli vivrà. Anzi, di più: diventerà, in virtù di un’ultima metamorfosi, la sua stessa Fama.

di Gabriele Nicolò