· Città del Vaticano ·

Questione di sopravvivenza

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Il custode di Terra Santa sulla colletta del 13 settembre

08 settembre 2020

«La colletta del venerdì santo è ogni anno la fonte di sostegno principale della Custodia di Terra Santa, ma quest’anno rischia di essere anche la sola», esordisce subito con tono accorato padre Francesco Patton, 56 anni, da quattro custode dei luoghi santi della redenzione. «Dobbiamo sempre ricordare che la nostra Chiesa è una piccola Chiesa nel contesto del Medio oriente, chiamata però a un compito grande per la Chiesa universale. Qui i cristiani sono circa il 2 per cento della popolazione: è chiaro che da soli, senza l’aiuto delle altre Chiese, non potremmo mai farcela».

Da sempre la Chiesa locale (ma anche di Giordania, Siria, Libano, Egitto, Cipro e Rodi) vive del supporto e della generosità che le Chiese di occidente non fanno mancare ai cristiani che in questa terra tengono viva la memoria della storia della salvezza. Nel 1974 Papa san Paolo VI istituzionalizzò e regolamentò la Colletta del Venerdì santo con l’esortazione apostolica Nobis in animo. La preoccupazione di padre Patton è tuttavia oggi ben fondata. Come è noto, a causa del lockdown causato dalla pandemia di covid-19 il Santo Padre ha disposto di spostare la colletta a domenica 13 settembre, il giorno prima della festa liturgica dell’Esaltazione della Santa Croce (che ricorda il ritrovamento della Croce di Gesù da parte di sant’Elena, e cioè l’inizio del culto pubblico a Gerusalemme e della costruzione della prima basilica del Santo Sepolcro). «Sono ben consapevole — riprende il custode — delle difficoltà connesse a questo spostamento: l’affluenza nelle Chiese in occidente è tutt’oggi abbastanza limitata, le attività pastorali a settembre non sono ancora riavviate, molte parrocchie e diocesi versano anch’esse in una situazione economica precaria, e soprattutto tanti tra i benefattori degli anni passati sono in sofferenza economica. Ma per la vita dei cristiani di Terra Santa è essenziale che la colletta di quest’anno sia generosa almeno come quelle degli anni precedenti. Da questo punto di vista sono grato all’Osservatore Romano di farsi eco al nostro appello. Il vostro giornale è sicuramente il più letto tra i vescovi di tutto il mondo e sono certo che nella loro sensibilità per le nostre sorti sapranno sostenerci come sempre, magari sostituendo il pellegrinaggio in Terra Santa con un pellegrinaggio virtuale e generoso. Noi qui a Gerusalemme non vediamo un pellegrino ormai da sei mesi. La città vecchia è deserta. Nella basilica del Santo Sepolcro possono entrare solo venti persone per volta e dal venerdì alla domenica rimane chiusa».

E i pellegrinaggi, come è noto, «sono l’altra grande fonte di sostentamento della Custodia, ma soprattutto sono la fonte di reddito esclusiva per migliaia di famiglie, soprattutto cristiane, che lavorano nell’accoglienza turistica e nel commercio».

Praticamente da sei mesi, spiega Patton, «i nostri bilanci vedono solo uscite e nessuna entrata. Eppure le spese corrono: tutti i lavoratori ricevono regolarmente lo stipendio, gli insegnanti delle nostre scuole sono normalmente remunerati anche se molte famiglie non ce la fanno a pagare le pur esigue rette, e poi i venticinque santuari che ricordano la vita di Gesù in questa terra, e che custodiamo, necessitano comunque di una manutenzione ordinaria anch’essa costosa. Ma, vorrei che fosse chiaro, sostenere la Custodia significa solo marginalmente sostenere la gestione dei santuari e la vita dei circa trecento frati. Significa piuttosto aiutare a sopravvivere questa piccola ma coraggiosa comunità di cristiani. Il 90 per cento dei fondi che raccogliamo con la colletta sono destinati alle attività pastorali e sociali. Fra le pastorali mi preme soprattutto ricordare le parrocchie guidate dai nostri confratelli in Siria, che stanno ormai raggiungendo la triste boa dei dieci anni di guerra civile, e a cui ora si aggiungono gli effetti tragici della pandemia. Parlavo giusto ieri con il nostro parroco di Aleppo, che mi raccontava della disperazione diffusa per la mancanza di ossigeno nei reparti di rianimazione. Anche i nostri frati sono rimasti vittime del covid; l’ultima, solo pochi giorni fa qui a Gerusalemme, il padre Feras Herazjm».

E poi l’attività pastorale e sociale: «I cristiani di Betlemme che vivono soprattutto di turismo religioso non vedono un quattrino da sei mesi. Noi cerchiamo di aiutare tutti, ma non è facile. Cerchiamo di dare priorità alle famiglie più in difficoltà e alle scuole. Le scuole sono il presupposto necessario per un futuro di pace nella regione. Sono frequentate anche da tanti giovani musulmani: interpretiamo fino in fondo lo spirito espresso da Papa Francesco nel Documento sulla fratellanza umana. Per la pace mondiale e la convivenza comune, firmato lo scorso anno ad Abu Dhabi insieme al grande imam di Al-Azhar, Ahmad Al-Tayyeb».

Lo stesso disagio vale per i lavoratori stranieri immigrati in Israele che «con la pandemia hanno perso il lavoro, ma non possono tornare nei loro Paesi. E poi i tanti profughi e rifugiati dell’area, in Giordania, Libano e Siria. La situazione in Libano è disastrosa: il Paese è ormai alla bancarotta, risalgono le tensioni tra le fazioni e l’esplosione al porto di Beirut ha provocato circa 300.000 senzatetto. Il nostro convento — ricorda il custode — è stato semidistrutto e un frate è stato estratto ancora vivo dalle macerie. Capite dunque da questo tanto rapido quanto tragico giro d’orizzonte come aiutare la Custodia di Terra Santa con la Colletta del Venerdì santo, o meglio del 13 settembre, significhi principalmente dare una mano a fronteggiare tutte queste difficili situazioni. Sono certo che i vescovi e le comunità cristiane di tutto il mondo anche in questo anno difficile per tutti non mancheranno di far sentire la loro generosità: Gerusalemme è patrimonio di tutti i cristiani».

E i lavori di restauro alla basilica del Santo Sepolcro che erano stati annunciati già lo scorso autunno? «Purtroppo sono sospesi», risponde con amarezza padre Patton: «È un vero peccato perché questo tempo senza pellegrini sarebbe stato ideale per svolgere i lavori nella basilica senza creare troppi disagi. Ma come è noto le frontiere sono chiuse, e i tecnici delle università coinvolte nel progetto non possono raggiungere Israele». Malgrado la pandemia la situazione politica in Israele è comunque in fermento; è di pochi giorni fa la notizia dello storico accordo tra Stato israeliano ed Emirati Arabi Uniti. «Si — riprende il custode di Terra Santa — questo è un momento importante; dopo gli accordi di Begin con l’Egitto e Rabin con la Giordania, gli Emirati sono il terzo Paese arabo a pacificarsi con Israele. Può essere l’inizio di un percorso che forse potrà coinvolgere anche altre nazioni. Salutiamo con soddisfazione questa intesa, ma ci auguriamo che presto possa realizzarsi un accordo di pace non solo con i vicini di casa ma anche con i coinquilini. Io spero tanto che in un futuro non lontano si possa girare in Medio oriente così come oggi si viaggia tra i Paesi dell’Europa, senza restrizioni e in libertà. È inutile che le aggiunga che aiutare la Custodia significa aiutare un operatore di pace, significa mettere un piccolo ma non insignificante tassello al processo di dialogo e comprensione reciproca. Questo i vescovi e le comunità cristiane di tutto il mondo lo sanno, perciò sono certo che il 13 settembre sapranno essere generosi come sempre, e di più».

di Roberto Cetera