· Città del Vaticano ·

Quello che salva (e non è la letteratura)

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16 settembre 2020

La letteratura è un fatto umano e non è mai qualcosa di neutro nei confronti della vita: è la lezione che Pier Vittorio Tondelli ha dato con lealtà e coerenza fino ad avvertire i propri scritti, in Camere separate, con gelosia e vergogna, «come il suo corpo spogliato».

Nell’ottobre del 1991, aveva preso la decisione di provare a scrivere un libro in cui avrebbe descritto le messe a cui aveva partecipato di recente. Il titolo sarebbe stato Sante Messe e avrebbe dovuto chiudersi «con la messa ultima, quella in cui voi accompagnerete le mie spoglie». Quest’ultima trova rispondenza con la Messa del Dies natalis, di cui aveva scritto negli appunti a matita che era solito prendere a margine dei libri della sua biblioteca personale. Appunti che ho scoperto nel luglio del 1996 lavorando proprio in quella biblioteca che era stata trasferita nella casa del fratello: «Così arriverò alla Messa in Dies Natalis, quella a cui dentro o fuori la basilica dei Santi Quirino e Michele parteciperà il mio corpo scarnificato. Da una parte mi piacerebbe la sontuosità, che il feretro venisse portato a mano fin davanti alla scalinata e adagiato in terra e tutto il Credo della Messa di S. Cecilia di Gounod, con i tromboni, i timpani, i piatti... o all’opposto il Miserere degli improperi dell’Asioli che mi sono sempre piaciuti». Tondelli, annotando ai margini della Traduzione paolina di Testori, immagina il proprio funerale nei termini della processione correggese del Venerdì Santo. Esso è definito messa del Dies Natalis, espressione che è tradizionalmente usata dalla Chiesa per indicare il giorno della morte e della «nascita al cielo».

Qualche giorno prima e precisamente nella notte tra il 7 e l’8 settembre 1996, sempre su quelle stesse pagine aveva annotato: «Tutta questa ricerca del passato, questo ossessivo andare all’indietro e ricordare particolari apparentemente insignificanti, questa felicità anche del ricordo, se è servita ad alleviare il senso di colpa e di nuovo a capire le ragioni della vita ora, improvvisamente, parlando con G. non basta più, ora è un intoppo, una stupidaggine. È vero. Io ho sempre pensato che la scrittura avrebbe potuto, magari in anni e col lavoro, “salvare” la storia miserrima (...) (la mia) in un canto epico [l’espressione “canto epico” è sottolineata]... (un epos). E forse ci sarei riuscito (...). Ma non sarà così. La letteratura non salva, mai tantomeno l’innocente. L’unica cosa che salva è la fede [ma qui Tondelli ha un ripensamento e tra l’articolo e il sostantivo inserisce in maiuscolo la parola] Amore e la ricaduta della Grazia che [è] come il temporale».

Queste parole appaiono di forza dirompente. L’appunto tondelliano ricorda drammaticamente le parole di Jean Cocteau a Jacques Maritain: «La letteratura è impossibile, bisogna uscirne, ed è inutile cercare di tirarsene fuori con la letteratura perché solo l’amore e la Fede ci consentono di uscire da noi stessi». L’assoluto della scrittura è la “finzione più alta”. La letteratura non salva più niente perché incapace di trasfigurare la realtà in epos. Tondelli, proiettando la propria esperienza di scrittore in un orizzonte di senso, vede che l’epos stesso è impotente, cioè non inutile, ma debole, servo della vita e non assoluto. Dalla lettura degli appunti comprendiamo come la scrittura avesse assunto per Tondelli un valore tendenzialmente soteriologico: essa, cioè, veniva investita della possibilità di sublimare epicamente la storia personale, garantendo una sorta di “divinizzazione”, cioè la fama e l’elevazione delle vicende umane in un “olimpo”.

Il 14 settembre 1991, giorno del suo compleanno, Tondelli scriveva in uno spazio bianco alla fine del terzo capitolo sempre della Traduzione di Testori: «Oggi 14 settembre ‘91 giorno del mio 36° compleanno ho provato l’umiliazione della croce e della madre dell’innocente. La vergogna. Voglio stare chiuso in questa stanza e non uscirne… È una giornata di festa e di Gloria per la Chiesa, la gloria del patto di redenzione. Ma io sono sopraffatto nei miei errori». Il senso tragico e ustionante degli appunti non deve condurre a una lettura moralistica, che non renderebbe ragione al senso di queste parole da leggere con estremo rispetto. A vincere contro il forte «assoluto» della «finzione più alta» resta la «vergogna della carne», cioè la percezione della fragilità e della contingenza, ma soprattutto l’Amore, la fede, la Grazia e il parto della redenzione: una manciata di parole, che sono, per parafrasare una bella espressione tondelliana, come un seme di vita sepolto nella propria mortalità. Più precisamente la vergogna di cui parla Tondelli nel suo appunto non è riducibile a una mera vergogna di carattere morale. Nasce su un altro piano. È qualcosa di più radicale ed esistenziale: «la vergogna di essere carne», come si legge in Camere separate. Riguarda infatti l’aspetto “carnale” della vita che implica dolore, violenza, vergogna, limite, “finitezza e separatezza”: la carne è, biblicamente, ciò che c’è di fragile, debole e perituro nell’uomo. Restano nell’appunto citato la “festa”, la “Grazia” e “la gloria del patto di redenzione”, che è una splendida espressione per dire la forza salvifica della croce di Cristo.

A questo punto forse risulta più chiara quale sia la natura degli appunti annotati sulla Traduzione testoriana. Essi sono o il primo abbozzo di un progetto chiaro, cioè Sante Messe, o — se vogliamo essere più prudenti — alcune note sparse, che poi hanno generato l’idea del progetto. Sante Messe dunque probabilmente avrebbe toccato, come fanno gli abbozzi citati, il senso dell’essere scrittore, il rapporto con la letteratura, e non da una posizione estranea, ma proprio interna ad essa. Tondelli pare non uscire mai dalla dimensione letteraria: è il suo punto di osservazione. Proprio dal suo interno però, dichiara che letteratura non salva. Ecco allora emergere il suo vero compito: essa interpreta, aiuta a capire «le occasioni della vita» che non «stupiscono mai abbastanza nella loro insensata frammentarietà»; raccoglie i «fili intrigati e sparsi del proprio passato».

di Antonio Spadaro