· Città del Vaticano ·

Quella mano che strappa l’erba cattiva

Gesù e la Maddalena a Cavenago Brianza

Il ciclo pittorico con le «Storie della Passione di Cristo» dell’oratorio di Cavenago Brianza

22 settembre 2020

«Al mattino, quando mi sveglio vado a vedere il giardino e la prima cosa che faccio è strappare l’erba cattiva». Così mi disse anni fa una zia ora novantenne. Con suo marito a lungo si presero cura di un breve corridoio di terra posto di fronte a casa, costeggiante il cortile della stessa abitazione. In quella striscia rettangolare erano coltivati ortaggi, poche piante da frutto (susine e ciliegie se non ricordo male) e qualche fiore.

Mi piace l’immagine che mi ha lasciato in memoria. È fertile. All’inizio della giornata lo sguardo si affaccia su cose domestiche dai colori e gusti buoni ma presto si posa sulla gramigna e altre piante mortifere che infestano e che possono dilagare minacciando quel bene. Quindi una mano con un gesto fermo e forte strappa, eliminando ciò che può nuocere. Gesti ripetuti ogni giorno (gli zii a volte rinunciavano alle vacanze estive per curare il giardino) e diventati naturali come quegli arbusti e fiori da curare. Riporta ad un ciclo di vita, morte e rinascita di cui il giardino è simbolo pregiato.

L’eco biblica è forte: non solo nella Genesi ma in più passi di libri sacri il giardino, l’acqua che lo irriga ritornano spesso ad indicare sguardi nuovi e promettenti. Tuttavia nell’Eden appare il male, strisciante ma a tratti affascinante; alcune piantine che infestano i terreni, prese a sé, hanno infatti un aspetto gradevole. Solo gli occhi e l’esperienza di un buon giardiniere sanno distinguere.

Una figura, quest’ultima, su cui molti sguardi artistici e letterari si sono posati e più volte hanno suggerito profonde riflessioni sul senso del vivere e del morire. Desideriamo presentare un’immagine di arte sacra presente in un ciclo pittorico poco noto ai più, recentemente studiato anche dagli studenti del mio liceo e in attesa di restauro. È riferita a un tema iconografico ricorrente nella storia d’arte sacra, convenzionalmente nominato Noli me tangere. «Non mi toccare» dice il Cristo risorto a Maria Maddalena con un gesto della mano: un invito forte che l’amato rivolge all’amata perché un bene maggiore appaia fra loro. Un gesto distanziante che mi piace associare a quel che viviamo in questi giorni e a quella mano che strappa l’erba cattiva.

In un bell’oratorio campestre di origine medievale e con una pregiata ristrutturazione quattrocentesca, a Cavenago Brianza (provincia di Monza e Brianza), ammiriamo una parete affrescata che conclude l’unica navata e con un arco di trionfo incornicia il presbiterio della piccola chiesa. Nel ciclo pittorico risalente al Cinquecento con le Storie della Passione di Cristo tra gli episodi descritti compare quello dedicato all’incontro tra il Cristo e la Maddalena. Nel mattino del giorno dopo il sabato, la donna scambia Gesù risorto per il “custode del giardino” (Giovanni, 20, 11-18). Altri maestri hanno dipinto questo racconto, inverosimile ma vero nella fede. Ricordiamo Giotto a Padova (Cappella degli Scrovegni) dove la Maddalena appare con uno splendido manto rosso da cui escono braccia drammaticamente protese verso il “suo Signore”, finalmente riconosciuto dopo che questi l’ha chiamata per nome. Un’analoga scena, sempre di Giotto, si trova ad Assisi nella Basilica Inferiore. C’è poi il raffinato Noli me tangere del Beato Angelico dipinto in una cella nel convento di San Marco a Firenze dove la stessa donna si protende delicatamente con le sue braccia aggraziate verso il Cristo. Questi tiene nella mano destra una vanga e con i piedi sembra levitare e danzare su un prato fiorito, all’interno di un giardino recintato e piantumato con eleganti arbusti. Il Gesù di Cavenago Brianza si distingue da più colti interventi soprattutto per il suo abbigliamento: una lunga tunica scura e un cappello a tesa larga, da giardiniere; nella mano sinistra sorregge una vanga. Non è un caso che la chiesa in cui si trova questo dipinto si chiami Santa Maria in Campo; ancora oggi si trova tra i campi, benché non distante da una trafficata autostrada. L’artista, appartenente alla bottega cremonese dei Campi (come sostiene Graziano Vergani in I dipinti di Santa Maria in Campo nella vicenda storica della salvezza, a cura di Tarcisio Vergani, 2015) ritrae il Cristo in modo realistico sottolineando quel ruolo che le scritture ricordano. Lo disegna con finezza e semplicità vicino alla donna che solo dopo un importante richiamo lo riconosce inginocchiandosi davanti a lui. Ancora una volta il naturalismo pittorico lombardo sorprende nella sua forza espressiva e sa restituire una lettura diretta e profonda del testo evangelico. Maria Maddalena non avrebbe potuto identificare subito quell’uomo così vestito e il luogo stesso — un cimitero — la portò al fraintendimento. Il riconoscimento è invece promosso da una chiamata esplicita: «Maria!», che favorirà la scoperta della vera identità sia del Cristo che della stessa donna. Un richiamo che comporta una nuova nascita poiché, come la Sulamita del Cantico dei Cantici, Maria Maddalena ha lì ritrovato il suo innamorato.

La creazione primitiva è così ritrovata in un giardino che richiama, come quello edenico, il “regno di Dio”: uno spazio misterioso in cui il Cristo è di scena. Uno spazio dove la vita risorge grazie ad una Parola che sorprende e che invita a lasciare tutto per favorire nuove colture.

Come all’«apostola degli apostoli» (così è chiamata Maria Maddalena sin dai primi Padri della Chiesa) a ogni donna e uomo è chiesto di iniziare la giornata in un pur piccolo giardino. Lì è promessa una vita nuova capace di vincere anche la gramigna peggiore.

di Antonella Cattorini Cattaneo