· Città del Vaticano ·

Quella finestra (non solo sul cortile)

Anthony Perkins nei panni di Norman Bates

Quando la cinepresa del maestro del brivido scava nei recessi dell’animo umano

08 settembre 2020

La cinepresa è usata da Alfred Hitchcock come una sonda per penetrare nei recessi più remoti e inconfessati dell’animo umano, per ghermire i segreti altrui, guardando senza essere visti, con una sete di conoscenza che oscilla tra il gusto del gossip e la tendenza alla morbosità. In alcuni dei capolavori del regista inglese riveste un ruolo nevralgico, talora ostentato, talvolta in filigrana, la “finestra”, ovvero quello spazio che permette all’osservatore indiscreto di carpire stralci e lembi del tessuto esistenziale altrui. L’effetto principale e inevitabile, che Hitchcock sortisce e gestisce con maestria, è quello di rendere lo spettatore un voyeur, involontario ma al contempo attivo complice dell’attore che spia. Nell’immaginario collettivo sono incise, in modo indelebile, alcune immagini topiche di Psycho: la celeberrima scena della doccia e la sedia, nel finale, che lentamente gira. Ma c’è un fotogramma che rischia di passare inosservato ma che in realtà è molto significativo perché eloquente riguardo allo stile cinematografico del maestro del brivido. Verso l’inizio, la cinepresa — seguendo l’avido sguardo del protagonista, Norman Bates — si insinua attraverso l’apertura di una finestra del motel per infrangere l’intimità tra una donna, Marion, e il suo amante, Sam. Successivamente, Norman rimuoverà un quadro nel suo ufficio che nasconde un buco attraverso il quale egli può spirare i movimenti di Marion nella sua camera. All’epoca alcuni critici inarcarono perplessi il sopracciglio, avanzando riserve in merito a questo modo di fare cinema: quasi scandaloso, a loro avviso. In realtà Hitchcock ha avuto il coraggio di esibire senza veli l’istinto, più o meno pronunciato, che è in ogni persona, ovvero quello di conoscere i “segreti” dell’altro, a prescindere dall’uso o dall’abuso che di essi il voyuer farà. «Siamo tutti dei voyuer della vita del prossimo, ma quasi nessuno lo ammette» dichiarò Hitchcock. Un pensiero, questo, che ha la sua sublimazione ne La finestra sul cortile, in cui Jeff, il protagonista, costretto sulla sedia a rotelle dopo un incidente, per passare il tempo spia, appunto, dalla sua finestra i movimenti dei vicini: per più di due ore lo spettatore è complice di Jeff, e non c’è spettatore che, in questo atto tanto indiscreto quanto intrigante, non si senta progressivamente stimolato ed elettrizzato. Sfidando dunque la critica Hitchcock, attraverso il suo genio, ha avuto l’ardire di mettere a nudo una delle debolezze insite nell’animo umano, dando a suo modo ragione a Oscar Wilde che soleva sentenziare: «Chi dice la verità prima o poi verrà scoperto».

di Gabriele Nicolò