· Città del Vaticano ·

Quel muro (crollato) attorno a «La dolce vita»

Padre Nazareno Taddei

A cento anni dalla nascita del padre gesuita Nazareno Taddei

09 settembre 2020

«Papà licenziato perché lodò La dolce vita». È il titolo di un pezzo a firma di Carlo Verdone uscito su «La Lettura» del «Corriere della sera» lo scorso 30 agosto. Si tratta di uno squarcio del film di Fellini che oltre a dividere la critica portò al licenziamento di Mario Verdone dal «Il Quotidiano» come ci ricorda il figlio Carlo. Il libro da cui Carlo trae le fonti è conservato nella biblioteca dei Verdone e tra i miei scaffali grazie agli anni in cui sono stato membro del Cda del Centro Sperimentale. Si tratta di un volume curato da Domenico Moretti e Giuseppe Ricci dal titolo La dolce vita raccontato dagli archivi Rizzoli. Dopo averlo sfogliato, mi sono accorto che «L’Osservatore Romano» è intervenuto nella polemica ben sei volte. Nella mia libreria conservo anche un altro volume Le mie vite allo specchio, pubblicazione del complesso corpus diaristico di Gian Luigi Rondi dal 1947 al 1997 (Edizioni Sabinae). In data 14 febbraio del 1960 si trova una equilibrata lettura dell’episodio: «Quanti non condividevano la diagnosi pessimistica de La dolce vita avevano diritto di dirlo (in modo urbano, però) esercitando quegli stessi diritti di libertà che avevano consentito a Fellini di esprimerci il suo pensiero con il suo film». Poi ricorda come la sua stessa «difesa del film» l’abbia riproposta «su “Concretezza”, il mensile diretto da Giulio Andreotti e sulla “Fiera Letteraria”, il settimanale diretto da Diego Fabbri». Così ho chiamato Carlo Verdone dopo aver letto il suo pezzo. La nostra riflessione è volata sulla questione Fellini e La dolce vita e sul riferimento al padre gesuita, Nazareno Taddei. Nel 2005 gli avevo consegnato il Premio Speciale Robert Bresson quando ero presidente dell’Ente dello Spettacolo. È stato Carlo a suggerirmi di scrivere di questo Premio sia perché non è conosciuto sia perché era stato l’Ente dello Spettacolo a consegnarlo, una scelta di rilievo visto che il film fu classificato come “sconsigliato” proprio dal Centro Cattolico Cinematografico. Per questo ho deciso di onorarne il ricordo nel centenario dalla nascita del padre regista e teorico.

Il Premio fu consegnato il 24 novembre del 2005 al monastero di Santa Scolastica che, come disse l’allora Abate «non sembri un luogo strano perché» esistono «legami strettissimi tra mondo monastico benedettino e la Compagnia [di Gesù]. Ogni volta che viene eletto il nuovo generale, una delle prime celebrazioni che il generale eletto fa è proprio al Sacro Speco di Subiaco». Quell’evento non fu semplicemente la consegna di un Premio, ma un vero e proprio momento ecclesiale con la presenza dell’arcivescovo Francesco Cacucci e del vescovo Farina. Aspettavamo anche monsignor Zaccheo che ebbe però un imprevisto. Ricordo di aver ricevuto alcuni scritti dei padri gesuiti e anche di critici. Tra le lettere mi decisi a leggere una in particolare: quella di Fabrizio Costa. «Finalmente un riconoscimento a un uomo — scriveva — che ha fatto molto per la cultura e per la storia del pensiero dell’Italia. Mi rincresce molto non poter presenziare al premio che l’Ente dello Spettacolo attribuisce al padre Taddei… Tuttavia vorrei scrivere qui due parole di ringraziamento e di testimonianza del lavoro svolto in tutti questi anni dal padre. Mi pare fosse il 1972 quando per la prima volta incontrai il padre Taddei nella sua sede di via Siria a Roma. Ero un ragazzino con una gran voglia di fare il cinema, frequentavo l’università di lettere dopo aver preso la maturità in una scuola di gesuiti a Roma. Fu proprio il rettore della scuola che mi consigliò di chiedere consiglio a Taddei per intraprendere la difficile e, per allora, misteriosa carriera del cinema. L’incontro con il padre fu per me indimenticabile: in poche parole mi spiegò che il cinema era un linguaggio e che per praticarlo e per leggerlo bisognava impararlo proprio come se fosse una nuova esperienza della mente. Di questa esperienza ne feci tesoro. Presi a collaborare con il padre Taddei per tanti anni. Feci importanti incontri soprattutto nelle scuole dove presiedevo dei cineforum, ma soprattutto imparai il metodo critico della realtà che mi permise di focalizzare uno stile. Oggi racconto storie per e con immagini grazie a quello stile maturato in quegli anni... Il metodo ti consente di proseguire sulla tua strada con coraggio e coerenza artistica. Questa è la strada che mi ha insegnato il padre Taddei».

Il Premio, nato dal confronto con l’allora direttore dell’Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali monsignor Claudio Giuliodori e l’allora segretario generale Cei, il cardinale Giuseppe Betori, ha avuto due momenti speculari: la testimonianza di monsignor Cacucci e la riflessione teorica del professor Francesco Casetti. «Esprimo gratitudine per questo momento — disse monsignor Cacucci — che diventa anche per me colmo di commozione… Più di 50 anni che padre Taddei vive questo servizio alla comunicazione sociale nell’ambito della Chiesa… Il mio primo incontro risale appena sacerdote proprio a uno dei primi, forse il secondo corso specifico... Per 10 giorni abbiamo fatto, per così dire, una indigestione di lettura strutturale del film che… ha segnato la mia vita».

Su padre Taddei e la vicenda de La dolce vita molto è stato scritto sia a livello divulgativo sia accademico. Mi limito a ricordare gli studi di Tomaso Subini, il libro di Antonio Costa,  Federico Fellini. La dolce vita (Torino 2020) quello di Richard Dyer,  La dolce vita, (Londra, 2018) e quello di Stephen Gundle,  Dolce vita.  Sesso, potere e politica nell’Italia del caso Montesi, (Milano 2012).

Al di là della vicenda sofferta, legata al caso del film di Fellini che padre Taddei ripercorrerà nel suo discorso in occasione del Premio, in quella occasione è stato importante l’intervento di Francesco Casetti. «Ho accettato molto volentieri l’invito di don Dario… cosa che mi ha portato a rileggere i libri che avevano marcato una fase importante di studio e a riflettere su una stagione grande di Taddei... il gruppo di libri che Taddei ha scritto negli anni Sessanta: Il trattato di teoria cinematografica, Lettura strutturale del film e Giudizio critico del film. Collocare molto brevemente questi tre libri che poi si affiancano alla straordinaria attività di organizzatore culturale e anche all’attività di regista (noi abbiamo alcuni suoi film in deposito in Università Cattolica). Collocarlo in questa stagione strana della teoria del cinema che sono stati appunto gli anni Sessanta. Arrivo subito al punto. Padre Taddei con i suoi libri ha scompaginato le carte, è entrato, come si direbbe con linguaggio moderno sportivo, a gamba tesa su alcune cose. L’atmosfera italiana era un’atmosfera ancora che viveva fortemente, diciamo, l’ultima stagione del realismo. Il neorealismo e l’ipotesi mimetica del cinema come misesi della realtà erano ancora fortemente portati avanti; ed ecco che padre Taddei, soprattutto con il Trattato di teoria cinematografica ci ricorda un’altra verità apparentemente elementare ma poi non tanto elementare: il cinema è anche e soprattutto linguaggio. Contro l’ipotesi mimetica, l’ipotesi che in quegli anni si stava sviluppando su un altro fontre: l’ipotesi semiologica… L’idea del cinema come linguaggio comporta che Taddei mette in luce non solamente la differenza tra l’immagine e la “cosa rappresentata”, ma mette in gioco l’intero quadro di quello che si può chiamare il processo di significazione. Dunque il cinema come linguaggio e processo di significazione che il cinema riesce a sviluppare».

Fino a questo punto poteva apparire un momento celebrativo di una persona che certamente aveva segnato la storia della presenza della Chiesa nel mondo della comunicazione, ma il valore di quel momento al Monastero di Santa Scolastica doveva ancora essere svelato. E lo sarà proprio dalle parole di Taddei, quell’eco ha segnato una novità rispetto alla lettura delle incomprensioni e contrapposizione nella Chiesa rispetto al film La dolce vita.

«Benvenuti a tutti. E a tutti una sola parola… ma una sola parola con una g molto grossa che deve comprendere tutto: “grazie”, la parola è grazie. A chi? A chi ha organizzato questo premio che per me costituisce un piccolo ma importante evento nella storia della Chiesa italiana — così ha esordito padre Taddei —. Piccolo per lo scarso spessore che ha avuto la mia presenza in questo club, ma storico perché con questo premio è stato fatto crollare un muro di incomprensioni e di diffidenze che c’era tra due Enti dedicati allo stesso scopo, nello stesso nome di Cristo che non potevano collaborare… uno dell’autorità ecclesiastica, l’Ente dello Spettacolo, e l’altro dell’autorità religiosa, almeno dalla Compagnia di Gesù. Il mio lavoro è sempre stato benedetto e sostenuto dalla Compagnia di Gesù e soprattutto dai miei tre padri generali che ho vissuto; forse qualcuno non avrà notato, e io l’ho notato, che qui a rappresentare la Compagnia di Gesù in questo giorno c’è soltanto uno scolastico che non ha nessuna autorità a rappresentare la Compagnia di Gesù ed è uno scolastico, studente ancora, destinato ad essere professore in una università del Brasile, il nostro giovanissimo padre Pampaloni, l’unico, che penso non rappresenti la Compagnia di Gesù e credo che nessuno gli abbia dato questo incarico. Comunque voglio dire che anche se la Compagnia di Gesù non è presente fisicamente in questa giornata devo dire con tutta sincerità e con tutta la forza con cui lo posso dire che alle spalle di questo premio c’è anzitutto la Compagnia di Gesù perché è la Compagnia di Gesù che mi ha messo in questa strada, che ha capito subito fin da allora l’importanza di questo incarico». Per la verità la Compagnia di Gesù aveva fatto pervenire un biglietto di vicinanza e partecipazione.

Taddei non cita mai il caso La dolce vita ma fu proprio l’uscita del film di Fellini e le recensioni su “Letture” del padre che alzarono “quel muro” di incomprensioni e diffidenze con il Centro cattolico cinematografico (confluito nell’Ente dello Spettacolo) e il mondo ecclesiastico istituzionale. Nel discorso padre Taddei ha ripercorso l’inizio del suo impegno nel mondo della comunicazione.

«Ero in Seminario a Trento, al confine con l’Austria che era appena diventata Reich. Avevamo dei collegamenti per cui venivamo informati di quello che succedeva e, dicevo: ma come mai Hitler è riuscito a fare queste cose qua? Risposta unica: radio, cinema. Hitler è riuscito a fare quel che ha fatto nel bene e nel male, soprattutto nel male, perché si è servito della radio, dei giornali e poi, quando è arrivato, del cinema. E allora nella mia giovinezza, avevo 16 anni circa, mi sono detto… educazione all’immagine…. Ma educazione cosa vuol dire? Capire che cosa dicono questi media per poterci contrapporre. Ma come ci possiamo contrapporre? Ed ecco il secondo settore della mia attività: l’educazione con l’immagine».

Taddei collaborò con la Rai a partire dagli inizi degli anni Cinquanta. Nel 1953 ricevette, dall’allora cardinale di Milano Schuster, l’incarico di curare le trasmissioni della Rai di Milano e se ne occupò fino al 1960. Durante il premio ricorderà: «Per due volte la Rai con i miei lavori, per due volte, ha vinto il primo premio internazionale della televisione, per due anni di seguito 1958/1959 (probabilmente si riferiva a due documentari Tra gli zingari e Disse: alzati e cammina che ricevettero il premio internazionale Unda). Non mi inorgoglisco perché sarebbe stupido, non le ho scritte io quelle cose, le ho scritte sotto dettatura, non era roba mia, era roba del Padre Eterno».

La conclusione del discorso a braccio — di cui qui alcuni stralci dalla sbobinatura — torna ancora una volta al senso più profondo per lui: il premio che chiude una stagione, lunga e sofferta, di sospetto e contrapposizione aperta proprio nel 1960. «Fabrizio Costa ha detto: finalmente qualcuno che fa un riconoscimento, e questo va bene. Ma riconoscimento alla provvidenza perché tutto nel mondo è provvidenziale… Notate bene che la sera prima che io sapessi che mi era stato attribuito il premio, stavo preparando il convegno che adesso si farà appunto a febbraio, e in pieno accordo con i miei collaboratori avevamo deciso di invitare a parlare al convegno, cosa che non era mai stata accettata, proprio quelli dell’Ente dello Spettacolo: pensate se non è provvidenza questa. E il giorno dopo mi dicono: ti abbiamo assegnato il premio. Voi avete fatto crollare il muro da parte vostra, io ho cercato di far crollare il muro da parte mia, quindi tutto è provvidenziale ed è un fatto storico che un Ente dell’autorità ecclesiastica e un Ente dell’autorità religiosa, che non hanno mai potuto lavorare anzi, la cui collaborazione è stato molto spesso rifiutata, questi due Enti si trovano oggi, in questa giornata, in questo piccolo evento, che è molto più grosso di quello che può sembrare. È un avvenimento storico e quindi quel grazie che ho detto con la g grossissima è chiaro che il primo grazie va all’Ente dello Spettacolo che mi ha assegnato il premio, a tutti quelli che hanno partecipato, a quelli che sono stati nominati, a quelli che non sono stati nominati ma che sono nel mio cuore… quindi un bel grazie a tutti».

di Dario Edoardo Viganò