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Povertà e lavoro la rivoluzione di Chiara

L’icona di Santa Chiara e delle prime sante dell’o rd i n e , realizzata da Madre Pierpaola Nistri, abbadessa del monastero di Grottaglie (Taranto)

Sguardi diversi

26 settembre 2020

Le sue «sorores extra monasterium servientes»: sorelle, non serve


Nell’immaginario collettivo Chiara è vista sempre all’interno del cono d’ombra di Francesco, legata a lui da un amore più o meno sublimato. Il film di Franco Zeffirelli del 1972, Fratello Sole, sorella luna, che ebbe uno straordinario successo, contribuì a ribadire questo stereotipo. Chiara invece fu una santa dotata di grande coraggio e indipendenza e di una fortissima personalità.

Quando Chiara aveva incominciato a frequentare Francesco era giovane, nobile, ricca e bella: così la descrive al processo di canonizzazione Giovanni di Vettuta, il famiglio di casa. Dalla madre aveva ricevuto una profonda e radicata educazione religiosa: su questa modulava la propria scala di valori, vestendo ad esempio assai modestamente per ricordare a se stessa la solidarietà con i diseredati attraverso la povertà presa a modello, di Cristo e della Madonna. Tutto quello che però Chiara vedeva intorno a sé nella società di Assisi o che doveva subire in famiglia — la pressione perché accettasse di prendere marito e il successivo rifiuto di Chiara avranno notevolmente aumentato le tensioni — era profondamente in contrasto con quanto le suggeriva il suo foro interiore. Rifiutando il matrimonio, avrebbe avuto davanti a sé un destino obbligato; appassire in casa o farsi monaca di clausura. In questo secondo caso i suoi le avrebbero assegnato una dote e nel monastero, essendo lei una nobile, avrebbe vissuto con i privilegi di nascita.

A diciotto anni la dobbiamo immaginare irrequieta ed infelice, agitata da indistinti desideri senza un progetto appagante. Fu Francesco a sollecitare gli incontri con quella giovinetta, rimasti per un po’ di tempo riservati e segreti.

Ascoltando Francesco, Chiara ebbe la sorpresa di ascoltare i suoi stessi pensieri, ma distesi in un progetto che aveva già preso forma e chiarezza. Il modo di vivere della giovane fraternità, così nuovo, e così antico perché ripercorreva la strada di Cristo, di Maria e degli apostoli, sarebbe stato il suo. Suo e delle future compagne. Chiara era finalmente arrivata là dove avrebbe da sempre voluto trovarsi e dove intendeva rimanere definitivamente. Non agì però in maniera precipitosa, le occorse tempo per fare una scorta di coraggio che le bastasse tutta la vita. Uscì dalla casa paterna di Assisi nel 1211 o nel 1212 e non vi fece mai più ritorno: visse per circa quarant’anni nel piccolo monastero di San Damiano con la madre Ortolana, le sorelle Agnese e Beatrice, le nipoti Balvina e Amata, e le sue consorelle che la adoravano, fino alla morte, avvenuta l’11 agosto del 1253.

Chiara fu costretta ad accettare il titolo di badessa e formalmente la clausura, ma non volle mai che la sua comunità potesse contare sulle rendite di proprietà fondiarie, come tutte le altre comunità claustrali, dove le monache, dedite ad una vita di ascesi e di preghiera, dovevano contare su mezzi di sostentamento esterni.

Chiara come Francesco volle vivere nella più radicale povertà: si scontrò con Gregorio ix — una monachella della piccola Assisi contro il Papa! — pronto a dispensare Chiara dal voto di povertà, dal non possedere nulla né singolarmente né in comune, e che avrebbe voluto dotare il monastero in modo da mitigare quel diniego assoluto. Ma Chiara si oppose con decisione incrollabile e in nessun modo si lasciò convincere. E quando il pontefice replicò «Se temi per il voto, noi te ne dispensiamo» Chiara rispose «Santo Padre, a nessun patto e mai, in eterno, desidero essere dispensata dalla sequela di Cristo». («Vieni e seguimi»: così aveva risposto Gesù alla domanda del giovane ricco che cercava la perfezione, secondo Matteo 19, 21).

Chiara non vuole possedere nulla, come Francesco. Vuole mantenere la mente libera e rifiuta recisamente compromessi con ogni forma di potere. Lotta tutta la vita con la Curia e con le gerarchie ufficiali dell’Ordine francescano non solo perché sia riconosciuto, come si è detto, il diritto di esercitare con le compagne l’altissima povertà, ma anche per preservare il suo legame fraterno con Francesco, l’appartenenza alla medesima famiglia, e la condivisione di una medesima forma vitae, pur declinata con le cautele di una versione al femminile. I primi frati unitisi a Francesco lavoravano, accettando come compenso solo il cibo quotidiano. Non dipendevano dalla carità degli assisiani. Chiara volle che anche le sue monache lavorassero. Il lavoro manuale contribuiva a mantenere un contatto con il mondo. Quello che le monache producevano doveva essere distribuito «pro communi utilitate», per l’utilità di tutti, scrisse Chiara, e non soltanto a beneficio del monastero. Chiara già verso la trentina era molto malata; stette inferma a letto circa ventotto anni, filando ininterrottamente seta o lino perché le consorelle confezionassero poi la stoffa sottile dei corporali (uno degli elementi dell’arredo liturgico ancora oggi in uso per la celebrazione eucaristica), e le relative borse «coperte de seta e de sciamito», portati prima a benedire dal vescovo e poi distribuiti alle chiese della città e della diocesi.

Chiara fu la prima donna a scrivere una regola per le donne; in precedenza le monache erano state costrette ad adattare alle loro esigenze una regola scritta per gli uomini. La regola di Chiara è una regola belllissima, che non si basa su rigide prescrizioni ma che demanda tutto alla coscienza della monaca, all’applicazione di amore e di pace del Vangelo. Chiara fu una donna capace di grande comprensione e di ascolto. Se la Chiesa la costrinse ad accettare la clausura, il suo monastero si apriva a guarire i bambini e a guarire gli affanni, delle donne ma anche degli uomini.

Non tutte le monache lavoravano però in monastero, alcune di loro uscivano regolarmente: Sono le sorores extra monasterium servientes. Chiara nella sua regola che cominciò a scrivere dal 1250 e che fu approvata solo due giorni prima della morte, dà per scontato i loro compiti, che noi possiamo però ragionevolmente ricostruire.

Le sorores extra monasterium servientes di Chiara — notiamo che sono chiamate sorores e non servitiales, sorelle e non serve — vestono allo stesso modo delle altre monache e sono trattate alla pari; non sono distinte nell’abito (come le servitiales benedettine). Hanno però il permesso di non andare scalze come le compagne in monastero: evidentemente Chiara ritenne che le strade sconnesse e i lunghi tragitti da affrontare fossero diversi dai lisci pavimenti e dai brevi spostamenti all’interno del piccolo San Damiano. Sono, a giudizio della badessa, dispensate dai digiuni; non sono tenute a rispettare il silenzio da compieta all’ora terza, cioè dal tramonto del sole fino circa alle nove del mattino. Non devono chiedere alcun permesso alla badessa per uscire. Hanno normali frequentazioni con i laici, come si desume da una serie di raccomandazioni e divieti che le riguardano: i soggiorni di queste sorores fuori dal monastero non siano troppo prolungati («salvo lo richieda una causa manifesta»); sia mantenuto un contegno modesto lungo il cammino; le monache non parlino troppo, non si intrattengano in consigli né in rapporti sospetti con alcuno. Potevano però rivolgere a chi incontrassero brevi esortazioni. La santa, come Francesco, mostrava un gioioso apprezzamento del creato ed esortava le sorelle che servivano fuori dal monastero che, quando vedessero «li arbori belli, fioriti et fronduti, laudassero Idio. Et similmente, quando vedessero li homini et le altre creature, sempre de tucte et in.tucte cose laudassero Idio» (così testimonia una monaca al processo di canonizzazione). Mi pare dunque di potere dedurre che queste sorores — che camminano a lungo, svolgono un lavoro faticoso per il quale devono potersi debitamente rifocillare, che possono parlare liberamente, ad esempio lodando in pubblico il creato, parlare anche dalla sera al primo mattino, considerate assolutamente alla pari con le altre monache rimaste in monastero — dovessero esercitare un apostolato attivo in servizio delle malate negli ospizi-ospedali e nei lebbrosari femminili (dove un aiuto o una parola consolatoria non possono dipendere dalla scansione delle ore monastiche, dai tempi della meditazione e delle preghiere).

Va sottolineato quanto a Chiara stesse a cuore il servizio verso il prossimo, un servizio concreto, tangibile, e come il suo progetto, oltre ad aggirare i principi essenziali della clausura fosse rivoluzionario per i suoi tempi.

Nel Medioevo infatti la Chiesa ammetteva, come si è detto, solo le moniales, monache tutte di clausura, donne custodite. Non concepiva possibile lo stile di vita di quelle che noi chiamiamo suore (dal latino sorores), gruppi cioè di religiose riunite in congregazioni — fioriranno soprattutto a partire dall’Ottocento! — che abitano i conventi, e che si dedicano all’educazione dei bambini nelle scuole e alla cura dei malati negli ospedali.

Probabilmente intorno al 1216-1217 Francesco elaborò una regola particolare, Del comportamento dei frati negli eremi, dedicata a quei frati che volessero vivere per breve tempo in eremitica solitudine. Perché non fosse disturbata la loro quiete alcuni frati, «frati-madri», come li definisce Francesco, si sarebbero occupati di ogni incombenza materiale accudendo in tutto i «frati-figli», i quali a loro volta, dopo un certo periodo, avrebbero scambiato funzioni e ruoli con i «frati-madri». Nel monastero di Chiara vediamo alternarsi in completa parità le monache dedite alla preghiera e all’ascesi e le monache, possiamo ormai darlo per acquisito, che si occupavano invece di soccorrere le malate. Forse il santo per la sua regola prese spunto proprio dalla vita di Chiara e delle compagne che in San Damiano alternavano vita contemplativa e vita attiva, preghiera e meditazione e il caritatevole servizio (anche al di fuori del monastero).

In fondo non si tratta di stabilire chi prese da chi: il vescovo Giacomo da Vitry, testimone attento della novità minoritica, la descrive aperta a uomini e donne chiamati, scrive, «fratres minores et sorores minores».

di Chiara Frugoni


Chiara di Assisi


Nascita
Assisi 16 luglio 1194
Morte 11 agosto 1253
Venerata da Chiesa cattolica
Canonizzazione 1255 nella Cattedrale di Anagni
Santuario principaleBasilica di Santa Chiara ad Assisi
Ricorrenza 11 agosto

L’autrice

Storica, medievista, specializzata in Storia della Chiesa, ha insegnato Storia medievale in diverse università, tra cui quelle di Pisa, Roma e Parigi. Una grossa parte della sua ricerca è dedicata alle figure di san Francesco e santa Chiara, con molti libri tradotti all'estero. In particolare ha approfondito il modo in cui le istituzioni hanno contrastato l'azione di Francesco. Nel 2011 ha individuato in uno degli affreschi attribuiti a Giotto nella Basilica Superiore di Assisi un profilo di diavolo tracciato tra le nuvole. Il profilo non era noto e di esso non esisteva letteratura.