· Città del Vaticano ·

Per una politica dell’umano

Antica mappa dell’Europa e del Mediterraneo del cartografo olandese Willem Blaeu

Giorgio La Pira, l’Europa e il Mediterraneo

29 settembre 2020

Pubblichiamo il testo dell’intervento pronunciato giovedì 24 settembre dal cardinale presidente della Conferenza episcopale italiana all’Ambasciata d’Italia presso la Santa Sede, in occasione del convegno «Giorgio La Pira: diplomazia, politica e pace nel Mediterraneo».

Carissimi amici e amiche, come sapete, dopo due anni di preparazione, lo scorso mese di febbraio, a Bari, si è svolto l’incontro «Mediterraneo frontiera di pace». Un incontro di riflessione e spiritualità a cui hanno partecipato i vescovi cattolici dei paesi che si affacciano sul Mediterraneo e che appartengono a ben tre diversi continenti: Asia, Africa ed Europa. Non è stato un grande convegno scientifico-culturale e non è neanche stata una conferenza in cui si sono sperimentate nuove forme di dialogo interreligioso. Si è trattato, invece, di qualcosa di diverso e di speciale, per molti aspetti unico, che racchiude sicuramente anche quegli aspetti culturali e religiosi che ho prima richiamato, ma che ha messo al centro il nostro modo più autentico di vivere e di essere Chiesa. Prima di tutto, è stato un incontro di vescovi, ovvero dei padri della fede, dei pastori del gregge. Un incontro di vescovi che hanno a cuore il Mediterraneo concreto e non un sogno di Mediterraneo. Vescovi che, in altre parole, rispecchiano quella Chiesa mediterranea che rappresenta il cuore pulsante della storia primigenia del cristianesimo. In secondo luogo, è stato un incontro basato sull’ascolto e sul discernimento comunitario che ha permesso di valorizzare appieno il metodo sinodale e ha iniziato a tracciare un primo piccolo tratto di strada verso la promozione di una cultura del dialogo e verso la costruzione della pace in Europa e in tutto il bacino del Mediterraneo.

Se dovessi scegliere tre parole per sintetizzare quell’incontro sceglierei vescovi, sinodalità e concretezza. Ma per capire ancora meglio l’importanza di quest’evento — oserei dire l’importanza storica e non contingente — occorre far riferimento ad altre tre categorie di fondamentale rilevanza: la profezia, la crisi e la pace. Su queste tre categorie è necessario soffermarsi un po’ di più. È necessario partire dalla profezia. Oggi il Mediterraneo è diventata un’area geografica sempre più drammaticamente all’attenzione dell’opinione pubblica: è sufficiente far riferimento alle cronache che investono paesi come la Siria, la Libia o il Libano — le cui ferite sono ancora sotto gli occhi di tutti — oppure a fenomeni come i migranti del mare, per cogliere immediatamente la centralità sociale e politica di questa regione. Eppure questo incontro aveva le sue radici spirituali e teologiche in una storia ben più antica, che precede e anticipa i fatti recenti e, in un certo senso, li racchiude tutti all’interno di una visione profetica che ha attraversato tutto il XX secolo.

Nel lontano 3 ottobre 1958, il sindaco di Firenze, Giorgio La Pira, che non era un politico tout court, ma un mistico prestato alla politica, inaugurò a Firenze i «Colloqui mediterranei» con lo scopo ambizioso, come disse nel suo discorso iniziale, di «cooperare alla costruzione della pace nel Mediterraneo e nel mondo». Non si trattava soltanto di una visione geopolitica e non era neanche l’utopia irenica di un ingenuo sognatore, ma era qualcosa di molto più profondo. Si trattava infatti di una visione profetica che vedeva il Mediterraneo come il mare della “triplice famiglia di Abramo” oppure, metaforicamente, come il “grande lago di Tiberiade”. Un mare che ha generato cultura, commerci e che, attraverso il quale, si è trasmesso il cristianesimo. Il Mediterraneo, affermava La Pira, è «un universo delle nazioni illuminato da Cristo e dalla Chiesa».

Il Mediterraneo è stato, dunque, un luogo di incontro, di comunicazione e non solo un confine. Senza dubbio un mare dall’«irriducibile complessità», come lo ha definito lo storico Andrea Riccardi, che ha visto una storia segnata da conflitti ma che, allo stesso tempo, ha una vocazione altissima: un mare che unisce e non divide. Lo sapeva bene Giorgio La Pira che, essendo cresciuto in Sicilia e abituato da sempre a contemplare il mar Mediterraneo, elaborò un’immagine che svilupperà lungo tutta la sua vita: la cosiddetta “storiografia del profondo”. La «storiografia del profondo» evoca l’idea di una storia «messianica» con cui La Pira descrive «il movimento teleologico della storia sotto la ferma e immutabile guida di Dio e il soffio trasformatore dello Spirito». È un’immagine che il sindaco di Firenze elabora proprio dall’osservazione del mar Mediterraneo: «Sotto le tempeste della superficie, temibili per le singole barche — scrive Piersandro Vanzan — le immote profondità marine incanalano, senza deviazione possibile, correnti impetuose e sorreggono immobili l’alternarsi delle maree».

In questo equilibrio cosmico e in questa visione profetica, La Pira sviluppa la sua visione sul Mediterraneo. Una visione di incontro fra le tre religioni di Abramo ma anche e soprattutto una visione di pace. Dopo secoli di “scontri” il Mediterraneo può diventare, se lo vogliamo, e se ci mettiamo in una prospettiva di ascolto dei “segni dei tempi”, un luogo di pace. La visione profetica di La Pira, pertanto, ha un’origine lontana — si colloca nella grande stagione preparatoria del concilio Vaticano II — ma interroga profondamente il Mediterraneo attuale che, non lo dimentichiamo mai, è un mare che abbraccia tre grandi regioni geografiche (e tre continenti) percorse da profonde crisi socio-politiche.

Nel continente europeo assistiamo, infatti, a una fase di stagnazione politica ed economica che si combina, drammaticamente, con l’emergere di un diffuso rancore sociale e un’opinione pubblica sempre più impaurita verso i forestieri. Nel Nord Africa e nel Medio Oriente, invece, la stagnazione è sostituita dall’instabilità politica che si combina con lo sviluppo di guerre intestine, morti innocenti e nuove schiavitù. Tre regioni geografiche e tre continenti fortemente interconnessi tra loro. Oggi, è bene sottolinearlo, parlare della Siria o del Libano, della Libia o della Turchia, non significa far riferimento solo al Medio Oriente ma significa parlare anche dell’Europa e dell’Africa. In altre parole, significa parlare del mondo intero, scegliendo come angolo prospettico il Mediterraneo. Ovvero, un crocevia straordinario di popoli e culture da sempre rischiarato dalla fede di Abramo e dalla luce di Cristo. E mi sento di auspicare con forza, anche oggi, mentre a volte si parla di terza guerra mondiale a pezzetti, che questa fede e questa luce illuminino i cuori dei popoli mediterranei.

L’aver evocato la paura di una nuova guerra mondiale — le immagini drammatiche dell’esplosione al porto di Beirut hanno richiamato nella mente di ognuno di noi un’esplosione nucleare — introduce immediatamente la seconda categoria a cui avevo fatto riferimento all’inizio: la crisi, o meglio, le crisi. La gravità delle crisi che attraversano l’area mediterranea rimanda, innanzitutto, a uno squilibrio economico che troppo spesso moltiplica le diseguaglianze e alimenta divisioni e odi sociali. È importante citare alcuni dati: i 500 milioni di persone che popolano il Mediterraneo rappresentano il 17 per cento della popolazione mondiale e producono circa il 10 per cento del prodotto interno lordo mondiale. Le disuguaglianze economiche che esistono però tra le due sponde del Mediterraneo sono enormi. Non dobbiamo certo imboccare la strada del rivendicazionismo sociale, ma occorre ricordare quello che ammoniva tanti anni fa Paolo VI: «Lo sviluppo è il nuovo nome della pace». Uno sviluppo che però non potrà mai essere armonico ed equo se continuano a sopravvivere visioni particolaristiche ed egoistiche.

La seconda crisi a cui voglio far riferimento rimanda inoltre a un’atavica frammentazione politica e all’assenza di una visione unitaria della regione. Una divisione e una lacuna che producono una mancanza di stabilità nella sponda sud del Mediterraneo e di conseguenza anche una mancanza di sicurezza nella sponda nord. Un’instabilità che si riverbera in una conflittualità latente ed esplicita e quindi nell’assenza di pace. Non è possibile sostenere che i conflitti in Libia o in Siria non ci riguardano. Si tratta di un errore clamoroso e dalle conseguenze potenzialmente catastrofiche. Il Mediterraneo rappresenta la culla di una civiltà in cui il cristianesimo è senza dubbio tra i soci fondatori. Per questo motivo, come Chiesa mediterranea abbiamo il dovere morale di impegnarci per promuovere luoghi di incontro e di pace facendoci promotori del dialogo religioso e culturale che rappresenta, poi, una precondizione decisiva del dialogo politico tra le nazioni e della costruzione della pace.

La crisi del Mediterraneo è poi la crisi dei migranti che si consuma nel silenzio assordante di un’opinione pubblica che sembra aver fatta propria quella globalizzazione dell’indifferenza denunciata più volte da Francesco. L’ultimo rapporto dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni ci informa che, anche se diminuiscono le morti in mare, il rischio delle traversate rimane altissimo. Nel 2019 i migranti, arrivati in Europa via mare, sono stati più di 110.000 e per il sesto anno consecutivo la cifra ha superato quota centomila. I migranti morti ufficialmente (ma il conteggio rischia di essere ben più alto) è di 1.283. Questa crisi migratoria diventa poi una crisi dei diritti umani: in particolar modo, nei campi e nelle prigioni in Libia, nei campi profughi di Turchia, nelle isole greche come Lesbo. Anche per questo motivo, la situazione migratoria non può essere letta solo alla luce della mancanza di sviluppo e della instabilità ma deve essere inserita, invece, in un processo epocale che va governato con carità e responsabilità. Un processo alla cui base si colloca la difesa dell’incalpestabile dignità della persona umana. Come cristiani non possiamo tacere quando una vita, foss’anche una sola vita, viene uccisa o rischia di essere cancellata.

L’elenco delle crisi potrebbe essere molto più lungo e complesso. Senza dubbio, fra i paesi del Mediterraneo le contraddizioni emergono con forza. Perché in questa regione oggi è ancora ben visibile la frontiera fra il mondo dell’opulenza e quello della miseria, tra quello dell’esclusione e quello dell’inclusione, tra i produttori e gli scarti. Ma in virtù dell’eredità conciliare e dello sguardo profetico a cui facevo prima riferimento, i cristiani possono essere un seme di profondo cambiamento delle prospettive storiche. In particolar modo, come cristiani che abitano con fiducia i cammini ecumenici siamo chiamati a contribuire a costruire l’unità nelle differenze e ad essere un vaccino contro ogni tentazione di scontro di civiltà o di utilizzo ideologico dell’identità religiosa per dividere o alzare muri.

Mai come oggi, pertanto, c’è un enorme bisogno di pace. Che come sappiamo non è soltanto assenza di guerra ma impegno indefesso a promuovere la dignità della persona umana. Pace nei nostri cuori, indubbiamente, ma anche pace per tutti quegli uomini, donne e bambini che trovano la morte nei conflitti del Mediterraneo e pace per tutte quelle famiglie che in questi paesi, in particolar modo in Siria, hanno perso tutto: gli affetti, la casa, la vita. Papa Francesco a Bari, nel 2018, ha detto che «la speranza ha il volto dei bambini». E ha poi aggiunto: «In Medio Oriente, da anni, un numero spaventoso di piccoli piange morti violente in famiglia e vede insidiata la terra natia, spesso con l’unica prospettiva di dover fuggire». Questa è senza dubbio “la morte della speranza”. Per opporsi concretamente a queste atrocità bisogna aprire, come ha detto Francesco, dei «sentieri di pace» dove si possa volgere «lo sguardo a chi supplica di convivere fraternamente con gli altri». L’incontro di Bari del febbraio 2020 promosso dalla Chiesa italiana ha voluto essere proprio questo: il cantiere di un sentiero di pace, il luogo di costruzione concreta di un cammino di coesione sociale, di incontro tra le persone e di dialogo tra uomini e donne. Una pace concreta, vera, autentica che parta da quella visione dell’uomo che la tradizione abramitica ci ha lasciato in eredità. «Chi è l’uomo e perché te ne curi?», si chiede il salmista. Ecco questo non è solo un interrogativo ma è un orizzonte di fede che si trasforma in un imperativo di vita che deve prendere forma quotidianamente nel nostro vissuto.

La pace non può essere derubricata soltanto a parola affettuosa o a concetto emozionale. Queste dimensioni non appartengono ai padri della fede o alla Chiesa ma appartengono a un mondo che non solo ha secolarizzato e sublimato le grandi eredità del passato ma le ha anestetizzate in un presente senza passato e in un mondo liquido senza spazio. Non è così. Dobbiamo riconoscere e distinguere le acque dalle rocce, le pianure dalle colline, la casa di Dio dai templi della modernità nichilista. Dobbiamo riscoprire la passione, l’amore e la dedizione per costruire una “grande tenda di pace” nel Mediterraneo. Per raggiungere questo luminoso obiettivo serve anche una grande politica. Una politica estera che sappia rappresentare i singoli paesi nei consessi internazionali e, al tempo stesso, una politica diplomatica che sappia unire le diverse nazioni del bacino mediterraneo.

Cari amici e care amiche, l’ho detto tante volte e lo ripeto anche oggi: dobbiamo acquisire la consapevolezza che non c’è Europa senza Mediterraneo e non c’è Mediterraneo senza Europa. Non ci potrà mai essere un’Europa stabilmente in pace, senza pace nel Mediterraneo. Per far questo, forse, serve una politica nuova che non si limiti solo a difendere l’interesse nazionale ma che cerchi con tutte le sue forze spiragli di inclusione ed elementi di contatto con le nazioni della regione. Una politica che a me piace definire come una “politica dell’umano” perché intorno all’uomo, alla sua definizione ontologica, si possono trovare dei punti di contatto tra la “triplice famiglia di Abramo”. Mai come oggi, infatti, l’umano è minacciato da processi che superano le divisioni ideologiche e religiose: penso per esempio a tutte le incredibili ripercussioni che l’intelligenza artificiale sta avendo sulla vita degli uomini oppure alla continua mercificazione del corpo umano. A questi processi, che rappresentano una sfida per tutte le culture, si può iniziare a mettere al centro della discussione la dimensione di creatura dell’uomo e il suo rapporto con il trascendente. Perché l’uomo non è né un prodotto economico, né un prodotto della scienza. Non si tratta di una questione dottrinaria o intellettuale. Ma è un piccolo passo concreto con cui far dialogare e incontrare uomini e donne che appartengono, oggi, a due sponde opposte. Questa è la sfida che tutto il mondo mediterraneo si trova a vivere. Una sfida epocale che, come cristiani, possiamo affrontare degnamente solamente rimanendo fedeli all’insegnamento di Gesù.

di Gualtiero Bassetti