· Città del Vaticano ·

Ogni parabola è una sfida

Vincent van Gogh, «Seminatore al tramonto» (1888, particolare)

Racconto - La parola dell'anno

17 settembre 2020

Se ci fermiamo alle lezioni facili ci sfugge la genialità dell’insegnamento


Papa Francesco giustamente scrive: «I racconti ci segnano, plasmano le nostre convinzioni e i nostri comportamenti, possono aiutarci a capire e a dire chi siamo».

Le parabole di Gesù hanno ispirato teologi ed eticisti, artisti e scrittori, in ogni secolo e in tutto il mondo. Servono anche da ponte tra ebrei e cristiani, poiché le parabole sono narrazioni ebraiche raccontate dall’ebreo Gesù ad altri ebrei. Quando io, ebrea, leggo queste parabole, sento sia gli echi delle Scritture d’Israele (l’Antico Testamento della Chiesa, il Tanakh della Sinagoga), sia l’anticipo di storie narrate nella letteratura ebraica successiva.

Le parabole ci spingono a vedere il mondo in modo diverso; ci aiutano a mettere in discussione i nostri presupposti; mettono in moto non solo l’immaginazione ma anche la risposta. Più esamino le parabole, più posso porre le domande giuste e riconoscere le ambiguità della vita. La lettura delle parabole mi dice ciò che so essere vero e giusto, ma che cerco di ignorare o dimenticare. Le parabole di Gesù m’ispirano e, a volte, mi accusano.

Le parabole, inoltre, come tutte le storie sono aperte all’interpretazione. Marco (4, 33-34) afferma: «Con molte parabole di questo genere annunziava loro la parola secondo quello che potevano intendere. Senza parabole non parlava loro; ma in privato, ai suoi discepoli, spiegava ogni cosa». I Vangeli conservano alcune di quelle spiegazioni. Data l’occasionale ottusità dei discepoli — quando Gesù li avverte: «guardatevi dal lievito dei farisei» (Marco 8, 15), pensano che sia preoccupato per la mancanza di pane; Gesù è capace di dare da mangiare a 5.000 persone, ma i discepoli non riescono a comprendere la metafora — è una buona cosa che l’interpretazione sia lasciata ai lettori.

Poiché le parabole sono pensate per affrontare le nostre mancanze e i nostri fallimenti, tendiamo a resistere al loro messaggio. È molto più facile recepire un messaggio di conforto che non uno di sfida. Troppo spesso ci accontentiamo di interpretazioni semplici, o di interpretazioni che magari ci sono state insegnate da bambini: dobbiamo essere buoni come il Samaritano; verremo perdonati come il figliol prodigo. Queste interpretazioni non sono sbagliate, ma sono comunque incomplete.

Se ci fermiamo alle lezioni facili, ci sfugge il modo in cui i primi seguaci di Gesù devono aver ascoltato le parabole, e ci sfugge anche la genialità dell’insegnamento di Gesù. Perché quei seguaci erano ebrei, e gli ebrei sapevano che le parabole sono più che meri racconti per bambini. Sapevano che le parabole erano fatte per sfidare, o per accusare.

Suppongo che i primi interpreti delle parabole di Gesù siano gli evangelisti. Magari è Luca a spiegare che la parabola del giudice e della vedova riguarda il pregare sempre (18, 1), che quella del figliol prodigo riguarda il pentimento e il perdono, che quella del servo infedele significa «Non potete servire a Dio e a mammona» (16, 13). Magari è Matteo a dirci che la parabola degli operai della vigna è su come «gli ultimi saranno primi, e i primi ultimi» (20, 16).

Queste interpretazioni corrispondono alle preoccupazioni di Gesù. Ma se riascoltiamo le parabole, oltre a queste interpretazioni note troviamo anche altre buone notizie.

Per esempio, oggi ci identifichiamo con il Samaritano e quindi con l’aiutare le persone bisognose. Gli ebrei che ascoltavano Gesù si sarebbero identificati con la vittima e si sarebbero domandati «chi mi salverà?». Inoltre, anche se è abbastanza comune sentir dire che il sacerdote e il levita hanno ignorato il tizio nel fosso perché preoccupati da questioni di purezza rituale, si tratta di una lettura errata sia della parabola sia dell’ebraismo.

Il sacerdote e il levita non hanno scuse; non hanno seguito la Torah. Perché dunque un sacerdote e un levita? La risposta ha a che fare con la genealogia degli ebrei. Secondo la tradizione ebraica, ad oggi, si è sacerdote (discendente di Aronne, il fratello di Mosè, poiché nell’ebraismo il sacerdozio non è una vocazione, bensì un’eredità), levita (discendente dell’antenato di Aronne Levi, terzo figlio di Giacobbe e Lia), o israelita (discendente degli altri figli di Giacobbe).

A fermarsi non è un israelita, ma un samaritano, che è rivale e spesso nemico degli ebrei. I samaritani si consideravano discendenti delle dieci tribù del nord d’Israele. I samaritani e gli ebrei adoravano lo stesso Dio, praticavano le stesse tradizioni, leggevano le stesse Scritture. Avevano però un centro di culto rivale sul monte Garizim in Samaria invece che a Gerusalemme, un sacerdozio diverso, un’attesa messianica differente (vedi Giovanni 4). Non erano gli oppressi e non erano la minoranza: erano, per gli ebrei, il nemico.

La parabola ci colloca nel fosso, e poi ci costringe a comprendere che la persona della quale ci aspettiamo che ci uccida e la sola a salvarci. Ci ricorda che siamo tutti fatti a immagine e somiglianza di Dio. Ci scuote facendoci uscire dal nostro compiacimento; proclama che il nemico può essere un salvatore, poiché ogni persona ha in sé il potenziale del bene.

La parabola del figliol prodigo (Luca 15, 11-32) tradizionalmente è intesa come riferita al pentimento e al perdono, poiché è in questi termini che Luca interpreta le parabole della pecorella smarrita e della moneta perduta. Gli ebrei hanno sempre inteso Dio come Padre amorevole e disposto al perdono, quindi deve esserci un messaggio più profondo.

La parabola comincia con «Un uomo aveva due figli», e questo versetto ci rimanda a Caino e Abele, Ismaele e Isacco, Esau e Giacobbe. In ognuna di queste storie il fratello minore viene favorito e il fratello maggiore trattato ingiustamente.

Nella parabola di Gesù, il padre accoglie il figliol prodigo con una festa, completa di cibo, musica e balli. Ma diversamente dall’uomo che ha lasciato le novantanove pecore per andare in cerca di quella smarrita, o dalla donna che, resasi conto di avere perso una delle dieci monete, la cerca diligentemente, il padre — che ha due figli — non ha contato. Il fratello maggiore deve chiedere a uno schiavo per sapere dei festeggiamenti; suo padre si è dimenticato di invitarlo alla festa. Non stupisce che lui si arrabbi. Trovare una pecorella smarrita o una moneta perduta è facile se paragonato a riconquistare un figlio che non si sente amato.

La parabola ci ricorda l’importanza di far sì che tutti si sentano tenuti in conto, che tutti si sentano notati: il bambino obbediente trascurato perché la sorella è più intelligente o più dotata, o perché il fratello è tossicodipendente o ha esigenze particolari. La terza parabola di Luca 15 insiste perché noi, come l’uomo nella prima parabola e la donna nella seconda, contiamo.

La parabola del giudice e della vedova ci invita a immaginare una vedova vera che entra in un tribunale vero e avanza con forza le sue richieste. Nella versione greca essa non chiede «giustizia» bensì «vendetta» (un punto che ha creato difficoltà ai Padri della Chiesa), e quindi ci domandiamo qual è la differenza tra giustizia e vendetta, per esempio, quando si condannano le persone al carcere. La parabola non illustra mai il punto di vista dell’avversario: come possiamo valutare la richiesta se non conosciamo i dettagli del caso? Il giudice agisce sulla base della propria convenienza — la versione greca suggerisce che teme che la donna lo colpisca! — piuttosto che della disamina dei fatti, e quindi ciò ci spinge a interrogare il nostro sistema legale. Gesù insegna: «Mettiti presto d’accordo con il tuo avversario mentre sei per via con lui, perché l’avversario non ti consegni al giudice e il giudice alla guardia e tu venga gettato in prigione» (Matteo 5, 25; cfr. Luca 12, 58). Perché allora siamo tanto veloci a citare in giudizio e tanto lenti a conciliare?

Nella parabola del fattore infedele nessuno si comporta in modo morale. Il ricco (le parabole sugli uomini ricchi in genere finiscono male per gli uomini ricchi) crede alle voci; non si fa nemmeno consegnare i registri contabili dell’amministratore. L’amministratore, che è troppo orgoglioso per mendicare e si sente superiore agli altri, froda il suo padrone. Chiede ai debitori a quanto ammonta il loro debito, pur avendo i registri. I debitori non solo possono dire una somma più bassa, ma egli suggerisce loro anche di scrivere subito un importo inferiore.

Alla fine il padrone loda l’amministratore, l’amministratore conserva il proprio lavoro e il padrone acquista la reputazione di essere generoso; i debitori devono restituire meno. Gesù ci costringe a riflettere sulla moralità: è permesso truffare una persona ricca? Il fine giustifica i mezzi?

Infine, la parabola degli operai nella vigna racconta di un uomo che ingaggia gli operai al mattino presto, accordandosi per il normale salario giornaliero. Poi prende altri operai alle nove, a mezzogiorno, alle tre e alle cinque. O non ha nessuna idea di come gestire gli affari, oppure c’è dell’altro. La sera dà a tutti la stessa paga. I primi mormorano, poiché pensavano che avrebbero ricevuto di più. Il padrone della vigna dice loro: «Prendi il tuo e vattene; ma io voglio dare anche a quest'ultimo quanto a te» (Matteo 20, 14).

Tradizionalmente la Chiesa ha letto questa parabola come riferita all’uguaglianza nella salvezza, ovvero che tutti ricevono la stessa grazia, a prescindere da quando accettano il Vangelo. Non c’è nulla di sbagliato in questa lettura, ma possiamo trovarvi anche altri significati. Forse la parabola chiede attenzione per il prossimo. Le persone chiamate a lavorare nella vigna sapevano che altre erano state lasciate indietro, ma non sono intervenute in loro favore. Forse la parabola riguarda il garantire che tutti abbiano abbastanza denaro per comprare cibo. Questo sarebbe coerente con l’insegnamento ebraico. Re Davide dichiarava: «Perché quale la parte di chi scende a battaglia, tale è la parte di chi fa la guardia ai bagagli: insieme faranno le parti» (1 Samuele 30, 24), e quindi «Da quel giorno in poi stabilì questo come regola e statuto in Israele fino ad oggi» (30, 25).

Le altre parabole pongono interrogativi altrettanto importanti se le ascoltiamo con cuore aperto e tenendo a bada il nostro ego. Le parabole di Gesù non ci fanno pensare solo al perdono e al pentimento, al giudizio universale e alla ricompensa in cielo. Ci fanno anche riflettere sull’etica e l’economia, il bisogno e il desiderio, la giustizia e la vendetta, sui nostri testi ancestrali e le nostre relazioni presenti. Fanno esattamente ciò che Papa Francesco dice che fanno i buoni racconti.

di Amy-Jill Levine