· Città del Vaticano ·

Nulla di nuovo nella mente dell’assassino

Una fase del processo, a Gerusalemme, al criminale nazista Adolf Eichmann

Con «L’esecutore» Ariel Magnus prova a romanzare gli anni argentini di Eichmann

21 settembre 2020

Le domande che ci eravamo posti, incuriositi ma anche perplessi, iniziandone la lettura, si sono riaffacciate con maggiore forza una volta terminata l’ultima pagina di L’esecutore (Milano, Guanda, 2020, pagine 250, euro 18): perché Ariel Magnus ha voluto scrivere un romanzo sugli anni argentini di Adolf Eichmann, considerato l’architetto della Shoah? Soprattutto, perché ha cercato di entrare nella testa di questo criminale, immaginandone i pensieri e i momenti di vita con i familiari e con alcuni camerati che come lui avevano trovato rifugio nel Paese latinoamericano? Basta a spiegarlo scoprire che l’autore, nato nel 1975 a Buenos Aires, è nipote di una sopravvissuta (la cui storia viene brevemente citata nel racconto) e che suo padre aveva un odio viscerale verso quell’uomo?

Cerchiamo di comprendere, ma le perplessità restano. Tra l’altro il romanzo non appare neppure particolarmente brillante né intrigante. Si tratta della storia, ben nota, di un uomo che si fa chiamare Ricardo Klement ed è impegnato a nascondersi da quanti lo cercano dalla fine della guerra, anche se a volte immagina la cattura come un’opportunità per poter spiegare le sue ragioni e persino tornare libero grazie a un’improbabile amnistia. Ed è forse per questo che non coglie, o ignora volutamente, i segnali d’allarme pure evidenti di un avvicinamento dei suoi cacciatori. Che lo cattureranno la sera del 10 maggio 1960 nella buia strada che costeggia la sua casa alla periferia della capitale.

Lo vediamo all’inizio del racconto tentare invano — è appena morta Evita Peron, amatissima dagli argentini — di acquistare dei fiori per la moglie che finalmente lo raggiunge con i figli; lo seguiamo in giro per le strade di Buenos Aires mentre ne ammira l’eleganza dei palazzi; ascoltiamo le sue ambigue conversazioni con gli ex camerati nei locali in cui si mangiano specialità tedesche; apprendiamo dei suoi disparati lavori, nonché della sua passione per la natura e per le cavalcate; scopriamo scene di vita familiare a volte turbolente, le cautele per non venire smascherato; ascoltiamo le sue elucubrazioni. Tutto verosimile. Eppure non convince questo immedesimarsi nel personaggio, nel tentativo di sviscerarne il carattere. Non a caso la parte più interessante di L’esecutore è quella in cui Magnus cita i brani delle registrazioni delle interviste rilasciate a più riprese da Eichmann a Willem Sassen, olandese, giornalista di provata fede nazista, anche lui rifugiatosi oltreoceano. Infatti è da quei nastri che emerge la vera figura dell’ideatore e responsabile delle deportazioni di massa degli ebrei d’Europa nei campi di sterminio, ricercato per l’assassinio di oltre sei milioni di persone. Un uomo che, per quanto si sforzi di condurre una vita semplice, in una quotidianità anonima e defilata, fedele al principio che è meglio restare in seconda linea (un secondo violino, come si definisce), dinanzi a un microfono torna a essere lo spavaldo e fiero Obersturmbannführer delle ss, capo del famigerato Ufficio iv b 4 Affari ebraici della Direzione generale per la Sicurezza del Reich (Reichssicherheitshauptamt, Rsha). «Se 10,3 milioni di questi nemici fossero stati uccisi allora avremmo adempiuto al nostro dovere. Non posso dirvi nient’altro, questa è la verità. Perché negarla?». Questo diceva senza remore davanti ai suoi ex camerati, che lo ascoltavano forse con malcelato disprezzo misto però a un pizzico di ammirazione.

Dalle trascrizioni di quelle registrazioni Sassen trasse il libro Ich, Adolf Eichmann. Ma la fonte più preziosa per Magnus è stato il volume di Bettina Stangneth Eichmann vor Jerusalem: Das unbehelligte Leben eines Massenmörders, uscito nel 2011 in Germania e tradotto in italiano nel 2017 con il titolo La verità del male. Eichmann prima di Gerusalemme (Luiss University Press), nonché, per ammissione dell’autore, i preziosi consigli della studiosa che, oltre alle trascrizioni delle interviste a Sassen, per il suo lavoro ha scavato in decine di archivi internazionali e consultato migliaia di documenti, tra cui oltre 1.300 pagine di memorie manoscritte. Da questo materiale emerge quanto Eichmann fosse stato coinvolto dall’ideologia di Hitler e dal suo folle e spietato progetto di distruggere gli ebrei in Europa, non mostrando mai il minimo rimorso per le sue azioni, semmai rammaricandosi di non aver portato a termine il lavoro che gli era stato ordinato.

Che cosa vuole dimostrare Magnus offrendo una lettura romanzata degli ultimi anni di Eichmann? Che è stato un uomo sfortunato, come lascerebbe intendere il titolo originale del libro, El desafortunado? Crediamo di no, perché lo inchioda alle sue responsabilità, anche se questo è un concetto che nei pensieri del protagonista ricorre spesso. Forse vuole capire qualcosa in più? Ma alla fine non fa che confermare quanto già si sapeva sulla personalità di quest’uomo cinico, meschino, mediocre, seppure meticoloso nel compiere quello che considerava con convinzione il proprio dovere, tanto da fare un’inaspettata carriera.

Insomma il ritratto di quella banalità del male ben delineato da Hannah Arendt, ma altrettanto ben ridisegnato, anzi corretto, da Stangneth, secondo cui l’immagine di grigio burocrate che avrebbe solo obbedito agli ordini sarebbe stata studiata a tavolino dallo stesso gerarca nazista per potersi difendere durante il processo a Gerusalemme. Magnus cerca dunque un equilibrio tra verità storica e verità narrativa, ma il risultato non cancella le perplessità iniziali. Insomma, al di là delle buone intenzioni, nulla di nuovo. E di necessario.

di Gaetano Vallini