· Città del Vaticano ·

In un libro a cura del vescovo di Pinerolo riflessioni e suggerimenti per il futuro della realtà ecclesiale

Non è una parentesi

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18 settembre 2020

«Dimenticare il più in fretta possibile, resettare questo incubo e fare della pandemia una incresciosa parentesi è un rischio reale. Anche per la comunità ecclesiale». Nelle parole di Enzo Biemmi, estratte dalla prefazione al libro Non è una parentesi. Una rete di complici per assetati di novità» (Effatà Editrice, Cantalupa, 2020, pagine 176, euro 13), curato dal vescovo di Pinerolo, Derio Olivero, e da poco uscito nelle librerie, c’è tutto il senso di un interrogativo che sta animando, sia pure con forza e profondità differenti, tutta l’umanità. E dove si parla di umanità si parla di Chiesa. Ma non solo, naturalmente. «Il fermo proposito di apprendere da quello che ci è successo e di non essere più quelli di prima (perché è questa la «parentesi» che non ha da essere, non tanto le cose che non potranno più essere come prima, ma noi, il nostro modo di stare a questo mondo che non dovrà più essere quello sconsiderato di prima) — scrive ancora Biemmi — ebbene questo proposito non è scontato. È appeso alla capacità di memoria e affidato al tenue filo della nostra responsabilità personale, civile e anche, diciamolo chiaro, ecclesiale». L’obiettivo di questo libro, allora, «dedicato alla testimonianza del fratello vescovo Derio che ha guardato in faccia la morte, libro arricchito da alcune voci amiche dalle sensibilità e competenze diverse, è proprio questo: non dimenticare, in modo che non sia una parentesi».

Per contribuire a rendere concreta questa intenzione, «L’Osservatore Romano» pubblicherà oggi e nei prossimi giorni alcuni stralci degli interventi presenti nel volume, «in modo che — si legge ancora nella prefazione — diventi patrimonio duraturo quel sapore buono di umanità che abbiamo riscoperto “a caro prezzo”, spogliati di tutto ciò che non merita fiducia, ricondotti alla consapevolezza che siamo estremamente fragili e allo stesso tempo sorpresi di quello che siamo capaci di essere». Qui sotto pubblichiamo uno stralcio del contributo del vescovo Olivero, dedicato al tema della “fiducia”.

Uno dei grandi rischi che la Chiesa e la società stanno correndo è quello di pensare che, quando questo bruttissimo periodo prima o poi si sarà chiuso, potremo tornare finalmente come eravamo prima. Sono convinto invece, per l’esperienza che ho fatto e per quanto adesso osservo, che questa tragedia non sia assolutamente una brutta parentesi da superare per tornare come prima: è un tempo che ci parla, un kairòs. È un tempo che urla e che ci chiede di cambiare. Per comprendere cosa ci stia dicendo questo tempo, faccio in primo luogo riferimento alla mia esperienza di malato di covid. C’è stato un momento, lungo due-tre giorni, in cui sono stato vicinissimo alla morte. Sentivo che stavo morendo — e i medici poi mi hanno confermato che il rischio è stato molto alto — e ho percepito la morte come un momento in cui tutto, proprio tutto, evapora. Il corpo stesso stava evaporando, ma evaporavano anche le tante cose che facevo, i tanti progetti che avevo in testa, le cose della vita. E in questo evaporare solo due cose restavano salde, due cose che erano perciò il vero me, il mio nocciolo duro, la mia identità: una grande fiducia, che io da credente chiamo fiducia in Dio, cioè la certezza di una Presenza, e i tanti volti cari con cui ho stabilito delle relazioni. Sono convinto che, in questa esperienza personale, sia contenuta una verità universale, e che questo renda necessaria una riflessione seria su entrambi gli elementi.

Una società senza speranza

Innanzitutto la fiducia. Dare fiducia alla vita per me nasce soprattutto dalla fiducia in Dio: è una forza incredibile per affrontare il limite. Io l’ho percepito al limite della vita, ma i tanti limiti che adesso stiamo toccando con mano li possiamo affrontare se riusciamo a nutrirci insieme, a darci insieme la capacità di fiducia, cioè la capacità di avere motivi per crederci. La nostra società precedente al covid era stata descritta come la prima civiltà senza fiducia nel futuro. Le società che ci hanno preceduto vivevano il futuro come una promessa, come un’opportunità, compresa la generazione precedente la nostra, che ha vissuto la guerra e il dopoguerra, in cui la ricostruzione è stata difficilissima; pur avendo vissuto una crisi tremenda, sperava che tutto rinascesse, aveva fiducia nel futuro. Noi già prima del covid non avevamo più fiducia nel futuro, anzi lo vedevamo come una minaccia. Oggi sembra ancora peggio, perché questa tragedia ci dice che molti diventano cinici e si chiedono se e chissà come ne verremo fuori, la sentono come una batosta irrimediabile e sono pervasi dall’assenza totale di fiducia e di sogno. Abbiamo bisogno di aiutarci a recuperare fiducia nel futuro: ci è sempre data un’opportunità, anche di fronte ai limiti più gravi. Una società senza speranza nel futuro era stata descritta da diversi autori. Massimo Recalcati ha parlato della crisi del desiderio, causata dalla moltiplicazione dei bisogni. Il desiderio, descritto da Recalcati come forza interiore di attesa, è stato soffocato dalla confusione col bisogno e dall’incapacità di attendere. Sulla scia di Lacan, il desiderio è definito come l’attesa di qualcosa che non avverrà mai, cioè che non si compirà mai del tutto, sta sempre davanti a te, non è mai raggiungibile, eppure tu ci credi. Questa dimensione fondamentale dell’umano è stata nascosta, sostituita da semplici bisogni, che basta riempire con oggetti.

La vocazione a ridare fiducia

Occorre aver fiducia anche di fronte al limite estremo, la morte. Avevo pensato alla morte, in passato, ma lì, sul letto d’ospedale, era proprio vero: io stavo per morire, cioè stavo per entrare nel limite estremo, quello che inesorabilmente è la fine di tutto. La certezza cristiana nella vita oltre quel limite estremo, la fede che ci aiuta a dire che c’è un di più, che possiamo continuare ad attenderci la vita eterna mi dava la possibilità di vivere con fiducia anche l’evaporare di tutto. E allora lì ho sentito come non mai la potenza del cristianesimo. Il cristianesimo è veramente una sorgente di fiducia per il limite e per le possibilità meravigliose della vita umana: le due cose stanno insieme, non bisogna considerarne solo una. La fiducia che c’è un Dio che non ci molla mai e che c’è una speranza garantita, cioè che sicuramente nessun limite ci distruggerà, neppure la morte, fa sì che nessun limite ci divori, compresa una malattia o una crisi economica, un contrattempo nel rapporto con una persona, la fine di un affetto. Questo è ciò che ci permette, come cristiani, di invitare alla fiducia anche chi non crede. Noi cristiani abbiamo sempre qualcosa da portare al mondo e si accentua in modi diversi a seconda dei momenti storici. Ci sono stati momenti in cui c’era innanzitutto un bisogno enorme di carità, altri in cui c’era bisogno di riflessione, altri ancora di cultura. La Chiesa ha sempre cercato di dare un apporto in merito al variare della storia. Io credo che oggi il nostro grande apporto — cioè il regalo che possiamo offrire al mondo — sia quello di suscitare fiducia, di regalare fiducia. Dare fiducia è strettamente connesso con la speranza: e noi lo possiamo fare perché ci è stata regalata. Di fronte alla morte, alla crisi, all’epidemia siamo tutti ugualmente piccoli e indifesi, siamo gracili. Questa fiducia è gratis, ci è regalata, non è da superuomini: è una fiducia donata. Tale fiducia a noi donata dobbiamo metterla in campo per divenire dei «contagiatori di fiducia». Ce n’è un bisogno immenso. Questo è un appello. Potremmo dire, in termini cristiani, che questa è la nostra vocazione oggi, per essere all’altezza del giorno che viviamo.

Testimonianza e trasparenza

Tale appello è anzitutto da coltivare in noi, perché non è detto che i cristiani siano veramente i più «fiduciosi» (forse non lo erano neanche prima). Dobbiamo usare tutti gli strumenti per coltivare la fiducia in noi. E abbiamo una miniera di stru-menti per farlo: la Parola di Dio, l’Eucaristia, la Comunità; sono sorgenti di fiducia. Ciò fa sì che possiamo diventare una «relazione contagiosa», capaci di stare veramente, fattivamente, generativamente vicini agli altri, per far sentire un aiuto e una speranza che contagia. Coltivare in noi la fiducia, con gli strumenti che da sempre la Chiesa ha a disposizione, fa sì che si possa dire di noi cristiani: «Quello lì ha qualcosa» (sottinteso: di speciale). In termini tecnici si chiama testimonianza. In genere quando usiamo la parola testimonianza immediatamente intendiamo «le opere che facciamo». Ci vogliono anche le opere, bisogna fare delle iniziative, la testimonianza dev’essere fatta di azioni, di parole, di affetti, è un termine ampio. Ma dovremmo recuperare l’idea che la testimonianza è innanzitutto «trasparenza»: quell’insieme di cose che ognuno fa, in base a quel che può, che però lasciano trasparire un di più che non è merito nostro, un di più che riceviamo e che ci rende così. Questa trasparenza forse è ciò che mancava alla Chiesa del tempo precedente, globalmente intesa. La Chiesa pre-covid era a volte troppo ripiegata su di sé, sulle proprie buone opere o sulle belle e utilissime celebrazioni, ma con poca trasparenza. A volte addirittura con poca trasparenza all’interno: certe nostre celebrazioni scarseggiavano di dimensione simbolica, cioè della capacità di lasciare intravedere il di più. È interessante come un autore come Giuseppe Angelini in un suo saggio abbia scritto che il male della Chiesa è il suo «ispessimento», che è, appunto, l’opposto di trasparenza. Il muro impedisce di vedere dall’altra parte, il vetro lo permette, grazie alla sua trasparenza. Forse tante volte oltre la Chiesa non si vedeva che la Chiesa. Ecco l’ispessimento. Che a cascata diventava anche un muro per quelli che non sono impegnati dentro la Chiesa o per quelli che non sono praticanti. Un muro invalicabile, che respinge, che divide in «dentro e fuori», dei nostri e non dei nostri, regolari e irregolari... L’appello alla fiducia rivolto all’umanità che ci circonda non è un proclama da affiggere sui muri. È un appello che deve passare da un «a tu per tu», un farsi prossimo. È una terminologia profondamente evangelica, che però si è un po’ deteriorata, spesso ridotta al solo «fare tante cose» per il prossimo. Se leggiamo con attenzione la parabola del buon Samaritano (Lc 10, 29-37) ci rendiamo conto che le azioni del protagonista sono descritte attraverso una «terminologia dell’avvicinamento»: lo vide, ne ebbe compassione, gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, lo caricò sul suo giumento... Farsi prossimo è termine adeguato, ma non deve confondersi col fare delle cose, dare dei soldi, costruire delle opere. È innanzitutto proprio approssimarsi, è un cambiare anche un po’ la nostra cultura. La cultura che ci precede era l’opposto del farsi prossimo, anzi era quasi un isolarsi per essere felici: farsi i fatti propri, difendere se stessi, accampare i propri diritti.

La relazione è vitale

In termini più precisi, la cultura che ci portiamo dentro, elaborata negli ultimi decenni, era basata sull’individuo, posto al centro e rispetto al quale le relazioni erano un di più, quasi un optional che abbellisce la vita. Una ciliegina sulla torta, un dolcetto a fine pasto. Ognuno pensava di essere autonomo, pensabile a prescindere dalle relazioni, quasi stando al mondo come in una cava di pietre dove tu prendi e posi quello che ti serve o non ti serve più, comprese le relazioni e le persone. Come dice molto bene Massimo Recalcati, un uomo pensato come consumatore o spettatore.

E invece no: l’uomo è pensabile solo in relazione; e le relazioni sono vitali, non secondarie; non sono un abbellimento, sono essenziali per vivere. E dunque dobbiamo farci prossimi non perché siamo dei bravi ragazzi, ma perché questa è la nostra verità: sono veramente io soltanto se entro in relazione e mi regalo. Dice Pierangelo Sequeri in un bellissimo saggio: non chi sono ma per chi sono è l’essenza della mia identità. Lui la chiama «la mia destinazione»: io sono la mia destinazione, cioè io sono se esisto per qualcuno.

Il lockdown, da un punto di vista sociale esteso, probabilmente è stato l’occasione per molti di riscoprire questa dimensione profonda, perché il fatto di essere isolati nelle case, di non poter coltivare le normali relazioni con i familiari e gli amici è stato una provocazione molto forte. Ciò che davamo per scontato, proprio nel momento in cui non lo era più, ha rivelato il suo volto più profondo, quello che non eravamo abituati a guardare. Io l’ho vissuto in modo peculiare, ma molte persone — anche chi non ha avuto un contatto diretto con la malattia dal punto di vista medico — mi hanno spiegato di aver sentito l’isolamento come una condanna. Perché questa è la vita: non avere relazioni o non poterle esercitare in pienezza ci fa mancare l’altro come l’aria (e davvero posso dirlo io che ho provato in senso letterale la mancanza del respiro). Tanti mi hanno detto che non riuscire più a vedere i genitori, magari anziani, o gli amici (pensiamo soprattutto ai giovani) è stato un peso davvero grande da portare. In questo isolamento ci siamo resi conto che le relazioni ci mancano come l’aria. E questa è una verità che vale sempre, dobbiamo solo non dimenticarcene. L’altro non è il nostro inferno, come diceva Sartre, no: gli altri sono il nostro paradiso. Non è homo homini lupus, ma homo homini deus. Non dimentichiamolo.

di Derio Olivero