· Città del Vaticano ·

«Non dite che siete stanchi»

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Liliana Segre compie novant’anni

08 settembre 2020

Era l’inverno del 1945, sul finire del mese di gennaio. Una ragazza di nome Liliana, sotto la pioggia, o sulla neve, o nel fango fino alle ginocchia, camminava, senza voltarsi mai indietro. E seguitava a camminare, qualsiasi cosa accadesse intorno a lei. Fermarsi significava morire.

Stava per concludersi uno dei capitoli più bui della storia umana. Lo Stato, concretando una delle peggiori angosce di Agostino, si era trasformato in una «grossa banda di briganti». E ciò che è peggio è quell’assalto alla comune casa d’Abramo, il cui tetto anche noi condividiamo, non era avvenuto noctis tempore, secondo la prassi dei fuorilegge, ma alla piena luce del sole.

I briganti avevano avuto tutto il tempo di cianfrugliare coi concetti di bene e male, di contraffare il diritto e la sua intelligenza, senza essere impediti, sinché poterono agire contro l’Uomo al chiaro della legalità diurna. E quando presero a scassinare il portone d’ingresso, molti di noi, troppi, si sono rifugiati nelle loro stanze e, serratone l’uscio, hanno finto di non udire il grido di dolore dei fratelli maggiori, che stavano di là, a subire il peggior tormento che si possa immaginare.

Durante «l’assalto», Liliana era una ragazzina orfana di madre, figlia della borghesia ebraica milanese. Viveva con suo padre, Alberto, i nonni paterni, Giuseppe e Olga. Di famiglia laica, scoprì di essere ebrea soltanto quando le leggi razziali fasciste del 1938 la esclusero dalla scuola. Nei suoi interventi pubblici, la Segre non manca mai di ricordare il triste giorno in cui apprese la notizia dell’espulsione e il giorno ancor più triste in cui suo padre chiese alla sua maestra di andare a casa loro, per darle un po’ di conforto, per sentirsi dire, con ruvida indifferenza: «Non è mica colpa mia se ci sono le leggi razziali».

L’episodio provocò nel cuore di Liliana l’ossessione del «perché», cui tuttora non è in grado di far fronte. I briganti, come racconta Primo Levi nel celebre episodio della stalattite (Se questo è un uomo), avevano bandito il «warum?» (perché?) dal lessico civile, sciogliendo la legge da ogni richiesta di senso, in luogo del diktat.

Da allora, nella mente di quella bambina montarono moltissimi «warum»: perché il padre le chiese di nascondersi da amici di famiglia e di cominciare a utilizzare un finto nome? Perché dovettero fuggire sulle montagne, vestiti ancora da “borghesi piccoli piccoli”, per raggiungere la Svizzera in clandestinità? Perché furono respinti dall’autorità del Paese elvetico come dei malviventi, e poco dopo arrestati, da quella italiana, a Selvetta di Viggiù? Perché lei, che aveva sempre visto San Vittore col papà, sgroppando in bici, con le treccine e il vestitino fresco di bucato sullo slargo di fronte al carcere, all’improvviso si trovava a guardare la piazza attraverso una grata?

Di San Vittore la Segre ricorda spesso le lunghe ore in attesa che suo padre rientrasse in cella dopo interrogatori che tutti sapevano essere autentiche torture: «In quelle ore sono diventata vecchia. Si può invecchiare anche in un giorno».

E sempre legata a San Vittore è una delle vicende più commoventi della sua vita. Un episodio dolcissimo, stravagante per il senso comune, ma non per la ratio evangelica: «I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel Regno di Dio» (Matteo 21, 31). Prima di essere condotti al binario 21, segnavia cruciale per la deportazione, Liliana, suo padre e gli altri prigionieri «colpevoli d’essere nati», attraversarono il corridoio del carcere e videro animarsi, fra i detenuti, un affettuoso e inatteso tumulto: «Dove vi portano?», «Voi non avete fatto niente!», «Vi vogliamo bene!», «Coraggio!», «Vi vogliamo bene!», e a loro lanciarono tozzi di pane e avanzi di portata.

Dal binario 21 — presso cui oggi campeggia, per sua ostinata volontà, la scritta «Indifferenza» — Liliana venne deportata ad Auschwitz-Birkenau, dopo sette giorni di viaggio nel buio d’un treno piombato. All’arrivo fu subito separata da suo padre, che non rivedrà mai più. Alberto Segre, cui capitò la disgrazia di vivere da padre quell’immane tragedia, morirà il 27 aprile 1944. Anche i nonni, in un secondo momento, furono deportati, benché anziani e malati (suo nonno soffriva di Parkinson) e uccisi al loro arrivo, il 30 giugno 1944.

Di quella piccola famiglia milanese, discreta, timida, si salvò soltanto Liliana, per un colpo di “fortuna”: fu scelta come operaia-schiava presso la fabbrica di munizioni Union. Questo significava lavorare al coperto, lontano dall’inverno continentale.

Da allora, Liliana divenne la numero 75190 di una anonima mandria stanziale, costretta a obbedire senza fiatare, in un recinto di fil di ferro percorso giorno e notte da corrente elettrica ad alta tensione e sotto un’impietosa catena di sorveglianza, ai cui ordini immorali non si poteva mai disobbedire.

Nei suoi quattordici anni, si avviava, senza sentire nulla e guardare nulla, verso le kapò che periodicamente decidevano con un sì o con un no chi fosse ancora in grado di lavorare e chi, invece, troppo magra, troppo debole, sarebbe stata destinata al gas.

Passò quelle selezioni, tutte le volte, col cuore in gola, ripetendosi: «Voglio vivere. Voglio vivere. Voglio vivere». Giungeva davanti al suo giudice, a testa bassa, e attendeva la notizia sulla sua sorte, senza sollevare mai lo sguardo. «Arrivavo a essere perfino grata a questo assassino che, ogni volta, mi risparmiava», racconterà un giorno.

Durante una di quelle selezioni, sentì che fermavano dietro di lei Janine, una ragazza francese «dai capelli corti e ricciolini, gli occhi azzurri e una dolcissima voce». Liliana era la sua inserviente; le portava dei pesi d’acciaio. Janine li tagliava con una macchina per farne bossoli per mitragliatrice. «Due, tre settimane prima — racconta la Segre — la macchina le aveva tranciato due falangi. Lei ci aveva messo uno straccio, ma non servì. Eravamo nude ed era impossibile nascondere qualsiasi cosa. Mentre io passavo la selezione, nella felicità della rinascita, sentii che fermavano Janine e la mandavano a morte. Ed io fui orribile, vigliacca, spaventosa. Fui quella lupa affamata, egoista che ero diventata. Non mi sono voltata. Non ho fatto come i detenuti di San Vittore. Io non ho detto Janine, ti voglio bene, fatti coraggio. Non l’ho chiamata per nome: Janine!».

Eppure, la Segre non ha mai dimenticato quella ragazza francese, «che non fu donna, né madre, né nonna, per la colpa d’essere nata». La ricorda in ogni sua testimonianza. Nel 2012, l’associazione Rondine di Arezzo, presso cui la Segre aveva tenuto un intervento, decise d’indire un concorso intitolato: «Voltati, Janine vive!».

Dopo la morte di Janine, la vita al campo proseguì indisturbata nel suo orrore. Liliana trovò subito un’altra operaia schiava al posto dell’amica francese e si ripromise di non affezionarsi più a nessuno. Sino a quando, il 20 gennaio del 1945, non cominciò a sentire il rumore degli aerei che passavano sopra la fabbrica. Capì, dal nervosismo degli aguzzini, che qualcosa stava accadendo lontano dalla geena di Hitler.

Stavano arrivando i russi, che, dopo ampi combattimenti, avevano rotto il fronte dell’est e si avvicinavano ad Auschwitz, a grandi passi. I nazisti fecero saltare con la dinamite le strutture di morte, i crematori, le camere a gas, molte segreterie, molti documenti. E così com’erano, in fabbrica, senza aver capito cosa stesse succedendo, i prigionieri furono obbligati tutti a uscire e a iniziare quella che la pubblicistica statunitense definì «marcia della morte». E così, Liliana sotto la pioggia, o sulla neve, o nel fango fino alle ginocchia, mettendo fiaccamente «una gamba davanti all’altra», cominciò a camminare, verso la libertà. Attorno a sé, venivano uccisi, con una fucilata alla testa, tutti quelli che cadevano, perché nessuno poteva rimanere lì, su quelle strade.

E quel mantra, che continuava a ripetersi nel silenzio della mente ancora lucida, in mezzo a tanti morti senza tomba, «voglio vivere, voglio vivere, voglio vivere», trasformò la marcia della morte in una marcia per la vita.

Durante ognuna delle sue testimonianze, quasi sempre agli studenti, che lei immagina come “nipoti ideali”, la Segre non ha mai smesso di ripetere: «Non dite che siete stanchi, non è vero, siete fortissimi! Non dite “non ce la faccio più”, non è vero! Noi siamo fortissimi, ce la fate, ce la facciamo, se vogliamo. Possiamo fare tantissimo con le nostre forze. Io l’ho visto in quella disgraziata Liliana che camminava con le altre, una gamba davanti all’altra. La vita è una cosa importantissima, meravigliosa, perché, anche attraverso le esperienze più negative, ti può arrivare alla fine un bambino che ti dice: ma tu, nonna, sei il mio arcobaleno. Ma come, se valeva la pena di fare la marcia per la vita, una gamba davanti all’altra. Liliana era una ragazza forte, senza saperlo».

Il 19 gennaio 2018, in occasione dell’ottantesimo anniversario delle leggi razziali fasciste, il presidente della Repubblica italiana, Sergio Mattarella, ha deciso di nominare quella ragazza forte senatrice a vita. «Quando ho firmato il decreto di nomina», dirà Mattarella alla Segre, «ho pensato al suo papà».

A questa ragazza forte, che oggi compie 90 anni, a questa nonna instancabile, preziosa per la memoria e per l’avvenire dei suoi nipoti ideali, vanno i nostri migliori auguri. Noi tutti, oggi, siamo la sua scorta.

di Roberto Rosano