· Città del Vaticano ·

Nella contemplazione il Dio della vita

Roberto Borra, «Contemplazione»

L’8 settembre 1980 usciva la prima lettera pastorale dell’arcivescovo di Milano, Carlo Maria Martini

07 settembre 2020

Anticipiamo ampi stralci dell’articolo, in uscita a fine settembre su «La rivista del clero italiano», che ricorda «La dimensione contemplativa della vita», la prima lettera pastorale di Carlo Maria Martini, arcivescovo di Milano dal 1979 al 2002, datata 8 settembre 1980.

L’otto settembre 1980 uscì La dimensione contemplativa della vita, prima lettera pastorale di Carlo Maria Martini, da poco arcivescovo di Milano. Il titolo sconcertava, poiché rivolto alla Milano degli anni ’80, frenetica nel lavorare e nel godere, consapevole di essere la prima della classe in Italia e tra le città europee più vitali. La sua riconosciuta generosità era l’espressione luminosa della sua agitazione. Il suo ritmo insostenibile era l’altissimo prezzo della sveltezza nel cogliere le opportunità e il costo dei bei vestiti che coprivano la sua tristezza. Infatti non si è mai iperattivi solo per capriccio o per indole; spesso lo si diventa per ammutolire le domande più vibranti che, sepolte vive, partoriscono strani mostri tra cui la tristezza appunto, smascherata anche dagli attentati terroristici.

Ma Milano e il suo territorio comprendeva anche la Chiesa di Milano. I milanesi erano solerti, dinamici, intraprendenti, così pure i cristiani milanesi che, condividendo l’operosità del luogo, forse risentivano della medesima frenesia (fosse pure pastorale).

La dimensione contemplativa della vita suonò come un «Fermi tutti!»; quasi un sacrilegio, con un tocco di ironia. Infatti le righe iniziali della lettera non fanno alcun riferimento alla fatica dei primi mesi di Martini. Non si avverte il minimo segnale di affanno nel tenere il velocissimo passo dei suoi fedeli. Al contrario: l’arcivescovo apre la lettera descrivendosi come chi sta godendo «giorni di quiete», caratterizzati anche da «lunghe ore» di «preghiera», «riflessione» e «meditazione». Un portamento libero e signorile, distinto dalla retorica secondo cui chi non è sempre stanco morto, chi si riposa, è uno sfaccendato, un buono a nulla; non è né un imprenditore capace, né un impiegato efficiente, tantomeno un pastore appassionato e dedito al suo gregge. Il vescovo dell’operosissima Milano si presentava come uno che si stava riposando!

Il titolo della lettera è intrigante. Non suona come “l’importanza della contemplazione nella vita”, richiamando al dovere di contemplare, ma riconosce un potere e una qualità che anzitutto appartengono alla vita stessa. In primo luogo non si allude al compito di contemplare, ma si afferma la forma originariamente contemplabile della vita. Vale a dire: la vita (tutta la vita!) è da contemplare. La capacità di contemplazione è favorita, richiesta, invocata dalle forze e dalle forme della vita stessa. Perciò contemplare è l’accesso normale alla vita. L’assenza di contemplazione non è semplicemente un dovere disatteso, ma un’amputazione inferta all’uomo. Se, avendo responsabilità economiche, politiche, sociali, culturali, ecclesiali si ostacolasse la contemplazione, si assumerebbe un atteggiamento “abortivo”, impedendo la nascita e la crescita dell’originario rapporto tra vita e vivente, tipicamente contemplativo.

Parlare di “dimensione contemplativa della vita” significa leggere con originalità squisitamente biblica l’atto di contemplare. “Con-templare” deriva da “cum” e “templum”, cioè la sezione di cielo delimitata dall’àugure per interpretare il volo degli uccelli. Tale porzione “separata” era “distinta” e “sacra” rispetto al resto della volta celeste. In seguito, il verbo assunse il significato di “alzare lo sguardo al cielo”, mantenendo comunque un tocco di “separazione” e “specialità” rispetto alle azioni più comuni.

Insomma: contemplare è un’attività separata e speciale che mira al cielo, all’oltre, all’al di là, al profondo… rispetto a quanto è solitamente disponibile. Ciò che nella vita è comune e quotidiano sarebbe superficiale, mentre la contemplazione aspira alla profondità o all’altezza. Affermare invece che la vita è tutta contemplabile significa ammettere la profondità di quanto affiora alla superficie di ogni giorno. Ciò non comporta l’annacquamento della differenza specifica di luoghi e tempi propri della contemplazione. Al contrario, la loro importanza è più volte richiamata da Martini, insistendo sulla «preghiera eucaristica silenziosa», sulle «pause contemplative», sul «silenzio» e la «solitudine», auspicando «l’elaborazione di modelli e forme di preghiera contemplativa per l’uomo d’oggi». Tuttavia, l’affermazione del carattere eminentemente contemplabile della vita intera, impedisce di requisire l’esperienza della contemplazione nei tempi e nei luoghi considerati “tipici”.

Articolando tempi e luoghi propriamente contemplativi con la contemplabilità della vita intera, Martini intende riattivare il battito compreso tra il “raccoglimento” nel tempo e nello spazio sacro e l’“accoglienza” della vita intera. Siffatta pulsazione caratterizza lo stile del Figlio di Dio nella carne, più volte presentato dai Vangeli “raccolto” nella solitudine della preghiera e perciò capace di “accogliere” la presenza operosa del Regno del Padre nella sazietà degli uccelli del cielo, nell’eleganza dei fiori del campo, nelle pulizie di casa, nella pesca, nell’agricoltura e nel commercio, nella cucina, nelle fatiche educative, nel vento, nel seme che cade a terra e muore... Non avremmo le parabole del Regno senza il “raccoglimento accogliente” del Signore.

Dinamica simile muove il racconto della vocazione di Isaia (Isaia, 6, 1-8). Il profeta, probabilmente sacerdote, si trova nel Tempio di Gerusalemme durante una liturgia. Sta nel luogo più santo della città santa, compiendo un’azione santa. Luogo e azione godono di una differenza specifica, esclusiva rispetto a tutto il resto. In questo ambiente esclusivo, il profeta vede la maestà di Dio. Attorno al Signore i serafini infuocati proclamano a cori alterni: «Santo, santo, santo il Signore degli eserciti». Ma proprio nel punto di massima condensazione della santità, gli angeli continuano: «Tutta la terra è piena della sua gloria!». La gloria di Dio, cioè il mistero della sua reale, efficace presenza, riempie tutta la terra, è percepibile su tutta la terra. Ma proprio tutta! Sembra che il compito di quanto avviene nel tempio sia rivelare che tutta la terra è piena della gloria di Dio. Solo quel luogo e quell’azione tipicamente contemplativi hanno questo potere, ma il loro onore e il loro onere consiste nel manifestare e ricordare che tutta la terra, e tutto Adamo, «il plasmato con la terra», è contemplabile. L’esclusiva dello spazio e tempo sacri non esclude il resto, ma anzi lo include, rivelandolo per ciò che è. Insomma: non un’esclusiva escludente, ma inclusiva.

Perciò, con espressione folgorante, Martini scrive che «la preghiera è percezione della realtà», è la forma più raffinata di sensazione, intuizione e conoscenza di tutto il reale. Il non contemplativo è un distratto, un fuggiasco dalla realtà, personale, sociale, cosmica. D’altro canto, se il carattere speciale di tempi e luoghi tipicamente contemplativi virasse verso l’esclusione del reale, non onorerebbe il proprio compito “percettivo”, condannando la vita a quel mutismo cui è facile imporre le parole dell’ansia, dell’attivismo, del consumismo e della tristezza. Interessandosi a questa pulsazione, l’arcivescovo gesuita cura con un’unica manovra sia la frenesia triste sia la contemplazione senza carne.

Ieratico come uno dei seraphim di Isaia, Martini, cantando «Santo, santo, santo il Signore Dio degli eserciti. Tutta la terra è piena della sua gloria!», entrò nella complessa, agitata, difficile e bellissima Milano.

di Giovanni Cesare Pagazzi