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Marcia di preghiera a due anni dal rapimento di padre Macalli

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17 settembre 2020

Il 17 settembre 2018 in Niger veniva rapito padre Pierluigi Maccalli. A due anni dal suo sequestro il missionario non è però stato dimenticato. Il suo ricordo e la sua presenza sono vivissimi sia nella missione di Bomoanga, dove operava, sia nella diocesi di Crema, da dove proviene.

A Bomoanga, padre Gigi, come tutti lo chiamano, era arrivato alcuni anni fa dopo una lunga esperienza in Costa d’Avorio. Nella sua attività ha sempre cercato di tenere insieme evangelizzazione e promozione umana: scuole, dispensari e formazione per i giovani contadini. Attento alle problematiche legate alle culture locali, aveva organizzato incontri per affrontare temi e contrastare pratiche legate alle culture tradizionali, tra le quali anche la circoncisione e l’escissione delle ragazze. «Una persona serena, di dialogo con tutti, musulmani e rappresentanti di religioni tradizionali — ricordano i suoi confratelli della Società delle missioni africane (Sma), la famiglia religiosa alla quale appartiene — ha sempre annunciato il Vangelo concretamente, aiutando i più poveri, specialmente i bambini malnutriti e malati. Un uomo dinamico e di preghiera».

Un dinamismo che l’ha fatto ben volere dalla gente del posto che, a due anni dal sequestro continua a ricordarlo. «In un mese — continuano i confratelli — visitava anche 15 comunità sparse nei villaggi. Nella missione, ogni sera organizzava una preghiera in lingua locale per animare la comunità cristiana, ma anche per mostrare che la Chiesa e il Vangelo sono per tutti. Le etnie sono due: i gurmancé, tra i quali ci sono i nostri battezzati, e i peul, che sono pastori musulmani».

Anche la diocesi di Crema non l’ha dimenticato. Per due anni, il vescovo, monsignor Daniele Gianotti, ha voluto che il 17 di ogni mese si tenesse una veglia di preghiera per la liberazione del missionario. A due anni dal rapimento di padre Luigi Maccalli, oggi, 17 settembre, la diocesi ha organizzato una marcia che coinvolgerà alcuni luoghi della città di Crema. «Ogni tappa — spiegano i responsabili della diocesi — è stata affidata a un ufficio pastorale diverso e vuole essere un’occasione di meditazione sulla missione negli ambiti di vita quotidiana a partire da quei valori evangelici che hanno mosso anche padre Gigi nella sua scelta vocazionale di sacerdote e, soprattutto, di prete missionario con i più poveri. In cattedrale è prevista (alle 20.30) l’Adorazione, che si conclude con l’arrivo dei vari gruppi (questo momento si può seguire su Radio Antenna 5 - Canale YouTube de “Il Nuovo Torrazzo”, raggiungibile dal sito della diocesi)». All’iniziativa partecipa anche Antonio Porcellato, superiore generale della Società delle missioni africane.

Ma che cosa si sa del rapimento? Da fonti Sma trapela un cauto ottimismo. Padre Gigi starebbe bene, sarebbe imprigionato nel nord del Mali e sarebbe custodito da miliziani jihadisti. «L’unica immagine che abbiamo di lui — spiegano — è il frammento di un video pubblicato dal quotidiano “Avvenire” in aprile. In quel fotogramma, appare provato e deperito, ma in salute. Questo ci dà speranza perché, dopo la liberazione di Luca Tacchetto, il turista rilasciato in marzo insieme alla fidanzata canadese, si starebbe trattando con i miliziani».

A rapirlo, probabilmente, non sono stati i jihadisti che lo custodiscono ora, ma una delle numerosissime bande che operano al confine tra Niger, Burkina Faso e Benin. «Qui — spiegano i missionari della Sma — c’è una vasta area naturale. I controlli sono pochi e questi banditi praticano traffici di droga, armi e il bracconaggio. Secondo le prime ricostruzioni, è una di queste bande ad averlo sequestrato. Non si sa se il rapimento sia stato commissionato dai jihadisti oppure se questi criminali lo abbiano “venduto” successivamente ai miliziani».

Adesso il missionario sarebbe custodito in un rifugio nel Nord del Mali. Si tratta di una zona desertica e montagnosa. Un’area impervia difficilmente controllabile. E infatti né le forze armate locali né quelle francesi (che operano nell’area dal 2014) sono riuscite a stabilizzare la zona. «Un colpo di mano militare per liberarlo — osservano i confratelli — è praticamente impossibile. Troppo complessa l’orografia del territorio e troppo esperti i miliziani. Allora bisogna affidarsi alle trattative. Non è semplice, ma pensiamo si possa arrivare a un compromesso e alla liberazione. A noi rimane la speranza che presto padre Gigi possa tornare con noi».

Il missionario non è l’unico in mano ai rapitori. I jihadisti custodirebbero anche l’italiano Nicola Chiacchio, Gloria Cecilia Narváez, una suora colombiana sequestrata tre anni fa, e l’abbé Joël Yougbaré, parroco di Djibo, rapito lo scorso anno. «Dobbiamo pregare per tutti loro — concludono i padri della Sma — e dobbiamo sperare che le trattative possano andare a buon fine e che presto possano tornare alle loro vite».

di Enrico Casale