· Città del Vaticano ·

Luogo di dialogo e di pacifica convivenza

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Nell’isola di Mindanao a forte presenza musulmana riapre dopo due anni di restauri la chiesa di San Salvador del Mundo

08 settembre 2020

La Chiesa a Mindanao, la grande isola nel Sud delle Filippine, riflette sul suo essere una comunità di persone che celebrano, professano e testimoniano la fede in Cristo in quel contesto, nel tempo presente. La Chiesa è “popolo di Dio” in cammino verso il Regno, pur in mezzo a paure e difficoltà che riemergono, periodicamente, quando atti terroristici come quello che ha di recente funestato la vicina isola di Jolo generano apprensione, insicurezza, senso di precarietà. Con questa visione, la riapertura della più antica chiesa cattolica di Mindanao, la parrocchia di San Salvador del Mundo situata a Caraga, nella regione di Davao orientale, restituita al culto dopo due anni di restauri, è un segno promettente per la comunità cattolica. L’antico edificio, costruito nel 1883 e dichiarato sito storico nazionale nel 2012, è stato restaurato grazie alla feconda cooperazione della Chiesa locale e delle istituzioni civili come la Commissione storica nazionale delle Filippine. La solenne riapertura, avvenuta nelle scorse settimane, «testimonia la profonda fede cristiana del popolo filippino», ha detto monsignor Abel Cahiles Apigo, vescovo di Mati, durante la cerimonia. «Questa è la prova della riuscita collaborazione, materiale e spirituale tra la Chiesa e lo Stato», ha rimarcato il governatore della regione, Nelson Dayanghirang, sottolineando il valore del lavoro comune in questo momento storico attraversato dalla pandemia di covid-19.

Non è stato l’unico luogo di culto a riaprire i battenti: anche la chiesa parrocchiale di Sant’Anna a Piddig, nella provincia di Ilocos Norte, chiusa per quasi cinque anni per restauro, è stata riconsegnata ai parrocchiani. E altre quattro chiese dell’area di Bohol riapriranno nel 2021: il fermento nella comunità dei battezzati a Mindanao — area dove la Chiesa cattolica conta 21 province ecclesiastiche (18 diocesi, 2 prelature territoriali, una vicariato apostolico) — è tutto proteso verso il cruciale appuntamento del 500° anniversario dell’arrivo del cristianesimo nelle Filippine (1521-2021). Tutta la Chiesa nell’arcipelago ha vissuto un periodo di preparazione decennale a quell’evento che sarà un momento essenziale di confessione della fede, di consolidamento pastorale, di impegno per l'evangelizzazione.

L’area delle Filippine meridionali, occupata in larghissima parte dall’isola di Mindanao, ha caratteristiche proprie e un suo specifico volto sociale e culturale: infatti, mentre nel resto dell’arcipelago la percentuale dei fedeli cattolici supera il 90 per cento, a Mindanao, su circa 25 milioni di abitanti, i cattolici sono il 57 per cento (dati del censimento del 2015) con 14 milioni di aderenti, mentre il 23,5 per cento della popolazione segue la religione islamica e sono presenti consistenti e antiche comunità indigene (i “lumads”), legati a culti animisti. Va notato che i fedeli musulmani (circa 6 milioni) sono concentrati nella regione autonoma “Bangsamoro”, dove costituiscono il 90 per cento della popolazione e dove i cristiani sono, invece, un’esigua minoranza. Questa articolazione delle comunità religiose ha creato la necessità di avviare percorsi di dialogo interreligioso e iniziative per costruire e consolidare la pacifica convivenza, anche perchè da 50 anni l’area è attraversata da conflitti innescati da gruppi ribelli di matrice islamica, promotori di autonomia o indipendenza. Su questi fermenti si sono innestate le provocazioni di movimenti del terrorismo internazionale che hanno a volte attratto e coinvolto gruppi locali come “Abu Sayyaf”, complicando a volte i rapporti con le istituzioni civili e con le comunità cristiane: basti ricordare i due attentati dinamitardi del 24 agosto scorso a Jolo, nella provincia di Sulu, non lontano dal luogo dove nel 2019, all’interno della cattedrale cattolica di Jolo, una bomba uccise più di 20 persone.

«Il restauro e la riapertura delle chiese di mattoni, oggi, è segno del rinnovamento e del nuovo slancio della comunità di uomini e donne battezzati, ferventi nella fede nonostante le violenze e le minacce subite», riferiscono a «L’Osservatore Romano» un sacerdote della diocesi di Dipolog e una laica cattolica impegnati a costruire cappelle per le comunità rurali, con lo scopo di alimentare la fede della popolazione. Padre Joel Agad, parroco e direttore della pastorale di Dipolog, insieme a Chrisma Bangaoil, insegnante universitaria e missionaria laica, hanno iniziato cinque anni fa un programma chiamato “Love the Poor”, grazie al sostegno di benefattori locali e amici. Il progetto ha goduto di un premio speciale finanziato dalla Pontificia Università della Santa Croce, con sede a Roma, e ha potuto continuare a edificare cappelle (l’ultima intitolata al Curato d’Ars) per il culto delle comunità indigene nella diocesi di Dipolog e in altri luoghi. «Il Signore benedice ogni sforzo per radunare e portare più persone a Lui», racconta Chrisma Bangaoil, docente di scienze comportamentali all’Università domenicana di Santo Tomas a Manila. La donna riferisce della recente costruzione di una cappella, in un’area di confine fra tre barangay (villaggi), che darà alla gente del luogo la possibilità di partecipare alla messa domenicale. «Abbiamo chiamato quel luogo Ars, affidandolo al patrocinio di san Giovanni Maria Vianney, e intitolato al santo la cappella. Abbiamo raccontato la storia del Curato e la gente lo ha subito amato», nota Bangaoil. Intere comunità di tre villaggi hanno collaborato per costruire la chiesa: «Abbiamo visto cuori generosi anche durante la pandemia», osserva la donna. Secondo don Agad, la costruzione di nuove cappelle e stazioni missionarie rappresenta uno degli aspetti dell’azione pastorale ed evangelizzatrice: molte diocesi a Mindanao si stanno concentrando sulla formazione alla fede di bambini, giovani, donne, famiglie, promuovendo incontri sulla dignità umana, sulla giustizia sociale, sullo sviluppo della famiglia e sulla risposta alla povertà, che caratterizza l’area di Mindano. La Chiesa, infatti, non può dimenticare che sull’isola, che ospita un quarto della popolazione nazionale, oltre il 33 per cento degli abitanti — informa la Banca Mondiale — vive al di sotto della soglia di povertà. Il Pil pro capite di Mindanao è di 1.800 dollari l’anno, ovvero la metà della media nazionale, mentre nella regione autonoma di Bangsamoro la cifra si dimezza ulteriormente, segno di arretratezza e di un basso indice di sviluppo umano, sociale ed economico: in tale scenario, la sfida politica determinante è accelerare l’inclusione e la crescita, migliorare l’occupazione e ridurre la povertà.

Proprio con questa consapevolezza, il programma “Love the Poor” è un’iniziativa pastorale di carattere olistico, pensata per offrire sviluppo e prosperità alle famiglie povere. Finora ha coinvolto oltre mille nuclei e che verrà esteso ad altre parrocchie e diocesi: «Il fine non è quello puramente assistenzialistico, ma è operare per il bene comune e per il futuro delle comunità», spiega Bangaoil, riferendo l’insegnamento di strumenti e tecniche di gestione dell’agricoltura, dell’artigianato e del commercio, che possano accompagnare la crescita nel sostentamento familiare, nell’istruzione, nello sviluppo sociale e culturale di intere comunità indigene depresse. È un impegno a raggiungere le “periferie esistenziali” che, spiega la docente, è «propriamente secondo il cuore le parole di Papa Francesco».

A Mindanao, inoltre, risulta cruciale la missione del dialogo e di costruire una serena convivenza con la comunità islamica, anche per sottrarre terreno ai gruppi terroristi che vogliono avvelenare il clima sociale religioso. A tal fine, figura di riferimento, oggi riscoperta e riportata in auge, è quella del vescovo Bienvenido S. Tudtud (1931-1987), della prelatura apostolica di Marawi, deceduto in un incidente aereo. Oggi la sua visione profetica riemerge grazie all’impegno dell’Università di Santo Tomas, alla Commissione episcopale per il dialogo interreligioso e al movimento per il dialogo islamo-cristiano “Silsilah”. «Essere amati da Dio — ha scritto il vescovo — e poterlo amare è un’esperienza umana tanto reale quanto misteriosa. Questo scambio tra divino e umano è in realtà l’essenza di ciò che i cristiani chiamano “Buona notizia” e di ciò che i musulmani intendono quando si riferiscono a Dio come misericordioso, compassionevole e amorevole. Annunciare e proclamare questo amore è parte integrante della missione del cristianesimo e dell’islam». Dunque «qualsiasi attività umana può essere un veicolo per comunicare la buona notizia sull’amore di Dio. L’uomo diventa pienamente umano quando mette in relazione l’amore di Dio e la vera comunione con il prossimo: questo è l’autentico dialogo», rimarcava monsignor Tudtud.

In una situazione di conflittualità, ostilità e pregiudizio tra credenti, aggiungeva, «condividere l’esperienza dell’amore di Dio attraverso il dialogo diventa ancor più indispensabile. Laddove esistono muri, il dialogo è la via per costruire ponti. Dialogo — prosegue il presule — significa una ricerca costante e genuina di bontà, bellezza e verità. Ogni persona deve essere aperta al fatto che può essere arricchita dalla bontà, dalla bellezza e dalla verità che si trovano nel prossimo. Ognuno deve essere pronto a scoprire il volto di Dio nell’altro». Concludeva il vescovo Tudtud: «Il dialogo è soprattutto una comunione, in totale abbandono a Dio, tra uomini che perseverano nella speranza di un cambiamento del cuore e partecipano alla costruzione del Regno di Dio, che Lui solo può portare a compimento». In queste parole sta la road map che, la Chiesa di Mindanao seguirà per rinnovare la sua identità e la sua missione, mentre si avvicina il 2021, anno in cui si torna alle sorgenti della fede.

di Paolo Affatato