· Città del Vaticano ·

Lettere dal direttore

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14 settembre 2020

Questa mattina ho accompagnato a scuola mia moglie, insegnante di religione delle medie, emozionata per il primo giorno di un anno scolastico così particolare. Oggi un po’ per tutti, non solo per la scuola, è quasi come il capodanno, con quella frizzante trepidazione da inizio dell’avventura. Perché di questo si tratta, di un’avventura, cioè, dobbiamo ammetterlo, di entrare nel regno dell’incertezza. Quest’anno questo ingresso è venato da un pizzico di ansia in più, che colora tutto di profonda preoccupazione e per alcuni anche di cupezza.

Le scuole stanno cercando di organizzare la possibile ripartenza in presenza degli alunni, che sono il motivo e il cuore di quell’avventura, e lo fanno spesso con quella creatività necessaria nei momenti di crisi. Anche il Papa più volte ha sottolineato come le crisi tirino fuori il meglio o il peggio dal cuore dell’uomo e quanto sia importante essere creativi per affrontare le nuove situazioni per le quali i vecchi strumenti non sono più sufficienti.

Mi ha colpito vedere negli appunti di mia moglie che la sua scuola ha predisposto ben cinque “gate” (così era scritto sulla mappa, non so perché “ingresso” non andava bene) per far entrare in modo scaglionato nel tempo la popolazione studentesca evitando assembramenti in entrata e in uscita. Il termine usato mi ha fatto subito pensare all’aeroporto dove ci sono i “gate d’imbarco”, un’immagine che calza perfettamente con la realtà della scuola che dovrebbe essere quella “rampa di lancio” per quel gran salto nella vita di cui parla Etty Hillesum nel suoi diari: «Dobbiamo avere il coraggio di abbandonare tutto, ogni norma e appiglio convenzionale, dobbiamo osare il gran salto nel cosmo, e allora, allora sì che la vita diventa infinitamente ricca e abbondante, anche nei suoi più profondi dolori». La scuola come pista di decollo (e i piloti più esperti sanno che il decollo è il momento più delicato di tutto il viaggio, verità mai vera come quest’anno) per far sì che i nostri giovani possano finalmente volare. Con l’accortezza che, al contrario del decollo degli aerei, i nostri studenti per prendere il volo, non dovranno allacciare le cinture di sicurezza ma appunto sganciarle: la sfida dell’incertezza va presa sul serio, fino in fondo, scendendo nella profondità del proprio desiderio, perché aveva ragione Goethe: «Sono due le cose che i bambini dovrebbero ricevere dai loro genitori: radici e ali». In questa doppia immagine è racchiuso il senso della scuola: giovani e adulti si incontrano per donarsi le radici, le storie, e nutrire così il desiderio radicale di “volare”; per farlo bisogna però abbandonare tutto, ogni appiglio convenzionale e buttarsi. Un inizio quindi davvero vertiginoso scommettendo sulla verità del ritornello di Mi fido di te, la nota canzone di Jovanotti: «La vertigine non è paura di cadere, ma voglia di volare». E allora anche la parola “gate”, misteriosamente prestata dalla lingua inglese, può andar bene per la scuola italiana, può suonare incoraggiante, sfidante, promettente.

A.M.