· Città del Vaticano ·

La testimonianza di carità di don Roberto Malgesini

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All’udienza generale il Papa prega per il sacerdote ucciso a Como

16 settembre 2020

Papa Francesco ha ricordato don Roberto Malgesini, il sacerdote cinquantunenne di Como ucciso martedì mattina, 15 settembre, da uno dei tanti bisognosi che da lui ricevevano sostegno e aiuto. «Mi unisco al dolore e alla preghiera dei suoi familiari e della comunità comasca — ha assicurato al termine dell’udienza generale di mercoledì 16 — e, come ha detto il suo vescovo, rendo lode a Dio per la testimonianza, cioè per il martirio, di questo testimone della carità verso i più poveri». Poi l’invito rivolto ai fedeli presenti nel Cortile di San Damaso e a quelli collegati attraverso i media: «Preghiamo in silenzio per don Roberto Malgesini e per tutti i preti, suore, laici, laiche che lavorano con le persone bisognose e scartate dalla società».

In precedenza, proseguendo le catechesi sul tema «Guarire il mondo» nell’epoca del covid-19, il Pontefice aveva proposto una riflessione scandita da un duplice elogio: dei cuidadores, «coloro che si prendono cura degli ammalati... di chi ha bisogno», in questi tempi in cui «c’è l’abitudine di lasciare da parte» queste persone; e di tutti «quei movimenti, associazioni, gruppi popolari, che si impegnano per tutelare il proprio territorio», contribuendo «a una rivoluzione pacifica» per poter «lasciare un’eredità alla futura generazione».

Partendo dal presupposto che «per uscire da una pandemia, occorre curarsi e curarci a vicenda», Francesco ha esteso il ragionamento «anche alla nostra casa comune: alla terra e ad ogni creatura». E arricchendo come di consueto il testo preparato con aggiunte personali si è subito domandato «come mai» non ci sia «un vaccino... per la cura della casa comune». Salvo poi rispondere che l’antidoto contro questa malattia esiste e si chiama «contemplazione». Infatti, ha spiegato il Pontefice, «il creato, non è una mera “risorsa”» e le creature che lo abitano non possono essere ridotte a un «oggetto di “usa e getta”»; al contrario «riflettono, ognuna... un raggio di luce divina» e «per scoprirlo — ha raccomandato — abbiamo bisogno di fare silenzio, ascoltare e contemplare». Al contrario, «senza contemplazione» — ha messo in guardia il vescovo di Roma — c’è «l’“io” al centro di tutto», che porta al «peccato» di «sfruttare il creato», depredare «la terra fino a soffocarla», rovinando così «l’armonia del disegno di Dio».

Ecco allora la necessità di una «conversione, un cambio di strada: prendersi cura anche del creato», recuperando «la dimensione contemplativa», guardando «la terra come un dono, non come una cosa da sfruttare». Perché «qui è il nocciolo del problema: contemplare è andare oltre l’utilità... è gratuità». Del resto, ha proseguito, «chi non sa contemplare il creato, non sa contemplare le persone. E chi vive per sfruttare la natura, finisce per sfruttare le persone e trattarle come schiavi». Ma «distruggere il creato», sfruttarlo «a mio vantaggio... si paga caro», è stata la denuncia di Francesco, che ha fatto anche esempi concreti dei danni del surriscaldamento globale. Mentre, di contro, grazie a Dio ci sono «quanti diventano “custodi” della casa comune», come «i popoli indigeni, verso i quali abbiamo tutti un debito di riconoscenza» e «anche di penitenza, per riparare il male fatto loro», ha concluso Francesco.

L'udienza generale