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La medicina come arte terapeutica

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Lettera «Samaritanus bonus» sulla cura delle persone nelle fasi critiche e terminali della vita

22 settembre 2020

Nel corso della sessione plenaria della Congregazione per la Dottrina della fede, dell’anno 2018, a proposito delle questioni riguardanti l’accompagnamento dei malati nelle fasi critiche e terminali della vita, i padri del dicastero hanno suggerito l’opportunità di un documento che trattasse della tematica, non solo in modo dottrinalmente corretto, ma anche con un accento fortemente pastorale e con un linguaggio comprensibile, all’altezza del progresso delle scienze mediche. Occorreva approfondire, in particolare, i temi dell’accompagnamento e della cura dei malati dal punto di vista teologico, antropologico e medico-ospedaliero, focalizzando anche alcune questioni etiche rilevanti, implicate nella proporzionalità delle terapie e riguardanti l’obiezione di coscienza e l’accompagnamento pastorale dei malati terminali.

Alla luce di queste considerazioni, dopo varie fasi preliminari di studio in cui diversi esperti hanno offerto il proprio qualificato contributo redazionale, una prima bozza di documento ha finalmente preso forma. Il testo, accanto alla figura del Buon Samaritano, offre un breve riferimento a quella del Cristo sofferente, testimone partecipe del dolore fisico, dell’esperienza della precarietà e perfino della desolazione umana, che in Lui divengono abbandono fiducioso all’amore del Padre. Tale confidente consegna di sé al Padre, nell’orizzonte della Resurrezione, conferisce un valore redentivo alla sofferenza stessa e dischiude, oltre il buio della morte, la luce della vita ultraterrena. Alla prospettiva di chi si prende cura delle persone nelle fasi critiche e terminali della vita, è venuta così opportunamente ad associarsi nel testo anche una prospettiva di speranza per la sofferenza vissuta da coloro che sono affidati alle amorevoli cure degli operatori sanitari.

Ogni malato, infatti, «ha bisogno non soltanto di essere ascoltato, ma di capire che il proprio interlocutore “sa” che cosa significhi sentirsi solo, abbandonato, angosciato di fronte alla prospettiva della morte, al dolore della carne, alla sofferenza che sorge quando lo sguardo della società misura il suo valore nei termini della qualità della vita e lo fa sentire di peso per i progetti altrui» (p. 9). Per questo, «per quanto così importanti e cariche di valore, le cure palliative non bastano se non c’è nessuno che “sta” accanto al malato e gli testimonia il suo valore unico e irripetibile. [...] Ed è importante, in un’epoca storica in cui si esalta l’autonomia e si celebrano i fasti dell’individuo, ricordare che se è vero che ognuno vive la propria sofferenza, il proprio dolore e la propria morte, questi vissuti sono sempre carichi dello sguardo e della presenza di altri. Attorno alla Croce ci sono anche i funzionari dello Stato romano, ci sono i curiosi, ci sono i distratti, ci sono gli indifferenti e i risentiti; sono sotto la Croce, ma non “stanno” con il Crocefisso. Nei reparti di terapia intensiva, nelle case di cura per i malati cronici, si può essere presenti come funzionari o come persone che “stanno” con il malato» (p. 11).

Il documento, presentato all’attenzione del Santo Padre e da Lui approvato in data 25 giugno 2020, reca dunque il titolo di Samaritanus bonus. Sono stati scelti il genere letterario della Lettera e la data del 14 luglio 2020, memoria liturgica di san Camillo de Lellis (1550-1614). Nel XVI secolo — epoca in cui è vissuto il nostro Santo — gli incurabili venivano per lo più consegnati a mercenari; alcuni di essi, delinquenti, venivano costretti a quel lavoro con la forza; altri si rassegnavano a quest’opera, per non aver avuto diversa possibilità di guadagno. Camillo volle «uomini nuovi per una assistenza nuova». E un pensiero fisso lo aveva afferrato: sostituire i mercenari con persone disposte a stare con i malati solo per amore. Desiderava avere con sé gente che «non per mercede, ma volontariamente e per amore d’Iddio li servissero con quell’amorevolezza che sogliono fare le madri verso i propri figli infermi».

Anche se l’insegnamento della Chiesa in materia è chiaro e contenuto in noti documenti magisteriali — in particolare la lettera enciclica Evangelium vitae di san Giovanni Paolo II (25 marzo 1995), la dichiarazione Iura et bona della Congregazione per la Dottrina della fede (5 maggio 1980), la Nuova carta degli Operatori sanitari (2016) dell’allora Pontificio Consiglio per gli operatori sanitari, oltre a numerosi discorsi e interventi effettuati dagli ultimi Sommi Pontefici —, un nuovo organico pronunciamento della Santa Sede sulla cura delle persone nelle fasi critiche e terminali della vita è parso opportuno e necessario in relazione alla situazione odierna, caratterizzata da un contesto legislativo civile internazionale sempre più permissivo a proposito dell’eutanasia, del suicidio assistito e delle disposizioni sul fine vita.

Al riguardo, un caso del tutto speciale in cui è necessario riaffermare l’insegnamento della Chiesa è l’accompagnamento pastorale di colui che ha chiesto espressamente l’eutanasia o il suicidio assistito. Per poter ricevere l’assoluzione nel sacramento della Penitenza, così come l’Unzione degli infermi e il Viatico, occorre che la persona, eventualmente registrata presso un’associazione deputata a garantirle l’eutanasia o il suicidio assistito, mostri il proposito di retrocedere da tale decisione e di annullare la propria iscrizione presso tale ente. Non è ammissibile da parte di coloro che assistono spiritualmente questi infermi alcun gesto esteriore che possa essere interpretato come un’approvazione anche implicita dell’azione eutanasica, come, ad esempio, il rimanere presenti nell’istante della sua realizzazione. Ciò, unitamente all’offerta di un aiuto e di un ascolto sempre possibili, sempre concessi, sempre da perseguire, insieme ad una approfondita spiegazione del contenuto del sacramento, al fine di dare alla persona, fino all’ultimo momento, gli strumenti per poterlo accogliere in piena libertà (cfr. punto v, 11, pp. 41-42).

Come è ben detto nel primo paragrafo del documento, dal titolo Prendersi cura del prossimo, «la cura della vita è la prima responsabilità che il medico sperimenta nell’incontro con il malato. Essa non è riducibile alla capacità di guarire l’ammalato, essendo il suo orizzonte antropologico e morale più ampio: anche quando la guarigione è impossibile o improbabile, l’accompagnamento medico-infermieristico... psicologico e spirituale, è un dovere ineludibile, poiché l’opposto costituirebbe un disumano abbandono del malato. La medicina, infatti, che si serve di molte scienze, possiede anche una importante dimensione di “arte terapeutica” che implica una relazione stretta tra paziente, operatori sanitari, familiari e membri delle varie comunità di appartenenza del malato: arte terapeutica, atti clinici e cura sono inscindibilmente uniti nella pratica medica, soprattutto nelle fasi critiche e terminali della vita» (p. 6).

La testimonianza cristiana mostra come la speranza sia sempre possibile, anche quando la vita è avvolta e appesantita dalla “cultura dello scarto”. E siamo tutti chiamati ad offrire il nostro specifico contributo, perché — come ha detto Papa Francesco (rivolgendosi ai dirigenti degli Ordini dei medici di Spagna e America latina, il 9 giugno 2016) — a essere in gioco sono la dignità della vita umana e la dignità della vocazione medica.

di Luis Francisco Ladaria Ferrer
Prefetto della Congregazione per la Dottrina della fede