· Città del Vaticano ·

La lezione di Calcutta

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Ricordo di madre Teresa a ventitré anni dalla morte

04 settembre 2020

E io che pensavo di conoscere madre Teresa... Tanti incontri nelle periferie romane, interviste per l’Osservatore — l’ultima il 29 giugno 1997, poco prima che morisse, il 5 settembre, come i suoi poveri e tra i suoi poveri — persino passaggi in macchina dal Vaticano al Laterano o nella sua Casa di San Gregorio al Celio... Ma che non avevo capito proprio nulla di lei, preso dalle mie corte logiche superficiali, me ne sono reso spietatamente conto quando ho sbattuto la faccia nella realtà di Calcutta. E sì, ci ha pensato Calcutta, la sua gente, a farmi capire.

«Prepari subito la valigia perché deve andare ai funerali di madre Teresa con il cardinale legato pontificio, lo ha disposto il Papa». Agli ordini di servizio, il professor Mario Agnes, indimenticato direttore dell’Osservatore, aggiungeva sempre una confidenza spirituale: «E si ricordi di pregare anche per me, mi raccomando!». L’approccio giusto per il servizio del “giornale del Papa”. Non puoi che fare il tuo lavoro con la solidarietà del credente.

A farmi “capire” la santità di madre Teresa non sono state le esequie, celebrate il 13 settembre, e neppure il grande tributo di affetto dell’India intera, lungo le strade, al passaggio del funerale di una donna cristiana. No, ho “capito” madre Teresa quando ho avuto paura e quando ho incontrato un uomo che ha segnato l’inizio della sua missione.

Sì, paura paura. In realtà, credo proprio di non esser mai scappato via così velocemente come quella sera di 23 anni fa a Moti Jihl: periferia — se si può chiamare così... — di Calcutta. La sera prima delle esequie avevo deciso di prendere un taxi — non ascoltando il suggerimento alla prudenza del nunzio apostolico — per andare a vedere Moti Jihl, la zona dove madre Teresa aveva cominciato il servizio d’amore — altra parola non c’è — nella più devastante miseria dei più poveri tra i poveri. In India la chiamano “slum”, parola intraducibile usata per indicare i luoghi più ignobili, dove vivono ammassate un numero imprecisabile di persone in condizioni indicibili. Lì nessun censimento è possibile. Le case non esistono. Ci sono tentativi di baracche piantate nel fango.

A Moti Jihl madre Teresa mise i piedi — quei suoi piedi deformati da fatica e chilometri fino a diventare tutt’uno coi poveri sandali — per la prima volta il 21 dicembre 1948 e aprì subito una scuola per bambini. Vista dallo “slum” è ancora più eccezionale l’opera di questa figlia dell’Europa divenuta madre dell’India.

Le ho percorse a bordo di un taxi — abbastanza improbabile... — quelle “strade” piene di immondizie. Il primo istinto che assale, lo ricordo perfettamente con un groppo alla gola, è di scappare via. Gli occhi di quei disperati che ti fissano mettono paura. È la paura dell’enormità del dolore, della tua insufficienza a dare risposte. Lo sguardo finisce per ruotare attorno, atterrito, e il primo pensiero è che tra poco sarai, finalmente, fuori da quella fogna a cielo aperto dove si rincorrono bambini, topi e cani. Ma non si sa chi rincorre chi...

Non me le levo dalla mente quelle persone che rantolavano, si contorcevano in mezzo alla “strada”. E mentre pensi che presto, grazie a Dio, sarai fuori da quell’inferno, quel briciolo di coscienza che hai messo all’angolo ti fa notare che quella gente a Moti Jihl — come in tutte le Moti Jihl del mondo — ci resta e ci muore. E male, ci muore molto male. Chissà come si chiamava, e se aveva un nome per gli uomini, quel ragazzo, in realtà di età indefinibile, che improvvisamente aveva smesso di gemere. Si era accartocciato su se stesso, restando immobile. Non aveva reagito più neppure quando le mosche si erano posate sulle sue piaghe.

Madre Teresa decise di restare a Moti Jihl, anche solo per dare dignità a chi muore tra le mosche. Lì ho “capito” madre Teresa e non certo con le domande di un’intervista. Moti Jihl spazza via in un istante le caricature sdolcinate di madre Teresa: era una donna forte, estremamente forte. Per inciso: dopo la sua morte due suore si sono presentate all’Osservatore chiedendo aiuto per fare il primo archivio della missionarie della carità e suor Nìrmala, la religiosa che le è succeduta alla guida della congregazione, ha “preteso” umilmente un’intervista. E lo hanno chiesto “a nome di madre Teresa” che aveva loro suggerito, con disposizione decise, questi passi prima di morire.

Con lo “schiaffone” preso a Moti Jihl ho capito — meglio, ho avuto la conferma più assoluta — che non ho certo la fede di madre Teresa e neppure la forza di farmi provocare da lei per convertirmi (i santi “servono” anche a scuoterci dalla mediocrità). Non ho la sua consapevole speranza. Ma soprattutto ho capito cosa possano essere la paura e la vergogna... se appena detto al tassista di portarmi via subito mi è venuto da pensare e pregare: “Teresa, scusami...!”.

Non sono scappato invece da casa di Michael Gomes, al civico 14 di Creek Lane, viuzza popolosa nel centro di Calcutta. Ho voluto fortemente conoscerlo e lui sì, anche con il suo stile discreto, mi ha fatto “capire” ancora di più madre Teresa. È stato proprio Michael a donare a Teresa nel 1947 il secondo piano della casa dove ancora è poi sempre vissuto, lì a Creek Lane. Ma a dirla tutta, a Teresa lui ha offerto quanto aveva di più prezioso, ben più del secondo piano di casa: sua figlia Magdalena e sua nipote — morta giovanissima assistendo i poveri per strada — sono entrate nelle Missionarie della carità, attratte dalla testimonianza che hanno visto da vicino.

«Vuoi vedere quelle due stanze, vero?”». Questa è gente di pochi convenevoli ma di tanta, tanta concretezza. Senza attendere la mia, scontata del resto, risposta lo vidi salire svelto su per una scala di legno con i passamano in ferro, piuttosto elegante. Lì nulla era cambiato: quei gradini sono stati consumati anche dai sandali di Teresa. A Creek Lane è vissuta dal febbraio 1947 al febbraio 1953.

Da Michael era inimmaginabile avere indiscrezioni, anche perché di indiscrezioni da confidare non ce n’erano. «Andava tutto il giorno a servire i poveri per strada e pregava, non aveva nulla se non una cassetta che le faceva da sedia e scrivania, un sari di ricambio, un quaderno con la penna, il Vangelo, un’immagine della Madonna e un’immagine del sacro cuore di Gesù». Semplice, no?

Il ricordo più bello? Per Michael nessun dubbio: «Il 19 marzo 1949, per san Giuseppe, bussò alla porta una ragazza. Si chiamava Subashini Das. Era stata alunna di Teresa nel prestigioso collegio St. Mary. La sua famiglia era ricca, il suo sari era tessuto con stoffa di prima qualità. Eppure quella ragazza non esitò un istante a cambiarlo con il sari poverissimo cucito da Teresa, bianco orlato d’azzurro. In India è stata una rivoluzione. Scelse di chiamarsi Agnese, il nome di battesimo di Teresa. Era la prima Missionaria della carità».

Il racconto di Michael si fermava puntualmente qui. Altrimenti le lacrime di commozione avrebbe preso il sopravvento perché avrebbe dovuto dire che la seconda Missionaria della carità si chiamava Magdalena Gomes — sua figlia — e che per trovare la porta di Teresa aveva dovuto solo salire una rampa di scale, con un elegante passamano di ferro.

di Giampaolo Mattei