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Il libro di Chiara Giaccardi e Mauro Magatti «Nella fine è l’inizio»

La catastrofe vitale

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28 settembre 2020

È uscito nelle librerie il 24 settembre scorso il libro «Nella fine è l’inizio. In che mondo vivremo» (Il Mulino, Bologna, 2020, pagg. 180, euro 15). Pubblichiamo il prologo, a firma degli autori del volume.

Covid-19, la prima pandemia globale: miliardi di persone tappate in casa, fabbriche, uffici, scuole chiuse, ospedali al collasso. Un futuro incerto, tanti cambiamenti necessari, alcuni irreversibili.

Un evento eccezionale o uno degli effetti collaterali della società globale coi quali dovremo imparare a convivere stabilmente?

Una domanda che non possiamo eludere, che ci costringe a ripensare il tema della precarietà, della vulnerabilità, della morte non come principi opposti alla stabilità, alla potenza e alla vita ma come dimensioni ugualmente coessenziali del nostro essere viventi. Pascal riconosceva che «gli uomini, non avendo potuto guarire la morte, la miseria, l'ignoranza, hanno risolto, per vivere felici, di non pensarci».

Il problema è che, dopo lo shock, la rimozione non è più possibile.

Cosa possiamo imparare da quanto è accaduto? Cosa possiamo e forse dobbiamo abbandonare dei nostri modi di vivere, e cosa invece portare con noi e far crescere? Come cambiare in modo da rendere questo momento l'occasione per una rigenerazione anziché un immiserimento?

Questa crisi, come altre che l'hanno preceduta, ha una portata molto più profonda delle emergenze che solleva. E una lente per leggere il nostro tempo: un microscopio che mette a nudo aspetti che ci sfuggono e che forse non vogliamo vedere, ma al tempo stesso un telescopio per guardare più lontano, con uno sguardo più libero dalla pressione della quotidianità.

Non è solo una sventura che interrompe una corsa da rimettere il prima possibile sui binari, ma una frattura che è anche una rivelazione. Di limiti e insieme di possibilità che prima non riuscivamo a vedere. È l'occasione per un avvenire inedito anziché per un divenire inerziale e già scritto nelle premesse.

Ernesto De Martino, in una serie di appunti usciti postumi con il titolo La fine del mondo, usa un'espressione che può illuminare i mesi vissuti nell'incertezza, nella sospensione, nell'angoscia per il presente e il futuro: «catastrofe vitale».

Catastrofe è letteralmente un rovesciamento, un capovolgimento, uno sconvolgimento repentino e in peggio delle condizioni esistenziali, di solito legato a un evento imponderabile. E certamente il coronavirus, per il mondo e per l'Italia, è stato una catastrofe. Improvvisamente ci siamo trovati di fronte, impreparati, al lato oscuro dell'interconnessione globale, che abbiamo visto con sgomento costituire una perfetta infrastruttura anche per la diffusione dei virus patogeni.

L'accadere dell'impensabile ha dato avvio a un grande esperimento storico che ha coinvolto il mondo intero. La vita si è fermata. Le nostre abitudini quotidiane sconvolte. La medicina impotente di fronte a un microrganismo venuto dell'Oriente. La produzione bloccata. La politica travolta da domande per le quali non ha risposte.

Il futuro, che già preoccupava, ora spaventa ancor di più: gli effetti su un'economia zoppicante, le gravi ripercussioni sociali in un mondo segnato da gravi disuguaglianze, la vulnerabilità a microorganismi sconosciuti, subdoli quanto letali, le implicazioni sulla salute collettiva e sulla sanità. E molto altro.

Un velo si è squarciato.

Improvvisamente l'individualismo si è rivelato per quello che è: un'astrazione. Di fronte al virus, abbiamo vissuto sulla nostra pelle il fatto che siamo tutti interdipendenti, che le nostre vite sono legate le une alle altre, che i nostri comportamenti condizionano i destini altrui e viceversa. L'«effetto farfalla» («Può, il batter d'ali di una farfalla in Brasile, provocare un tornado in Texas?», come recitava il titolo di una conferenza di Edward Lorenz) non è solo una metafora per definire l'interconnessione globale bensì, letteralmente, una questione di vita e di morte. Non siamo individui, ciascuno nella sua bolla di immunità, ma persone in relazione (col vivente di cui siamo parte, insieme al virus), ciascuna con il suo carico di responsabilità.

Abbiamo fatto esperienza concreta del fatto che ciascuno può fare la differenza, per sé e per gli altri, soprattutto i più deboli. È un altro contatto che abbiamo sperimentato, fatto di consapevolezza e sollecitudine per chi ci sta attorno, prima ancora che preoccupazione per sé: lasciarci toccare dal pensiero dell'altro. La capacità di pensare in termini di «noi» anziché di «io»: un movimento che non è certo automatico ma di cui forse si è riusciti a capire di più la necessità.

C'è però anche l'altro aspetto che l'espressione di De Martino mette in luce. L'ossimoro «catastrofe vitale» rivela infatti la struttura paradossale dell'esistenza umana: l'intreccio vita/morte non si può districare. Rimuovere la morte dal nostro orizzonte significa svuotare le nostre vite di senso. E ora che la catastrofe ci ha messo irrimediabilmente di fronte alla vulnerabilità della nostra esistenza siamo anche chiamati a rendere tale tensione un nodo di rigenerazione possibile: «la morte vitale è ciò che rende appassionata la vita mortale», scriveva Vladimir Jankélévitch.

Ora che abitudini e routine che davamo per scontate (e che perciò pensavamo immodificabili) sono crollate, siamo nelle condizioni di povertà e leggerezza per ripensare il senso del nostro essere insieme, le forme e i ritmi delle nostre attività sociali.

Non dobbiamo perciò rassegnarci al lato buio della questione, né limitarci alla nostalgia per una normalità che di certo non tornerà presto. E che per molti aspetti non tornerà affatto (e non è solo un male). Piuttosto, possiamo approfittare di questa frattura nell'ordinarietà del tempo per ripensare il senso delle nostre vite, dei nostri legami, della gratitudine per ciò che c'è, delle forme che possiamo ricostruire a partire da questo «azzeramento» forzato.

Per quanto intensi e dolorosi, però, non è detto che i mesi alle nostre spalle riescano a lasciare un segno. A costituirsi, cioè, come una vera esperienza.

In tedesco, due parole indicano le forme dell'«esperienza»: Erlebnis e Erfahrung. Con la prima siamo nel campo dell'episodico, di ciò che non si concatena. La seconda, Erfahrung, si riferisce a ciò che lascia traccia. Come scrive Walter Benjamin, la nostra è un'epoca ricca di esperienze episodiche (Erlebnis) e povera di esperienze trasformative (Erfahrung). Un'epoca additiva — per dirla con Byung-Chul Han — in cui sovrapponiamo frammento a frammento, nella speranza di «fare spessore».

Nella sua etimologia, il termine esperienza ci dice invece quanto può essere prezioso il tempo che viviamo: le radici peira (prova, tentativo), poras (passaggio, porta) e peras (limite) rinviano all'idea di attraversamento, superamento, passaggio. Quindi, di cambiamento, di oltrepassamento. È un movimento, l'inizio di un processo più che un momento, un evento puntuale.

È rottura, metamorfosi e rivelazione: «L'esperienza autentica è sempre negativa», sosteneva Georg Gadamer. Un movimento di spossessamento, di perdita di controllo, di esposizione a qualcosa che ci supera. Un attraversare ed essere attraversati da un'alterità che non si lascia dominare, che non è riconducibile alla nostra volontà, al nostro controllo. «Un movimento che ci sottrae all'atteggiamento del senso comune, presupposto tacito della nostra vita quotidiana, e ci mette a confronto con una domanda di senso individuale», come scrive Paolo Jedlowski. E proprio per questo, ci spinge a uscire da noi stessi, a metterci in moto nella nostra relazione con altro da noi.

Ancora più radicalmente, si infrange l'illusione che il guscio protettivo dell'io possa davvero tener fuori l'alterità. La relazione è onnipresente, dentro e fuori al tempo stesso: non dobbiamo costruirla perché c'è già, ma riconoscerla e darle forma.

Da questo punto di vista anche l'esperienza planetaria della pandemia, dolorosamente subita, contiene in sé uno straordinario potenziale di libertà, oltre che di comprensione del mondo. A condizione di non lasciarla passare, cercando tuttalpiù di leccarsi le ferite.

Non possiamo predeterminare gli avvenimenti, ma questo non vuol dire che non siamo liberi. Anzi, proprio perché non è quel che ci accade, ma quel che facciamo con ciò che ci accade, per parafrasare Aldous Huxley, l'esperienza ci fa capire la verità paradossale dell'affermazione di Hannah Arendt: la libertà degli esseri umani si esercita in condizioni di non sovranità.

Non è facile, perché c'è un elemento destabilizzante: per fare esperienza occorre mettersi in una posizione di apertura, contemplazione, avventura, grazie alla quale possiamo finalmente trascenderci. Significa essere disposti a modificare il nostro linguaggio, le nostre categorie, le nostre parole, cioè le finestre attraverso cui noi entriamo in rapporto con la realtà. Senza questo proiettarsi al di là della situazione e delle sue urgenze — «pensare è oltrepassare», scrive Ernest Bloch in Il principio speranza — nessuna libertà è possibile. E nessun cambiamento.

Quella che chiamiamo «società» può essere pensata come un equilibrio «metastabile», cioè un campo di tensioni — un insieme di nessi, relazioni, pratiche, rapporti di potere, motivazioni — che trova assetti costitutivamente provvisori. Termine preso dalla termodinamica, metastabilità indica un sistema che non è definito tanto dalla sua struttura, quanto dalla sua energia potenziale. Se questa è alta, il sistema è dinamico, aperto alla trasformazione. Se invece è bassa il sistema è stabile, rigido, statico.

Metastabile è, più precisamente, la forma che prende la risoluzione temporanea di una tensione, condizione di una certa stabilità che rimane però aperta al cambiamento. Il che ha due importanti implicazioni.

La prima è che ogni ordine sociale tende a produrre effetti paradossali, controintuitivi, contraddittori, come si vedrà tracciando i caratteri della società pre-Covid. Il paradosso è appunto un nodo di apparenti incompatibilità che concretamente coesistono, generando una tensione che non può mai essere definitivamente risolta.

La seconda è che qualsiasi equilibrio sociale, non riuscendo a esaurire tutte le potenzialità latenti, rimane suscettibile di ulteriori cambiamenti. E che l'alternativa all'instabilità non è la stabilità che irrigidisce, ma una metastabilità capace di assecondare un dinamismo trasformativo.

La pandemia ha determinato la rottura dell'equilibrio metastabile su cui si fondava la società formatasi a cavallo del nuovo secolo. A franare sono stati alcuni dei pilastri della vita sociale, le fondamenta della nostra «sicurezza ontologica», come la chiamava Anthony Giddens: e cioè la ragionevole aspettativa che ciascuno di noi ha di sapere quello che si può attendere dalle persone e dalle istituzioni che lo circondano.

Se il «mondo» nel quale la vita quotidiana si svolge è una realtà dotata di senso, continuità e stabilità, l'emergenza coronavirus ne ha costituito una radicale messa in discussione.

Ora lo squarcio prodotto dal contagio è anche una rivelazione su chi eravamo e chi potremmo essere. Alcune delle «patologie» che ci sembravano segni di salute sono state smascherate dalla pandemia nel loro lato più grottesco e parossistico. Ed è da qui che si può iniziare.

Nello stesso tempo, il modo in cui abbiamo saputo reagire all'impatto del virus ci ha rivelato quante potenzialità inespresse il nostro mondo sociale racchiude e quanto un sistema che pensavamo stabile e immodificabile, sia in realtà metastabile, dinamico, carico di possibilità di cambiamento (in meglio e in peggio).

Viviamo dunque un tempo liminale, di passaggio. Tra un passato che conosciamo e che ci è familiare, ma che sappiamo pieno di contraddizioni; un presente che ci inquieta, perché destruttura ogni nostra certezza; e un futuro ancora ignoto, che può assumere contorni opposti. Può vederci sprofondare verso íl baratro che sembra già prefigurato dalle varie crisi — sanitaria, economica, sociale, politica; oppure può inaugurare un ciclo nuovo, con la libertà dalle inerzie e la possibilità di affrontare in modo inedito i problemi che ci affliggono da anni. Trasformando la «fine del mondo» nella fine di un mondo, e nel possibile inizio di uno nuovo.

Questo libro non dà risposte. Ma cerca di districare i tanti fili che si stanno ingarbugliando in questi tempi così abissali. E lo fa con un metodo: analizzare il modo in cui la pandemia impatta sulla società che eravamo. Sui suoi punti di forza e di debolezza, sui suoi paradossi. Riconoscendo così i nuovi intrecci (ugualmente paradossali) che si stanno formando e le vie possibili verso il mondo di domani.

Ciò che abbiamo cercato di tracciare è dunque un percorso di interpretazione e immaginazione a partire da cinque prospettive sul nostro mondo globalizzato. È importante ricordarci dove eravamo perché, come insegnano gli storici, i processi di cambiamento — che pure a volte avvengono in modo repentino — non accadono mai nel vuoto, ma seguendo sottili fili di continuità nella discontinuità.

Non dovremmo dimenticare troppo in fretta che il tempo che abbiamo alle spalle aveva le sue luci ma era anche abitato da molte ombre. Nel decennio che è seguito al 2008 il modello trionfante della globalizzazione aveva cominciato a mostrare crepe profonde. Che sotto i colpi della pandemia sono diventate voragini.

Partire da qui è importante per non farsi prendere dalla nostalgia di un mondo che era già in evidente difficoltà, e che solo i disastri del Covid possono far sembrare degno di rimpianto. Anche perché, scriveva il filosofo Georges Canguilhem, «ciò che è normale (e normativo) in condizioni date può divenire patologico in un'altra situazione, se si mantiene identico a se stesso». Poter riconoscere i tratti malati del nostro mondo sociale che prima, da «sani» totalmente immersi in quell'orizzonte, non riuscivamo a percepire è un'opportunità preziosa, che non dobbiamo lasciarci sfuggire.

È proprio nella relazione tra ciò che eravamo e l'impatto del coronavirus che possiamo sperare di capire meglio non solo i mutamenti in atto, ma anche le premesse dei cambiamenti possibili. Cambiamenti che sono già iscritti in ciò che oggi vediamo. Non dobbiamo pensare il futuro in funzione del presente, ma il presente in funzione del futuro che vogliamo.

È la logica della «trasduzione», termine che viene dalla biologia e che indica la capacità di una cellula di convertire, in modo originale e non programmato, uno stimolo esterno in una particolare risposta cellulare: non si risponde alla pandemia con un ritorno al passato, né con l'ossessione compulsiva verso l'innovazione tecnologica (che pure serve).

Piuttosto, con la nostra capacità — personale e istituzionale — di dare risposte nuove ai problemi (nuovi) che ci troviamo davanti, a partire dalla concretezza delle tensioni e contraddizioni della situazione, e dalle sue potenzialità inespresse.

Come direbbe ancora Ernesto De Martino, di fronte alle crisi si apre la possibilità (e la necessità) di una «odologia» (da odós, strada): una riflessione rigorosa sulle vie e sui sentieri possibili a partire dalla nuova situazione, per far sì che la dimensione mortifera del trauma non soffochi completamente le occasioni vitali che esso (pur dolorosamente) dischiude.

Per questo siamo partiti da cinque parole, cinque rappresentazioni — né buone né cattive, ma ambivalenti — della nostra organizzazione sociale: società del rischio, della connessione, della libertà, della potenza (tecnica), dell'insicurezza.

La pandemia radicalizza le tensioni già presenti nel retroscena della nostra società, questioni irrisolte che non riuscivamo più a vedere: l'emergenza ci rimette violentemente in rapporto con una realtà che pretendiamo di rimuovere. E se da un lato porta alla luce potenzialità latenti, dall'altro può anche diventare il pretesto per precipitarci in uno «stato di eccezione» permanente; il confinamento rende evidente l'esperienza ambivalente del limite, riparo e insieme chiusura oppressiva; la sorveglianza ci fa riconoscere la necessità della gestione collettiva dei nostri problemi comuni, ma può diventare anche la possibile anticamera di un futuro senza libertà; la fragilità ci fa scoprire vulnerabili, ma al tempo stesso ci illumina sul senso della comune umanità; e infine l'angoscia, che, svelando la nostra comune condizione, può fare da detonatore della rabbia, ma può anche, al contrario, aiutarci a reinquadrare il tema della libertà e a entrare finalmente nella maturità della modernità.

A partire da qui, dalla concretezza di queste tensioni irrisolte, abbiamo infine cercato di scorgere le piste di possibile rigenerazione verso nuovi equilibri. Non semplicemente come un elenco di buone intenzioni più o meno difficili da realizzare, ma come dei codici ancora non decifrati, che stanno però già dentro l'esperienza storica da cui veniamo e che la crisi di questi mesi ci ha fatto intravvedere. Potenziali ancora da portare alla luce, antidoti all'esplosione delle contraddizioni che altrimenti ci aspetta.

Così, nei cinque capitoli, le «terze parole» resilienza, interindipendenza, responsività, cura, pro-tensione — tutti termini di relazione — sono presentate non come facili soluzioni in grado di sciogliere le nostre contraddizioni, ma come vie, piene di domande e di nodi ancora irrisolti, che possiamo però intraprendere per affrontare in modo vitale e non solo difensivo le tensioni del nostro tempo. Vie che l'emergenza, per l'appunto, fa «emergere» come concretamente possibili.

Ogni capitolo ruota dunque attorno a una triade: una chiave di lettura della società dalla quale proveniamo; un aspetto che la pandemia ha radicalizzato dentro l'equilibrio metastabile preesistente; una via realistica di cambiamento possibile.

Non si tratta di una dialettica unificante tesi/antitesi/ sintesi. Piuttosto della ricerca, dentro la concretezza complessa delle nostre esistenze, di una via di sviluppo positivo, integrale e umano, alla quale tutti abbiamo dimostrato, nei momenti più difficili alle nostre spalle, di potere e sapere contribuire, collettivamente.

Perché la «ripartenza», il riavviarsi del sistema che si è fermato, non è sufficiente, e non è nemmeno possibile. Né auspicabile. Il mondo sociale non è una macchina. Nella macchina il funzionamento non altera la configurazione di partenza. Nella vita sociale, invece, non ci si limita a riprodurre il già dato. Ci sono scarti, gesti inediti che danno avvio a cambiamenti. Quella della «macchina che deve ripartire» è una cattiva narrazione, che occulta la possibilità, inerente a ogni crisi, di un cambiamento «trasduttivo», di una riformulazione vitale degli elementi di criticità.

La crisi ha radicalizzato ciò che già non funzionava, e spazzando via inerzie che pensavamo inamovibili ci apre uno spazio di libertà: far esistere, a partire da ciò che siamo, che abbiamo imparato, che già esisteva come potenzialità, qualcosa che ancora non c'è.

Di questo noi siamo profondamente convinti: se penseremo che la via è tornare indietro saremo travolti dalla frustrazione, dalla rabbia, dalla depressione. L'unico modo per andare avanti è quello di adottare uno spirito trasformativo, nella decisa convinzione che questo sia il momento buono per avviare un nuovo ciclo storico che possa orientare il secolo che abbiamo appena cominciato a vivere.

Non un modello calato dall'alto, non un algoritmo che programmi la ripartenza di una macchina che già arrancava, ma qualcosa di inedito, radicato in ciò che eravamo e che oggi ancora di più siamo. Dove non c'è niente di assicurato, ma dove siamo tutti chiamati a dare il nostro contributo. Che è poi l'idea di libertà della Arendt, o l'idea di cambiamento secondo il paradigma della generatività sociale.

Senza visione, nessun futuro è possibile. Senza radici nella concretezza della nostra storia, con tutte le sue ambivalenze, le parole fluttuano nel vento e le proposte rimangono velleitarie. Non è di normatività astratta che abbiamo bisogno, ma di universalità concreta che rigeneri in senso positivo e collettivo il mondo di cui siamo tutti responsabili.

Per noi e per chi verrà dopo.

di Chiara Giaccardi
e Mauro Magatti