· Città del Vaticano ·

Aperto dal cardinale vicario De Donatis il nuovo anno pastorale della diocesi di Roma

L’amore di amicizia che riesce a fare tutto

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28 settembre 2020

Il nuovo anno pastorale della diocesi di Roma si è aperto con due significativi appuntamenti, entrambi presieduti dal cardinale vicario: sabato 26 settembre, alle ore 10, nella basilica di San Giovanni in Laterano, l’incontro con gli operatori pastorali delegati dalle parrocchie; lunedì 28, sempre alle 10 in cattedrale, l’incontro con i presbiteri e i diaconi. Gli eventi sono stati trasmessi in diretta streaming sulla pagina Facebook della diocesi e in replica su Telepace. Le due assemblee sono state aperte da un momento di adorazione eucaristica, al termine del quale il porporato ha pronunciato una relazione, intitolata «Per riprendere il cammino», in cui si è soffermato sull’importanza del ritrovarsi, del riunirsi «come famiglia nella stessa barca in mezzo alla tempesta» provocata dalla pandemia di covid e su alcune indicazioni «suscitate dallo Spirito» che stanno emergendo con sempre maggiore chiarezza. Indicazioni e segnali che «ricorrono con insistenza», da interpretare e recepire nell’ambito delle linee per il cammino pastorale 2020-2021. Del discorso del cardinale vicario pubblichiamo ampi stralci.

Vorrei prima ricordare insieme con voi il cammino compiuto in questi primi tre anni di quel settenario che il Papa ci ha prospettato in vista del Giubileo del 2025. L’invito del Papa è che si desse avvio a un processo ecclesiale sinodale. Ci ha dato Evangelii gaudium non come un prontuario in cui trovare le risposte a tutte le domande, ma come “miccia” e “combustibile” per accendere una fiamma capace di rimetterci in movimento. Dio non vuole solo convertirci, ma farci rinascere come Chiesa di Roma, come suo popolo. Per prima cosa era necessario guardare con onestà se le nostre comunità non si fossero “ammalate”, ripiegate su se stesse in maniera “innaturale” invece di essere missionarie al servizio del regno. L’analisi sincera delle malattie, compiuta con l’aiuto del secondo capitolo di Evangelii gaudium (nella quaresima 2018) ne ha evidenziato le tre principali: l’autoreferenzialità, il pessimismo sterile, la guerra tra noi. Essere schiavi in Egitto e non rendersene conto, accettare come un dato di fatto la mancanza di una terra e di una discendenza, essere un non-popolo e per di più sterile e senza figli.

Il primo anno ci ha reso più consapevoli dell’urgenza di una conversione pastorale, personale e comunitaria. Nel secondo anno (2018-2019) abbiamo fatto memoria di come Dio ha guidato la storia delle comunità cristiane di questa città. Come Israele nel deserto ci siamo ricordati «di tutto il cammino che il tuo Dio ti ha fatto percorrere» (Deuteronomio, 8, 2) per riscoprire quanto Egli ha guidato anche il nostro cammino. In tempi più difficili dei nostri, i cristiani delle periferie, spesso senza case confortevoli e senza i più elementari servizi pubblici, hanno vitalizzato con entusiasmo le parrocchie e i quartieri, annunziando il Vangelo e facendo crescere la solidarietà reciproca e l’attenzione ai poveri. Alla luce di questa memoria, nella seconda parte dell’anno abbiamo chiesto perdono di tutto ciò che ci ha diviso: accomunati dalla debolezza, ma soprattutto accomunati e resi più vicini dalla misericordia di Dio. Infine l’anno scorso abbiamo accolto l’invito del Signore a scendere come Mosè in mezzo al popolo per ascoltarne il grido, quel grido che Dio ode e che noi non ascoltiamo più. Papa Francesco ci ha provocati (era il 9 maggio) e ci ha detto che non vuole una diocesi più efficiente, ma più obbediente alla voce dello Spirito. A mia volta ho inviato una lettera estiva ai parroci chiedendo di costituire in ogni parrocchia una “equipe pastorale”, lettera che ha dato primi frutti molto promettenti.

Il nostro cammino diocesano è impegnativo perché non punta su cose da fare, ma sull’entrare in relazione con tutti per ascoltarli in maniera contemplativa. L’esperienza del covid non ha annullato ma rilanciato questa terza tappa del cammino dei sette anni. Non è possibile superare l’autoreferenzialità e buttarsi nell’evangelizzazione se non ci decidiamo a uscire, incontrare e abbracciare gli altri. Quello che c’è da fare è, per certi aspetti, semplicissimo e feriale: incontrare le famiglie, incontrare i ragazzi a scuola e nei muretti, andare a visitare gli anziani e i malati, farsi vicini a chi versa in stato di povertà. Nulla di differente da ciò che siamo chiamati a fare sempre. Ciò che è da far maturare è il nostro approccio, è l’atteggiamento del cuore: un cuore abitato dall’amore di amicizia. In esso si riassumono i tre atteggiamento indicati dal Papa a Firenze (umiltà, disinteresse, beatitudini evangeliche), necessari per un vero ascolto contemplativo. È l’atteggiamento indispensabile per vivere la missione. Forse tanti nostri sforzi di annuncio del Vangelo o di carità verso i poveri non hanno toccato il cuore di nessuno perché erano privi di amore di amicizia. Secondo il Vangelo esiste un legame tra la povertà e l’amore. Amare è dare, dare qualcosa e dare se stessi. Ora, perché ci sia la possibilità di dare qualcosa, bisogna essere liberi, essere distaccati: se siamo troppo attaccati a qualcosa, non riusciamo a donarla.

Al primo grado di povertà, che consiste nel distaccarsi dai beni terreni e dalle ricchezze, corrisponde il primo grado dell’amore che è quello del condividere i beni. Il secondo grado di povertà corrisponde a un grado più alto di amore: dare non solo i beni, ma la propria vita, il proprio tempo, la propria salute. È la povertà dall’attaccamento a se stessi, dalla paura di “annullarsi” o di perdersi dietro alla persona amata. Questa purissima forma di amore è vissuta da tante persone, l’abbiamo vista in azione durante il covid nei medici, negli infermieri e nei cappellani disposti a rischiare la propria salute, l’abbiamo vista in coloro che sono andati a trovare gli anziani soli in casa o a portare gli aiuti alimentari a rischio della vita. È l’abnegazione di un padre o di una madre di famiglia, di un insegnante o di un religioso. C’è infine un terzo livello dell’amore, che è pieno di umiltà e di rispetto, è l’amore di amicizia. Non basta infatti donare beni e non basta neppure donare la vita, è necessaria una vera e umile amicizia nel donare. A questa terza forma di amore corrisponde come grado di povertà interiore la rinuncia alla presunzione di sentirci superiori agli altri. È l’umiltà interiore che permette di stare di fronte all’altro in uno stato di uguaglianza che favorisce l’amicizia, il dialogo, l’intesa.

A ogni epoca storica corrisponde, per così dire, una certa forma di manifestazione della carità, quella più adatta a ciò di cui c’è bisogno in quel momento. La Chiesa è sempre stata nei secoli passati il lievito del progresso dell’umanità: ha puntato sull’insegnamento quando si è trovata in contesti di profonda povertà educativa, sull’accoglienza dei poveri in tempi di emergenza economica, sugli ospedali, sul sostegno all’impresa e al lavoro, sull’impegno politico, sulla difesa dei diritti. In questo nostro tempo, anche alla luce di quello che abbiamo vissuto con la pandemia, credo che ciò che sia chiesto alla Chiesa è contribuire a superare le divisioni tra le persone, gli individualismi, gli odi sociali, per rilanciare un rinnovamento dell’amicizia che deve esistere tra tutti gli uomini. Non è sempre facile, ma siamo chiamati a contrapporre nei nostri contesti urbani all’odio, alla chiusura e all’intolleranza il nostro umile amore di amicizia. Questo ci si attende oggi dalla Chiesa. È ben altra logica rispetto a quella di chi cerca di imporre la propria ideologia o l’interesse della propria parte.

Non sempre siamo consapevoli della nostra tendenza a sentirci superiori e a comportarci di conseguenza. Il cambiamento d’epoca che stiamo vivendo, come ci ha detto Papa Francesco, ci ritrova in minoranza, senza privilegi, forse incapaci di incidere sulla cultura. A maggior ragione questa epoca può e deve essere abitata dalla Chiesa vivendo un amore di amicizia verso tutti. E questo favorirà e renderà credibile l’annuncio del Vangelo. Prendiamo, direi alla lettera, i numeri 87-92 di Evangelii gaudium. Sosteniamo le equipe pastorali, le famiglie, gli operatori delle nostre parrocchie in questo movimento di uscita verso gli altri, di relazioni nuove da coltivare, di annuncio del Vangelo che passa attraverso quella prossimità che ha come “motore” segreto l’amore di amicizia. Vivremo così quella “rivoluzione della tenerezza” e quella “mistica della fraternità” di cui spesso parla il Papa, e che si chiama “mistica” perché affonda le sue radici nel Mistero di Dio: in Dio Padre di tutti gli uomini, in Dio Figlio che facendosi uomo si è fatto fratello di ognuno, in Dio Spirito santo che tratteggia sul volto di ogni uomo i lineamenti del volto di Cristo.

Puntiamo davvero molto sulle famiglie: nel periodo di lockdown hanno rivelato da una parte la loro fragilità (per cui ci dobbiamo impegnare a sostenerle), ma nella maggioranza dei casi hanno rivelato anche la loro tenuta e la loro forza. Hanno mostrato concretamente il loro volto di Chiese domestiche, la loro capacità di farsi prossime agli altri e di testimoniare il Vangelo. Non vi sembra anche questo uno di quei segnali, di quelle indicazioni chiare e forti di cammino, che il Signore ci sta donando?

Il titolo del documento contenente le linee pastorali è Sapremo cambiare i nostri stili di vita?. È questa la sfida. L’amore di amicizia è quello stile che “fa tutt’uno” con i contenuti dell’annuncio della fede. Esso si esprime in tanti modi, quelli che san Paolo elenca nell’inno alla carità, e che danno spessore ai tanti gesti di condivisione e di solidarietà che saremo chiamati a dare in quest’anno così particolare, in cui le diverse onde d’urto raggiungeranno la nostra vita sociale: la difficoltà a far partire la scuola, la povertà crescente per la fine delle misure di sostegno al reddito, la disoccupazione crescente, la pervasività dell’economia sommersa legata alla criminalità, la violenza sociale che si scatena tra i soggetti più deboli. Uno sforzo grande ci è richiesto (pensate a come dobbiamo far convergere risorse per alimentare il Fondo Gesù Divino Lavoratore), per una ripartenza che è un vero “parto” doloroso, eppure carico di nuovo, un nuovo che viene da Dio e che ci chiede la disponibilità a convertirci e a cambiare.

di Angelo De Donatis