· Città del Vaticano ·

In Siria la speranza sta morendo

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Intervista al cardinale Zenari, nunzio apostolico a Damasco

17 settembre 2020

Oltre mezzo milioni di morti e circa 12 milioni di sfollati, interni ed esterni. È questo il bilancio, che non finisce di aggiornarsi, del conflitto in Siria scoppiato ormai da dieci anni e che oggi vede anche l’incubo del covid-19 e il flagello della povertà estrema, della fame. Il 15 marzo del 2011, nel pieno delle rivolte che hanno interessato il mondo arabo, iniziano le manifestazioni contro il governo centrale, un anno dopo la guerra civile divampa in tutto il Paese. I cosiddetti “ribelli della prima ora”, si oppongono in una realtà a maggioranza sunnita, al presidente alawita tutt’ora in carica, Bashar Hafiz al-Asad. La rivolta degrada in brevissimo tempo e diventa un conflitto senza quartiere che vede formarsi, fronteggiarsi, appoggiarsi e combattersi: milizie locali, frange di al Qaeda, daesh, mercenari, gruppi terroristici autocefali.

Nel conflitto si registrano anche interventi militari o di sostegno di molte altre nazioni trasformandolo in una guerra per procura. Papa Francesco scosso dai conflitti nel mondo ed in particolare dalle violenze in Siria, parla più volte di “terza guerra mondiale a pezzi”. Anno dopo anno la Siria, tra armi chimiche, bombe a grappolo, mine, rapimenti e fosse comuni, diventa un buco nero che divora, senza soluzione di continuità, tentativi di accordi di pace e stabilità. Il norvegese Geir Pedersen, attuale inviato speciale delle Nazioni Unite per la crisi siriana, instancabilmente prosegue, sulle orme dei predecessori (Kofi Annan, Lakhdar Brahimi e Staffan de Mistura) nella costruzione di ponti e negoziati tra fazioni e governo. In Siria si lavora a una nuova Costituzione, che secondo molti, potrebbe accrescere la fiducia tra le parti, ma quasi ogni notte i missili continuano a ferire il cielo e le bombe a squarciare la terra ridotta a un “cumulo di macerie”, come ribadisce il cardinale Mario Zenari, nunzio apostolico a Damasco. Il porporato, che ha negli occhi volti e immagini di “una lunga serie di atrocità”, non perde la speranza e il coraggio della testimonianza.

Eminenza cosa significa parlare di speranza in una terra come la Siria?

Quello che, purtroppo, sta morendo in Siria, nel cuore di diversa gente, è la speranza: molta gente, dopo 10 anni di guerra, non vedendo più la ripresa economica, la ricostruzione, sta perdendo la speranza, e questo fa molto male: perdere la speranza è veramente perdere qualcosa di fondamentale e di essenziale per la vita. E allora bisogna cercare di ridare fiducia, di ridare speranza a questa povera gente.

Il Papa quest’anno, nel discorso al Corpo Diplomatico, ha parlato di una coltre di silenzio che si spande sulla Siria … [«Mi riferisco anzitutto alla coltre di silenzio che rischia di coprire la guerra che ha devastato la Siria nel corso di questo decennio»]

Purtroppo, questo si sta avverando. Un po’ era prevedibile: come tutti i conflitti che si protraggono nel tempo, a un certo punto vengono dimenticati, la gente non ha più interesse a sentire queste notizie. E quindi siamo a un punto molto, molto critico. Per di più, la situazione nel Medio Oriente si è complicata e quindi si parla sempre meno della Siria in un momento in cui veramente la Siria sta soffrendo molto. E qui vorrei anche aggiungere: c’è una scrittrice, una giornalista siriana, che qualche mese fa ha scritto: «Molti siriani sono morti a causa di vari tipi di armi, dalle bombe a grappolo, alle bombe-barili, a missili lanciati ovunque fino a morire a causa di armi chimiche. Però — lei dice — la cosa più dura da accettare è quella di morire senza che nessuno ne parli».

È una guerra in questo momento meno violenta, ma ci sono tanti altri drammi…

Per fortuna, da circa un anno e mezzo, in gran parte della Siria queste bombe sono cessate, eccetto ancora nella parte nord-ovest dove regge una tregua dai primi dello scorso marzo che a volte è una tregua ancora fragile. Però, se prima c’erano queste bombe adesso c’è quella che io chiamo la bomba della povertà: stando ai dati delle Nazioni Unite, questa bomba sta colpendo più dell’80 per cento delle persone, e questo è gravissimo. Si vedono gli effetti della fame, della malnutrizione dei bambini, soprattutto, e altre malattie…

Che cosa bisognerebbe fare, a livello internazionale?

C’è bisogno di far ripartire la Siria e per far ripartire la Siria con la ricostruzione e con la ripresa economica si parla di diversi miliardi di dollari: si parla addirittura di circa 400 miliardi di dollari, per far ripartire la Siria. E chi può offrire questi aiuti, pone delle condizioni: vuole vedere anche una certa qual direzione di riforme, di riforme democratiche e questo non è ancora constatabile. Quindi, la situazione che si sta verificando è di stallo, anche se ci sono varie iniziative lodevoli: devo menzionare anche l’opera infaticabile dell’inviato speciale delle Nazioni Unite, Geir Pedersen, che sta cercando in tutte le maniere di far riavviare il dialogo; ma purtroppo, siamo ancora molto, molto lontani dal vedere una ripresa di dialogo, una ripresa della ricostruzione della Siria e una ripresa economica.

Dieci anni di conflitto — lo ha ricordato lei — il covid-19, la povertà e la fame: un Paese — lei ha detto più volte — ridotto in macerie. A suo avviso, ciò che impedisce la costruzione della stabilità sono anche tanti interessi particolari?

Purtroppo. Io non so più come paragonare questa situazione della Siria. Mi è venuta in mente la famosa poesia che tutti ricordiamo, di Giovanni Pascoli, che parla della quercia caduta — naturalmente, bisogna fare le dovute distinzioni — quando dice: tutti vanno a tagliare la legna da questa quercia e a sera ciascuno va a casa con il proprio fardello di legna tagliato a questa quercia. Qui, non è mistero, ma c’è chi si porta via il petrolio, chi si porta via il gas, chi approfitta della guerra per arricchirsi, chi aspira a prendersi dei lembi di terra… veramente fa pena come tanti vogliano “tagliare la legna da questa quercia” e portarsela via…

Come si sblocca questa situazione?

Direi che occorre buona volontà da parte di tutte le fazioni, dimostrare un po’ di buona volontà, con la mediazione della comunità internazionale e sbloccare questa situazione, incominciando soprattutto dall’aspetto umanitario, come per esempio la grave situazione dei detenuti, degli scomparsi. Purtroppo, su questa grave urgenza, quello che si sta constatando è che c’è qualche scambio di detenuti, di persone sequestrate, ma questo avviene con il contagocce. C’è bisogno di buona volontà. Si calcola — secondo le Nazioni Unite — che sono circa 100 mila le persone scomparse di cui non si sa nulla e, tra queste, devo ricordare anche due vescovi, i metropoliti ortodossi di Aleppo, e tre sacerdoti, tra i quali anche un italiano, padre Paolo [Dall’Oglio], dei quali da sette anni non si sa nulla. C’è bisogno di ricominciare da queste persone scomparse, arrestate, detenute…

Sono sufficienti le donazioni che stanno arrivando?

Io ringrazio di cuore tutte le persone che ci aiutano, che aiutano anche i progetti umanitari, i progetti condotti dalle Chiese. Io vedo in questi 10.000, 100.000 euro soprattutto il cuore e la bontà di questa gente: veramente, mi commuove. Ma l’ampiezza del bisogno è talmente grande e grave che purtroppo questi nostri aiuti sono paragonabili a un rubinetto d’acqua, quando ci sarebbe bisogno di canali, di grossi canali che portano acqua perché la distruzione è enorme e la ripresa e la ricostruzione sono ingenti; e qui c’è bisogno della comunità internazionale che offra questi “canali”. Bisogna anche riconoscere il lavoro di tante ong, oltre alle Chiese, e anche delle Nazioni Unite che devono mantenere circa 11 milioni di persone che hanno bisogno di assistenza umanitaria. In tutto questo aiuto io vedo sempre il Buon Samaritano che cerca di soccorrere. Fossero tanti, questi rubinetti, e fossero tanti, questi canali… ripeto, c’è bisogno di grossi canali d’acqua, di aiuti, che vengano dalla comunità internazionale, soprattutto da certi Paesi. Non mi stanco di far presente questo: di smuovere la buona volontà. Incontro rappresentanti, ambasciatori di vari governi, e faccio presente che bisogna sbloccare questa situazione. Per esempio, la guerra ha portato alla distruzione di circa la metà degli ospedali, ed è una cosa gravissima, adesso che si presenta il covid, avere queste strutture sanitarie devastate! La guerra ha causato la distruzione di una scuola su tre e due milioni e mezzo circa di bambini in età scolare non vanno a scuola. Fabbriche, quartieri distrutti dalla guerra… E non mi stanco di far presente questo agli Stati che possono e che devono aiutare. Devo anche menzionare le sanzioni internazionali imposte alla Siria: hanno effetti abbastanza negativi...

In tutto questo, la Siria ha subìto anche la crisi in Libano…

La crisi libanese ha colpito duramente la Siria, la crisi delle banche libanesi da dove passavano gli aiuti umanitari: progetti umanitari, anche quelli delle Chiese, passavano in genere dal Libano. Poi, a questo si è aggiunta in questi ultimi mesi la chiusura delle frontiere tra questi Paesi, tra Libano e Siria, tra Giordania e Siria, e tutto questo ha gravato. E anche tutto quello che è successo in queste ultime settimane: il Medio Oriente è una terra di fuochi, fuochi che vengono dal mare — abbiamo visto cosa è successo, le esplosioni al porto di Beirut — fuochi che vengono dal cielo, i raid aerei, bombe, missili… è veramente una terra dei fuochi, il Medio Oriente, e occorre spegnere questi fuochi il prima possibile.

In questo contesto, la Chiesa è in prima linea, insieme anche a tante persone di buona volontà, nell’aiutare i poveri, costruire ospedali, nel cercare di dare da mangiare senza alcuna distinzione di religione o provenienza…

Direi che questo è il compito della Chiesa: adesso tutte le Chiese — cattoliche e ortodosse — sono impegnate al massimo sotto l’aspetto umanitario per lenire queste sofferenze, questi bisogni della gente. Come Chiesa, come Santa Sede, non abbiamo interessi militari, non abbiamo interessi economici, non abbiamo strategie geopolitiche: noi — la Chiesa, la Santa Sede, il Papa — siamo dalla parte della gente, della gente che soffre. Vogliamo essere la voce di chi non ha voce. Una delle tante — delle tante! — iniziative è anche quella degli “ospedali aperti”: tre ospedali cattolici presenti in Siria da circa 120 anni, un’iniziativa aperta ai malati poveri. Qui non guardiamo il nome e il cognome. E da quello che ci risulta sta andando molto bene: attraverso questa iniziativa degli ospedali aperti — e da tante altre che adesso non ho il tempo di menzionare — cerchiamo di guarire i corpi ma anche di ricucire il tessuto sociale, perché sono iniziative aperte anche ad appartenenti ad altre religioni. E i musulmani, che sono la maggioranza, magari hanno avuto il bambino o un familiare curato dai nostri ospedali cattolici, sono i più riconoscenti e così le relazioni tra cristiani e musulmani sono rinsaldate. Così raccogliamo due frutti: curare i corpi e migliorare le relazioni sociali. Questo è il nostro scopo.

Come e quanto influisce la diplomazia vaticana in questo difficile processo, in questa difficile situazione?

Noi abbiamo la nostra strada, non apparteniamo a nessun gruppo. Anche quando vengo qui a Roma, quando incontro il Santo Padre, quando incontro i superiori, cerchiamo di elaborare delle strategie che sono semplicemente dalla parte della gente. Come ho detto, non abbiamo da condividere interessi economici o militari o strategie geopolitiche: la nostra strategia è quella di essere voce di questa gente sofferente e di far presente questa voce.

Che cosa la ferisce di più, di tutto questo contesto?

È difficile raccontare questa esperienza umana e spirituale molto profonda. Mi ha colpito molto, per esempio, la sofferenza dei bambini e delle donne: sono le prime vittime di questa guerra, sono bambini e donne. Un mese fa circa, anche le Nazioni Unite hanno levato la voce in merito a quello che è successo in un campo profughi dove circa 8-10 bambini, ancora una volta, sono morti per malnutrizione, disidratazione e altre malattie… Lo scorso inverno ne abbiamo visto diversi morire nella fuga dal nord-ovest della Siria verso il nord: bambini morti di freddo in braccio ai loro genitori, bambini morti per malnutrizione. È una cosa che ferisce il cuore vedere la sofferenza di tanti bambini e di tante donne, di cui molte sono vedove e devono tirare su a volte una famiglia numerosa, otto, dieci bambini… Veramente, è una sofferenza che si prova molto forte…

Una sofferenza e un dolore che il Papa segue molto da vicino: lei, tornando in Vaticano, ha incontrato il Papa, che aveva già espresso il desiderio di venire in Siria. Ora i viaggi sono fermi… che cosa le ha detto il Papa?

Questa volta mi ha impressionato. Mentre io parlavo di questa situazione, lui ha preso un foglio e ha incominciato a scrivere degli appunti per averli ancora più presenti e per fare andare avanti questi programmi umanitari.

Lei, cosa riporterà in Siria?

Io riporterò la solidarietà di Papa Francesco, la solidarietà della Chiesa, la solidarietà di tanti cristiani per cercare di rianimare questa speranza che, purtroppo, in Siria sta morendo. Per questo, noi dobbiamo cercare di accendere, in fondo al tunnel, qualche piccola speranza: almeno la solidarietà, per dire “non siete soli”, “cerchiamo di aiutarvi” anche con gli aiuti materiali, e cercare di fare brillare un po’ di luce in fondo al tunnel…

di Massimiliano Menichetti