· Città del Vaticano ·

Il “vescovo santo” di Cartagena

I templi della valle di Bagan, nell’attuale Myanmar, dove Biffi fu missionario per 14 anni

L’avventura della fede

02 settembre 2020

Sacrificio e dedizione nella vita del missionario Eugenio Biffi


Anno di grazia 1862. Nella città di Cartagena, Colombia, un sacerdote consegna alcune grandi caffettiere e giornalmente confezioni di caffè ai secondini del carcere. Sono destinate ad alleviare le giornate dei reclusi, quasi tutti per motivi politici (macchiatisi della colpa di opporsi a metodi non democratici) e con una condanna a morte pendente sul capo. Si tratta di un gesto umanitario e caritatevole. All’apparenza. In realtà, le caffettiere celano nei manici e nel sottofondo lime per segare le inferriate e corde per calarsi dalle finestre nel mare. Poco prima dell’esecuzione capitale i reclusi vengono issati sulla barca che li attende nell’acqua e fuggono in Giamaica. Tra essi vi è anche Mariano Ospina, ex presidente della Repubblica, anche lui condannato a morte.

La notizia deflagra rumorosamente nella città e nel resto del paese. Si conosce il responsabile dell’astuta idea. Si tratta di Eugenio Biffi. Padre Eugenio Biffi! Il missionario viene espulso, non potendo essere incarcerato, e si trasferisce in Belize. Cinque anni dopo viene richiamato prima in Italia e poi trasferito in Birmania, dove per 14 anni continuerà a unire fede e passione per le cause sociali, fino a tornare infine a Cartagena come arcivescovo. Sul finire di novembre del 2012 monsignor Riseco ha dato nuovo impulso alla causa di beatificazione promossa nel 1996 per quello che ancora oggi i fedeli della diocesi chiamano “il nostro vescovo santo”. E, questo almeno è l’auspicio, ci sono molte probabilità che la proposta venga accolta.

La vita di Eugenio Biffi varrebbe da sola un libro o una sceneggiatura per il cinema e casualmente trova l’acme proprio tra le strade di una città, Cartagena, scelta per girare il film Mission sull’avventura delle reducciones paraguayane. Biffi non era gesuita, apparteneva al Pontificio Istituto Missioni Estere (Pime) ma visse sempre nel segno dell’avventura, fin da ragazzo. Nato a Milano il 22 dicembre 1829, Eugenio era figlio di Paolo e Giuditta Gavirati. Il nome Biffi è un nome altisonante del capoluogo lombardo. Il famoso caffè Biffi, dal quale sarebbero usciti i rinomati panettoni che si dice fossero apprezzati anche da Papa Pio X, era di proprietà dei genitori di Eugenio, che lo inaugurarono nel 1847. Nello stesso periodo il giovane era entrato in seminario per seguire la propria vocazione. Un anno dopo però, lo stesso Eugenio diede il primo saggio della sua natura sanguigna, scendendo in strada per partecipare alle Cinque giornate di Milano. Nel 1853 fu consacrato sacerdote per poi entrare nel seminario delle missioni estere.

Chiese di essere inviato in America e fu accontentato. Nel 1855 partì alla volta della Colombia e per un anno, ospite a Bogotá del delegato apostolico, monsignor Lorenzo Barili, imparò a conoscere i rudimenti della lingua locale. Nel 1856 arrivò infine a destinazione, a Cartagena de Indias, nell’allora Repubblica de la Nueva Granada (l’attuale Colombia), insieme a padre Costantino Robbioni che dopo cinque anni sarebbe morto di febbre gialla. La città, fondata nel 1533, fu la prima diocesi del Sud America (aprile 1534) ed è una delle più antiche e belle dell’America latina, presentandosi ancora oggi molto ben conservata, con le calles ombrose e lastricate di sampietrini, le chiese e i santuari in stile barocco, i palazzi civili e il Museo de Oro intrisi di storia. Eugenio Biffi però trovò una situazione religiosa disastrosa. Il paese era attraversato da movimenti anticlericali e protestanti e governato da una linea politica massonica. I religiosi venivano continuamente espulsi, le chiese e i governi occupati dal governo. Le stesse comunità cristiane erano attraversate da scandali e lotte interne. Biffi e Robbioni iniziarono pertanto una difficile opera di risanamento dello spirito, sostenendo battaglie sempre più dirette con le istituzioni pubbliche del paese grande quattro volte l’Italia, con sole quattro diocesi (oggi se ne contano ottanta).

La guerra civile, che portò al potere il generale Mosquera nel 1859, generò uno stato di tensione che sfociò in aperta ostilità nei confronti del clero. Il vescovo di Cartagena fu costretto all’esilio all’Avana lasciando il compito proprio a Eugenio Biffi. Un anno dopo il governo radicale condannò anche il missionario milanese al confino per avere, come vicario generale, rappresentato e difeso il suo ordinario esule a Cuba dall’accusa di non essersi sottomesso alla normativa antiecclesiale imposta dal governo al termine della guerra civile.

Fuggito dalla città e riparato inizialmente nell’isola di San Andrés, Biffi arrivò in Giamaica dove collaborò con i gesuiti di Kingston e poi si trasferì nell’Honduras britannico (oggi Belize) per dedicarsi alle missioni tra le popolazioni Maya. Richiamato in Italia nel 1867, Biffi abbandonò a malincuore l’America, e si tuffò con rinnovato entusiasmo nella nuova avventura che gli venne proposta: capo missione in Birmania (oggi Myanmar). Per 14 anni le foreste birmane videro Biffi e i sacerdoti del Seminario lombardo per le missioni estere impegnati nell’evangelizzazione delle tribù cariane della Birmania orientale, un territorio ancora indipendente e attraversato da guerre intestine.

«I Cariani — scrisse Biffi in una sua missiva — si trovano in estrema miseria ed ignoranza; non coltivano che il riso ed hanno lo stesso metodo di coltivazione degli indiani d’America. Cambiano abitazione col cambiare terreno da coltivare e siccome una casa di bambù è presto fatta, poco si curano di abbandonare la vecchia per costruirne una nuova. Ciò però costituisce una difficoltà per la missione. Fin che questa gente vive così nomade, non si potrà mai fare un lavoro stabile. La religione dei Cariani consiste nella venerazione o piuttosto nel timore degli spiriti maligni e per placarli offrono loro riso e bevande ed anche sacrifici di animali. I cariani sono semplici come fanciulli...».

Nel 1882 Papa Leone XIII, accogliendo la petizione del popolo colombiano firmato anche dalle autorità civili e cittadine, decise di affidare nuovamente la diocesi di Cartagena al coraggioso e infaticabile missionario milanese. Si trattava di una “missione disperata”. Nominato vescovo della città, Biffi vi arrivò accompagnato dal chierico Pietro Brioschi (che sarebbe diventato il suo successore) trovando una diocesi in stato miserevole. Da cinque anni senza vescovo, nel territorio assegnatogli iniziò una colossale opera di ricostruzione morale e fisica, iniziando proprio dai sacerdoti, in gran parte inadeguati per quelle difficili missioni. Ricostruite le file con nuovi sacerdoti e suore, diede avvio al seminario e ricominciò a visitare i villaggi viaggiando a cavallo, in barca e a piedi, portando la parola di Dio e il grande esempio della sua vita austera in un’area grande quanto tutto il nord Italia. Non abbandonò ovviamente il suo piglio concreto in favore della giustizia e dello sviluppo sociale. Nel 1884, mettendo a repentaglio la propria vita, promosse la pace tra gli opposti schieramenti politici che si scontravano con le armi. Grazie all’amicizia stretta con il presidente Núñez, nel 1886 riuscì a collaborare concretamente alla nuova Costituzione (che sostituì la precedente voluta dal radicale Mosquera) e ad arrivare alla firma del Concordato tra Colombia e Santa Sede. I successi ottenuti da Biffi non trovarono però tutti d’accordo. Nel 1885 il vescovo sfuggì alla morte salvandosi dal bombardamento della sua abitazione da parte delle forze radicali.

“Il vescovo santo” non smise mai gli abiti del missionario, spendendosi fisicamente fino alla morte per essere vicino ai fedeli della sua diocesi. Debilitato fisicamente dagli anni trascorsi nella foresta birmana, Biffi non rinunciò mai alla vita scomoda per ritirarsi in una comoda vita di città.

«Le confessioni, le cresime e le prediche — scrisse padre Adamo Brioschi, successore di Biffi — occupano tutto il giorno e prendono pure parte della notte. Non vi è un momento di riposo: ci manca persino il tempo di prendere cibo. Il vescovo però è instancabile e non dice mai basta».

E sarà proprio la fatica a stroncare il vescovo nel 1896. Eugenio Biffi, il vescovo santo, aveva speso tutto per la sua gente.

di Generoso D’Agnese