· Città del Vaticano ·

Il governo di Francesco

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È ancora attiva la spinta propulsiva del pontificato?

05 settembre 2020

Pubblichiamo stralci dall’articolo «Il governo di Francesco» uscito sull’ultimo numero di «La Civiltà Cattolica» (5/19 settembre 2020) a firma del direttore della rivista quindicinale dei gesuiti italiani.

Dopo sette anni, qual è la spinta propulsiva di questo pontificato?... che tipo di governo è quello di Francesco, e come interpretarlo alla luce di questi anni?...

Facciamo un passo indietro ai tempi del Concilio di Trento, nel quale, sin dal suo inizio, furono presenti alcuni gesuiti come periti teologi: i pp. Diego Laìnez e Alfonso Salmerón, incaricati come teologi e designati da Ignazio su richiesta di papa Paolo III. Si unì a loro anche p. Claude Jay, intervenuto come procuratore del vescovo di Augusta. Il fondatore della Compagnia di Gesù, sant’Ignazio di Loyola, aveva dato istruzioni ai suoi confratelli su come comportarsi. La cosa interessante è che egli non è entrato per nulla nelle questioni dottrinali e teologiche, ma si è preoccupato della testimonianza di vita che i gesuiti avrebbero dovuto dare. Questo già dà una prima idea di come Ignazio intendesse la riforma della Chiesa, e in un contesto così singolare e importante come un Concilio. Per lui si trattava innanzitutto di riformare le persone dal di dentro.

Questa è la garanzia di una conversione di «struttura» per Ignazio. Gli Esercizi spirituali sono per la «riforma» delle persone e della Chiesa. È questa riforma che fa comprendere l’agenda di Francesco. Ignazio, ad esempio, raccomanda, secondo il suo stile di vita, di visitare gli ammalati negli ospedali, «confessando e consolando i poveri, portando anche qualche cosa potendolo, e facendoli pregare». E così Francesco, fedele a questo insegnamento, ha inaugurato i viaggi del suo pontificato con quello a Lampedusa e ha tanto valorizzato i «venerdì della misericordia».

Francesco è gesuita, e la sua idea di riforma della Chiesa corrisponde alla visione ignaziana. Chiaramente gli stili di governo — a vari livelli — dei gesuiti sono stati anche molto diversi nella storia dell’Ordine e della Chiesa. Francesco ne incarna uno suo proprio, divenendo per la prima volta nella storia un gesuita che viene eletto Pontefice romano.

Per questo, al di là di ogni altra riflessione su questo tema, una cosa è chiara e discende dal carisma spirituale che ha plasmato Jorge Mario Bergoglio: chi volesse tematizzare, nel pontificato di Francesco, un’opposizione tra conversione spirituale, pastorale e strutturale dimostrerebbe di non averne compreso il nucleo. La riforma è un processo davvero spirituale, che cambia — ora lentamente ora velocemente — anche le forme, quelle che chiamiamo «strutture». Ma le cambia per connaturalità, come la cartina di tornasole cambia colore naturalmente, perché muta il livello di acidità o di alcalinità nel liquido in cui è immersa. Quindi il puntare alla conversione non è un pio riferimento spirituale inefficace, ma un atto di governo radicale.

Se i modelli di governo spirituale nella Compagnia di Gesù sono più d’uno, il grande modello ispiratore di Bergoglio è il gesuita san Pietro Favre (1506-46), che Michel de Certeau definisce semplicemente il «prete riformato», per il quale l’esperienza interiore, l’espressione dogmatica e la riforma strutturale sono intimamente legate tra loro. Così come la preghiera per sant’Ignazio: essa coinvolge il cuore e la mente, ma pure il corpo, che è chiamato ad assumere una posizione adatta. «Quella che sottolinea l’ascetismo, il silenzio e la penitenza — disse il Papa nell’intervista che gli feci per La Civiltà Cattolica nell’agosto 2013 — è una corrente deformata che si è pure diffusa nella Compagnia, specialmente in ambito spagnolo. Io sono vicino invece alla corrente mistica, quella di Louis Lal-lemant e di Jean-Joseph Surin. E Favre era un mistico». È a questo genere di riforma che Papa Francesco si ispira.

Se leggiamo ciò che il Pontefice ha detto dei gesuiti, comprendiamo meglio il cuore della sua riforma e del suo atteggiamento radicale. Nella sua omelia nella chiesa del Gesù, il 3 gennaio 2014, egli affermò: «Il cuore di Cristo è il cuore di un Dio che, per amore, si è “svuotato”. Ognuno di noi, gesuiti, che segue Gesù dovrebbe essere disposto a svuotare se stesso. Siamo chiamati a questo abbassamento: essere degli “svuotati”. Essere uomini che non devono vivere centrati su se stessi, perché il centro della Compagnia è Cristo e la sua Chiesa». Per Francesco, la riforma si radica in questo svuotamento di sé, che egli riconosce in uno dei brani neotestamentari che più ama e più cita: Filippesi 2,6-11. Lì c’è la vera riforma. Se non fosse così, se essa fosse solamente un’idea, un progetto ideale, frutto dei propri desideri, anche buoni, diventerebbe l’ennesima ideologia del cambiamento.

La riforma sarebbe un’ideologia dal vago carattere zelota. Ed essa sì — come tutte le ideologie — avrebbe da temere dalla mancanza di supporters. Sarebbe alla mercé della disillusione dei circoli di coloro che hanno in mente un’agenda da realizzare. La riforma che ha in mente Francesco funziona se «svuotata» da queste logiche mondane. Essa è l’opposto dell’ideologia del cambiamento. La spinta propulsiva del pontificato non è la capacità di fare cose o di istituzionalizzare sempre e comunque il cambiamento, ma di discernere tempi e momenti di uno svuotamento perché la missione faccia trasparire meglio Cristo. È il discernimento stesso la «struttura sistematica» della riforma, che si concretizza in un ordine istituzionale.

«La Chiesa è istituzione», afferma Francesco in un’intervista a Austen Ivereigh, per evitare che si immagini — o si sogni addirittura — una Chiesa astratta, di anime belle, gnostica. Ma a rendere la Chiesa «istituzione» è lo Spirito Santo, che «provoca disordine con i carismi, ma in quel disordine crea armonia». La Chiesa è «popolo pellegrino ed evangelizzatore, che trascende sempre ogni pur necessaria espressione istituzionale» (Evangelii gaudium [EG], n. 111). Spirito e istituzione per Francesco non si negano mai l’un l’altro. La Chiesa è istituzionalizzata dallo Spirito Santo, e questo evita l’«introversione ecclesiale» (EG 27), grazie a una «tensione tra il disordine e l’armonia provocati dallo Spirito Santo». Questo significa che c’è un processo di istituzionalizzazione e deistituzionalizzazione fluido: resta quello che serve, e non quello che non serve più. Il futuro della Chiesa non è né statico né rigido. Pertanto ci vuole pazienza, come leggiamo nel Vangelo, per lasciar crescere insieme grano e zizzania...

Per Francesco, la disposizione interiore nell’assumere le decisioni è chiaramente espressa negli Esercizi spirituali: «Non volere nessuna cosa che non sia mossa unicamente dal servizio di Dio Nostro Signore» (n. 155), per cui si fa una cosa o l’altra in base a un unico criterio: «Se corrisponde al servizio e alla lode della sua divina bontà» (n. 157), cosa che si comprende misticamente, non funzionalisticamente.

Le decisioni di governo del Papa «sono legate a un discernimento spirituale», che «riscatta la necessaria ambiguità della vita e fa trovare i mezzi più opportuni, che non sempre si identificano con ciò che sembra grande o forte». Ascolta dunque consolazioni e desolazioni, cerca di capire dove lo conducono e prende le sue decisioni in accordo con questo processo spirituale.

Tutto questo Francesco l’ha appreso dalla lezione di san Pietro Favre, che nel suo Memoriale distingue «tutto il bene che potrò compiere» e «la mediazione dello Spirito buono e santo» con il quale lo può fare o meno. Quindi, anche nel processo di riforma della Chiesa c’è un bene che potrebbe essere compiuto senza la mediazione dello Spirito. O ci sono «cose vere» che possono essere dette non con lo «spirito di verità» (Memoriale, n. 51). Questa sapienza spirituale di Favre era ben presente nella lezione di p. Miguel Ángel Fiorito, che fu padre spirituale del Papa.

Come abbiamo già detto, per Francesco san Pietro Favre è il «prete riformato». Compito del riformatore è iniziare o accompagnare i processi storici. Questo è uno dei princìpi fondamentali della visione bergogliana: il tempo è superiore allo spazio. Riformare significa avviare processi aperti e non «tagliare teste» o «conquistare spazi» di potere. È proprio con questo spirito di discernimento che Ignazio e i primi compagni hanno affrontato la sfida della Riforma protestante (...).

Oggi la tentazione nella quale rischiano di cadere alcuni commentatori e analisti è quella di immaginare un Papa che costruisce una road map di riforme istituzionali, elaborate con spirito progettuale, funzionalistico e organizzativo. Come pure la tentazione di proiettare i contenuti di tale mappa sul procedere del pontificato, e infine giudicarlo alla luce di tali criteri. Francesco ha nel discernimento la chiave dello sviluppo e del dinamismo — attualmente ben attivo — del suo ministero petrino.

Non c’è un piano astratto di riforma da applicare alla realtà. Pertanto, «gli Apostoli non preparano una strategia; quando erano chiusi lì, nel Cenacolo, non facevano la strategia, no, non preparavano un piano pastorale». Non è a questo livello che si trova il metro di valutazione del dinamismo del pontificato. C’è invece una dialettica spirituale che osserva e ascolta non soltanto i pensieri e le proposte per il cammino della Chiesa, ma anche da quale spirito (buono o cattivo) vengono, al di là della loro stessa validità in sé e per sé.

Comprendiamo, quindi, che occorre evitare il rischio di piegare la volontà di riforma alla «mondanità spirituale». Cediamo a tale mondanità tutte le volte che facciamo il bene, e tuttavia lo facciamo per raggiungere i nostri obiettivi, le nostre «idee» di Chiesa così come dovrebbe essere, non ispirati dal discernimento proprio della fede in Gesù.

di Antonio Spadaro