· Città del Vaticano ·

Il comune denominatore dell’umano

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14 settembre 2020

«A metà della mia vita / me ne vado alle porte degli inferi», recita il Cantico (Isaia, 38), e poi Dante, «Nel mezzo del cammin di nostra vita / mi ritrovai per una selva oscura». Perché capita a tutti, inutile negarlo, a un certo punto del percorso che crediamo più o meno di seguire, di realizzare invece di avere smarrito la direzione, e si palesa la selva oscura, che impone una scelta, e prima, una presa di coscienza, una prova di verità.

E la poesia, si sa, come tutta l’arte è un’esperienza di conoscenza, nella misura in cui si apre alla realtà delle cose, secondo verità. La selva oscura non è un casuale incidente, un’indebita interferenza, ma la metà di quel che siamo, in quanto imperfetti, fragili e vulnerabili. Il vero poeta lo sa e non può bluffare, non può truccare le carte, ma deve mettersi in gioco, deve accettare la sfida con sé stesso e chiamare le cose per nome, senza infingimenti. Questo fa Stelvio Di Spigno da sempre nei suoi versi, e ancora di più oggi, nella sua ultima raccolta, Minimo umano (Milano, Marcos y Marcos, 2020, pagine 96, euro 18). Stavolta Di Spigno si muove su un meridiano che guarda al presente («Oggi guardo dall’alto il mio destino») e se anche la cifra dei suoi versi è la memoria, nel dialogo schietto, riesce a non invischiarsi in una sterile nostalgia. Potremmo infatti leggere anche questo suo libro come un canzoniere, ma stavolta del vissuto, quindi dei luoghi, le anime gentili, le vicende che hanno segnato un’inquieta gioventù («Non contava essere soli, / non avere prospettive / e innamorarsi a vuoto»).

Del resto, si cantano sempre storie di sopravvivenza. «Provo a dire questa furia che è vivere» dice il poeta, e i fatti del vivere eccoli, dunque, come un turbine di immagini, che riemergono improvvise o carsicamente si inabissano. Lo sguardo di Di Spigno è dolorante e commosso, ma pure trepidante nella ricerca di un lume che non sia solo l’abbaglio del presente, ma il bagliore di una fiamma (mai sopita nella tempesta) che si allunga sui giorni a venire. «Anime mie di casa… io respiro per voi», e infatti in queste pagine dense e intense, ci sono le anime care, ombre di una vita che pareva felice, ancora quasi innocente. Ci sono gli ambienti trasognati in gesti semplici e sereni. E poi però ci sono i sommersi, gli scomparsi, i volti rimpianti. La morte, come una contraddizione, la sua insondabilità una pietra di inciampo.

Ma il poeta, in questo suo percorso, autentico e tormentato, stavolta riesce a disfarsi della propria pelle e ad abbandonarsi al mistero che regge il disordine apparente. Il che non vuol dire comprendere, afferrare una rivelazione, ma percepire una consapevolezza sottile, che si fa strada giorno dopo giorno. «E forse, se Dio lo concede, / arriverò fino a maggio, dimagrito, / con le rose. Le amavo un tempo». Non c’è rassegnazione nelle parole del poeta, non c’è disfatta. Nonostante le travagliate vicende del vivere confuso «ora puoi iniziare il viaggio mai fatto. / Le dita sono libere da illusioni». Ed in questo lasciarsi andare a un percorso nuovo e tutto da decifrare c’è un estremo e viscerale atto d’amore e di speranza. «Accendi una candela / per te stesso, e a ciò che lasci / dona larghi confini, basamenti d’oro / la preghiera, il coro dei cherubini, / per questo sonno senza più domini».

di Nicola Bultrini