· Città del Vaticano ·

Elettricisti con una buona mira

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Racconto - La parola dell'anno

10 settembre 2020

«Una narrazione che sappia guardare il mondo e gli eventi con tenerezza; che racconti il nostro essere parte di un tessuto vivo; che riveli l’intreccio dei fili coi quali siamo collegati gli uni agli altri». È con queste parole che Papa Bergoglio, nel suo messaggio per la 54a Giornata mondiale delle comunicazioni sociali, ha voluto dedicare alla parola narrazione la sua attenzione.

Narrazione, racconto che non è meramente una parola bensì una pratica, un gesto col quale innanzitutto prendiamo atto del più invisibile dei misteri: chi abbiamo davanti.

Raccontare contagia il cuore di una necessità. Così come i bambini raccolgono gli oggetti da ogni angolo della stanza e, fiduciosi, li appoggiano sul tavolo dei genitori, allo stesso modo chi scrive illumina alcune vite al cospetto di altre. I narratori sono elettricisti con una buona mira.

Io mi ci sono giocato la vita sull’idea di raccontare, eppure eccomi qua a sbattere contro il vetro dell’ufficio di cui penso di aver le chiavi; è così difficile scrivere che cosa sia lo scrivere, raccontare che cosa si racconta dentro a un racconto. Ed è un buon segno. Meno siamo consapevoli più saremo onesti.

Se volessi rendere inutile il prosieguo del pezzo basterebbe riportarvi come John Keats definiva il racconto, ovvero una sorta di fonte infinita di bevanda immortale che «cola per noi dall’orlo del cielo».

La strepitosa definizione del poeta britannico ci inchioda di fronte a una delle grandi sfide del raccontare, ovvero l’idea che gli altri sappiano farlo meglio di noi e che pertanto il nostro gesto sia tutto sommato inutile. La prima ipotesi è decisamente possibile, parecchia gente saprà raccontare meglio di te; ma il corollario che ne traiamo è fuorviante. Se molliamo su questo, molto probabilmente faremo lo stesso con la vita.

Ma procediamo per gradi. Cosa significa “racconto”? Cosa vuol dire “raccontare”?

Darsi regole per guardare la realtà; ogni buon racconto in fondo è una fotografia, una specie di Polaroid che contiene due cose: una storia e una notizia.

La storia è il senso (articolato in trama) di quell’attimo che proviamo a immortalare, la notizia sta nella vita padrona di quell’attimo.

Vi parrà buffo, ma forse qui oggi la storia non ci interessa più di tanto, molto più urgente è non dimenticare la notizia, l’informazione alla base di ogni racconto: che quell’uomo, quella donna di cui stiamo parlando, c’è. E che la sua vita vale non per via di quel che la attende o per i risultati che ha ottenuto, ma per il semplice motivo che è stata messa davanti a noi. Raccontarla è l’inizio della sua salvezza (e forse un po’ anche della nostra).

L’importanza di qualcuno perché c’è.

In questo modo il gesto di narrare è interrogare il mistero che quelle storie, tutte, le conosce già.

E magari rendersi conto che se fossimo tutti in grado di capire che cosa stiamo facendo mentre scriviamo ci accorgeremmo che la storia che raccontiamo è già nota al cuore di chi non sa nemmeno di attenderla. Perché è anche la sua.

Se questo è vero, allora raccontare somiglia proprio ad un getto di acqua gelata che serve a compromettere il torpore del cuore e delle sue propaggini più dimenticate: gli occhi. Da lì entrano nella nostra le vite altrui.

Osservare e trasmettere bene una storia non rivela dunque meramente quanto di nuovo o di bello ci sia in quella vicenda, bensì in che modo quella faccenda sia infinita. Senza fine.

Di un amore travolgente o di uno sconosciuto che cambia una gomma sul ciglio di una strada, siamo tentati di osservare i gesti e di risolvere in essi la nostra idea di storia.

Ma non è lo snodo, bensì la destinazione ciò che conta. La diceva Carver quando asseriva che per lui ogni buon racconto deve avere una «luccicante destinazione». Perfetto; secondo me quella luccicante destinazione ce l’ha un tipo in bici che ho visto stamani sfrecciare sotto la pioggia. Dirvi com’era fatto o cosa gli è capitato è il mio piacere, farlo perché sono convinto che lui non morirà è il mio istinto. Ogni volta che sento di scrivere qualcosa di vagamente decente ho sempre l’impressione di esser sul punto di reincontrare chi ho amato. Che la sua faccia sia sotto il portico, appena fuori da casa, ad attendermi.Allo stesso modo mi piace pensare che ogni buona narrazione possa convincere il lettore che colui o colei di cui parli non morirà. Il fatto che tu ne sia convinto è ciò che ti spinge a voler rimediare al nulla che pensi di poter fare per quella vita.

Come ogni esperienza umana che funziona, il racconto non parla solo al lettore ma in primis a chi lo stende. «Questo è il tuo posto» dice, inconfondibilmente, anche al culmine della difficoltà e della solitudine che questo mestiere sembra reclamare. Quanto meglio saprai farlo (il tuo mestiere) quanto meno improbabile sarà credere a ciò che non osi dire, ovvero che mentre stiamo facendo una qualunque cosa del nostro quotidiano, dal dare un bacio o temperare una matita, altro discrimine non ci sia alla convinzione di non esser fatti per finire. Che quei gesti, anche i più insignificanti, non andranno perduti. E questo vale anche per i baci e le matite.

di Cristiano Governa