· Città del Vaticano ·

Dipingere il silenzio

Paris Nogari «Allegoria del silenzio» (1582, particolare)

Effetti musicali

15 settembre 2020

È il 29 agosto del 1952. Siamo alla Maverick Concert Hall, una sala da concerto in legno, simile ad un fienile, immersa tra querce e abeti, costruita a mano nel 1916 come parte della colonia di Maverick. Siamo nei pressi di Woodstock nello stato di New York. Il pubblico ha preso posto, si sente il tradizionale brusio di attesa. Il pubblico si scambia sottovoce pareri, sensazioni, si accomoda prima che il concerto inizi.

Da dietro e le quinte sbuca David Tudor, si siede al pianoforte, abbassa il coperchio e inizia a guadare il cronometro. Per altre due volte, alza e abbassa il coperchio, tentando di fare il minor rumore possibile. Trascorsi 4 minuti e 33 secondi Tudor si alza per ricevere gli applausi del pubblico. Quello a cui si è appena assistito è la prima esecuzione di 4’33”, scritto dal compositore statunitense John Cage. Un brano irriverente, provocatorio, che aveva l’intento di dimostrare come, di fatto, il silenzio non esista. O, meglio, che quello che noi chiamiamo silenzio, in realtà, è un insieme di piccoli suoni e rumori che si susseguono e rincorrono.

«Ciò che pensavo fosse il silenzio — ha spiegato anni dopo Cage — si rivelava pieno di suoni accidentali, dal momento che non sapevano come ascoltare. Durante il primo movimento si poteva sentire il vento che soffiava fuori. Nel secondo, delle gocce di pioggia cominciarono a tamburellare sul soffitto, e durante il terzo, infine, fu il pubblico stesso a produrre tutta una serie di suoni interessanti quando parlavano o se ne andavano».

Al di là della provocazione di Cage, è vero che il silenzio, in qualunque accezione lo intendiamo, ha a che fare con la musica. Possiamo dire, anzi, che è difficile entrare pienamente nel fenomeno musicale senza aver compreso, e vissuto, il significato della parola silenzio. Questo accade perché la musica è costruita sul silenzio. I suoni, infatti, emergono dal silenzio e ad esso ritornano. Il silenzio è per il compositore quello che per il pittore è la tela. I suoni sono i colori con cui “dipinge” il silenzio. Come ha sottolineato giustamente il grande direttore d’orchestra Claudio Abbado: 
«Il silenzio è una condizione del suono, anzi, in alcuni casi è il più sublime dei suoni. Sottolinea, amplifica, fa vibrare, fa risaltare, preannuncia, sospende, invade. È un mezzo espressivo a tutti gli effetti». Il silenzio è certamente qualcosa di misterioso, difficile da cogliere appieno senza una certa fatica. Eppure, possiamo dire che l’esperienza di silenzio che ognuno di noi può fare è centrale per cogliere e godere in profondità della musica.


Ma il silenzio non è solamente un fenomeno “fisico acustico”, è qualcosa di più. Quando parliamo di silenzio ci viene subito in mente il silenzio interiore, quel silenzio in noi stessi che calma i turbini delle passioni, i tumulti del cuore, le ansie e i timori. Artisti, mistici e poeti si sono interrogati spesso rispetto al silenzio perché la sua dimensione è misteriosa e al contempo preziosissima. Ogni creatività, infatti, trova nel silenzio la propria radice. Come abbiamo visto, la musica nasce dal silenzio ma, come sostiene il compositore estone Arvo Pärt, il silenzio è sempre più perfetto della musica.

Che esistano o meno luoghi di silenzio perfetto, di assenza totale di suoni, ciò che è certo è che in passato l’uomo cercava, e costruiva, luoghi in cui coltivare il silenzio e la quiete. Lo descrive bene Murray Schafer nel suo saggio Il Paesaggio sonoro: «Così come ha bisogno del sonno e del riposo per rinvigorire e rinnovare le proprie energie vitali, così l’uomo ha anche bisogno di momenti di calma e di silenzio per rinnovare la propria serenità mentale e spirituale. Un tempo la quiete era un articolo prezioso nel codice non scritto dei diritti dell’uomo. L’uomo si riservava, nella propria vita, degli spazi di quiete per ricostruire il proprio metabolismo spirituale».
 Oggi, non solo questi spazi sono sempre di meno, ma siamo bombardati continuamente da stimoli sonori e rumori che impediscono di far esperienza di quel silenzio che è occasione di ristoro per l’anima ma, anche, precondizione per l’ascolto della musica.

Come la musica abbia incredibilmente a che fare con la dimensione del silenzio lo spiega bene il filosofo francese Vladimir Jankélévitch: «Il silenzio è quello che ci porta repentinamente sul bordo del mistero o sulla soglia dell’ineffabile, quando sono divenute evidenti la vanità e l’impotenza della parola (…) La musica nella sua totalità quindi, dato che fa tacere le parole e fa cessare i rumori, in certi casi può essere una reticenza del discorso. Del resto, la musica stessa talvolta non si esprime esaustivamente, ma allusivamente e a mezze parole».
 La musica, dunque, non solo si fonda sul silenzio, ma permette la piena comprensione del mistero del silenzio proprio perché essa mette a tacere il rumore e le parole lasciando spazio a ciò che è ineffabile, indicibile.

Eppure, l’uomo occidentale si avvicina con diffidenza al silenzio, anzi, quasi sempre lo rifugge. La società contemporanea prima ancora che società dell’immagine, è società del suono e del rumore. Tutto è permeato di suoni, di sibili, di voci, di fragore, di melodie, di ritmi. È un continuo affastellarsi di stimoli sonori. Il silenzio è qualcosa da rifuggire; creare suoni, rumori, effetti, ci fa sentire meno soli. Ci allontana dal silenzio definitivo, quello della morte.

Ma, quando facciamo esperienza del silenzio, questa si imprime con forza in noi, e svela di noi cose inaspettate. Accade, ad esempio, quando siamo in attesa che il concerto inizi. I musicisti sono seduti e concentrati. Tra pochissimo l’attacco del direttore riempirà lo spazio di note. Nella sala si crea un silenzio speciale. Un silenzio di quiete ma al tempo stesso di attesa, qualcosa che per un attimo unisce pubblico e musicisti. La sensazione che proviamo in quel momento è come se si stesse manifestando un silenzio che raramente viviamo in altre occasioni. Un po’ ci mette a disagio; al tempo stesso ci sorprende e ci stupisce.

Questo silenzio non è semplice assenza di suono che, come abbiamo visto all’inizio, non esiste. È pienezza di essere. Ed è proprio questo tipo di silenzio che è alla base della nostra capacità di ascoltare. Il compositore estone Arvo Pärt esprime quest’idea in modo molto chiaro: «Il silenzio non ci è meramente dato, noi ci nutriamo di esso e questo nutrimento non è meno importante della stessa aria che respiriamo. Oggi siamo assediati dal superfluo, non c’è più distanza tra noi e le cose, non c’è lo spazio vuoto: la musica può aiutarci in questo discernimento».

La crisi di questa capacità di vivere in profondità il silenzio come contemplazione, rende difficile il nostro avvicinarci all’ascolto. Se manca la capacità di avventurarsi nella propria interiorità, allora qualsiasi ascolto sarà inutile.

Proprio perché la musica è quell’arte che tratta il suono che origina dal silenzio, la mancanza di silenzio, inteso come la capacità di entrare nelle profondità di se stessi, rende inutile la musica. Ma, il venir meno degli spazi di silenzio ha conseguenze ben più ampie. «Le forze del silenzio e dell’interiorità — scriveva Romano Guardini — minacciano di abbandonare l’Europa. Ma se queste se ne andranno davvero l’Occidente dovrà inaridire, perché la sua grandezza era alimentata nel più profondo da quelle forze».

Avvicinarsi alla musica e al suo ascolto tentando di trarne profitto e gioia, significa fare i conti con il mistero del silenzio. Significa sfidare, con coraggio, l’iniziale spaesamento che si ha quando si resta soli con se stessi. La musica invera e impreziosisce questo percorso perché ascoltare musica significa rimanere soli di fronte a quel silenzio che dice tutto di noi, ma che abbiamo paura ad ascoltare veramente. Un silenzio che diventa sonoro, che si impreziosisce delle note volute dal compositore, ma che non cambia la sua natura di luogo in cui l’uomo si presenta di fronte a sé stesso nella sua nudità. Infatti, in quel luogo, come scrive ancora splendidamente Jankélévitch, «Dove la parola manca, là comincia la musica; dove le parole si arrestano, là l’uomo non può che cantare».

di Cristian Carrara