· Città del Vaticano ·

Dalla parte degli oppressi

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L’opera di san Pietro Claver per gli schiavi

08 settembre 2020

Ogni epoca della nostra storia porta le conseguenze di un modo di programmare il suo tenore di vita e la sua politica. E a pagare il prezzo dei soprusi e delle ingiustizie è la gran parte della popolazione più indifesa e più sottomessa. Ma è pur vero che in ogni epoca ci sono stati e ci sono tuttora dei santi che testimoniano la solidarietà con gli oppressi fino a dare la vita per sostenere gravi situazioni di disagio. Uno di questi che merita di essere ricordato è san Pietro Claver, un gesuita catalano, partito missionario non ancora sacerdote nelle Indie Occidentali (oggi la Colombia). Il galeone su cui viaggiava insieme con altri gesuiti, arrivò a Cartagena nel 1610. A quel porto arrivavano da 12 a 14 navi cariche ognuna di circa 700 schiavi provenienti dall’Etiopia e da altri Stati africani, di modo che quello era diventato il principale centro di smistamento di merci e di schiavi che dalla Colombia erano destinati al Messico, al Venezuela, all’Ecuador e al Perú per ammazzarsi di lavoro nelle miniere d’oro e d’argento a tutto profitto delle potenze europee. Avevano creato una rete molto ben congegnata con negrieri che intruppavano vittime, uomini e donne, in Tripolitania, Guinea, Congo e Angola, spingendoli, legati due a due, in carovane verso i mercati del litorale dove i bianchi stavano aspettando per imbarcarli verso le Nuove Indie.

Quando Pietro Claver giunse a Cartagena si rese conto subito di questo dramma umano, nel quale era già coinvolto un altro gesuita spagnolo, Alfonso Sandoval. Di quest’ultimo abbiamo uno scritto: «Giungono alle nostre spiagge e sembrano più scheletri che uomini, vengono condotti in un gran piazzale, che si riempie immediatamente di gente, condottavi parte dall’ingordigia, parte dalla curiosità, parte dalla compassione. Tra questi vi sono padri della Compagnia di Gesù, che vengono per soccorrere, confortare o battezzare quelli che stanno per morire». Tra di loro spicca la carità eroica di Pietro Claver.

Pietro non era l’uomo delle denunce e recriminazioni. Altri lo avevano fatto come il P. Sandoval e altri due cappuccini cubani, Josè de Jaca e Epifanio Moirans. Sostenevano con scritti di protesta che la schiavitù africana era ingiusta. A queste recriminazioni il Consiglio di Spagna a sua volta protestò e i padri cappuccini furono scomunicati e fatti tornare in patria; lo stesso P. Sandoval nel 1617 si allontanò nel Perú. Pietro Claver si ritrovò subito solo, ma non si perse d’animo. Nel frattempo aveva portato a termine gli studi per essere ordinato sacerdote nel 1616. Raccolse gli scritti che P. Sandoval aveva lasciato sulla “Salvezza dei neri”, nei quali era contenuto un catechismo e una sua pastorale originale, che Claver seguì e praticò alla lettera.

Ma chi era questo campione della carità verso gli ultimi?

Pietro Claver era nato nel 1580 nei pressi di Barcellona, a Verdú. Era entrato nel noviziato della Compagnia di Gesù a 22 anni. Subito dopo continuò gli studi a Palma di Maiorca, dove ebbe modo di conoscere e di stringere una profonda amicizia spirituale con il fratello portinaio del collegio, sant’Alfonso Rodriguez, uomo di Dio e insignito di doni straordinari. Questi, ormai anziano, con parole profetiche e sguardo luminoso gli ripeteva: «Sì, Pedro, tu andrai nelle Indie e là farai grandi cose per le anime... Io lo so!». Claver non dimenticò mai queste parole. Il giorno della sua professione religiosa scrisse con il suo sangue alcune parole che saranno il tema dominante della sua vita: «Pietro Claver schiavo degli schiavi neri per sempre». E le ha vissute fino in fondo.

Per portare avanti questa sua missione, la sua prima arma era la preghiera e la sua unione con il Cristo che egli amava e serviva in chi era più sfortunato e maltrattato. Poi si era creato una rete di volontari, benefattori e interpreti. Ogni volta che un veliero arrivava a Cartagena, il padre Claver era avvertito da un ragazzo affinché potesse arrivare sul ponte prima dei mercanti con la sua squadra di volontari e interpreti e grande quantità di indumenti puliti, denaro e un volto sorridente per accogliere coloro che avevano viaggiato per settimane in condizioni disumane, legati a gruppi, stivati al buio senz’aria e con pochissimo cibo. Affacciato sulla botola della stiva il padre Claver vede tanti occhi languenti e abbagliati dalla luce improvvisa, li saluta con dolcezza, ben sapendo di dover vincere il terrore e l’umiliazione che hanno subito. Da subito gli interpreti si avvicinano ai vari gruppi di provenienza. Il padre stesso, che ha imparato la lingua angolana, passa tra le file nella nave-prigione graveolente, si interessa di tutti, specie dei ragazzi e dei più giovani. A tutti regala qualcosa secondo il bisogno. Li seguirà anche nella loro destinazione di lavoro, si interesserà dei malati e li istruirà con il catechismo per portarli al Battesimo. Da notare che, avendo visto come questi erano spaventati da quelli che chiamavano “Señor”, quando insegnava le preghiere o parlava di Dio, egli evitava la parola “Signore” o “Señor” perché i poveri schiavi non pensassero: “Anche il Signore Dio ci tratterà come cani?”.

Pur nel ritmo tanto pieno delle attività, la vita interiore di padre Claver era molto intensa, tanto che si può definire «un mistico dinamico». Era guidato da un carisma centrale, quello della dedicazione senza riserve al prossimo, con preferenza, non esclusiva, ai più miserabili. Alcune espressioni sue raccolte da testimoni: «Parlar poco con gli uomini e molto con Dio» — «Vedi Dio in tutti gli uomini e servili come immagine sua» — «Cercare Dio in tutte le cose e lo troveremo sempre al nostro fianco». Da una testimonianza deposta al processo di canonizzazione si legge: «Tutto íl tempo libero dalle confessioni, catechismo e istruzione ai neri, lo dedicava alla preghiera. Molte ore di preghiera notturna».

Molte volte fu incompreso anche dai suoi confratelli. Provò ore di profondo sconforto a causa dell’incomprensione di gente di Chiesa verso il suo impegno. Ebbe superiori difficili. Lo ritenevano di scarsa prudenza ed esagerato nei giudizi, ma poi non potevano negare «la sua buona indole, il suo ottimo progresso spirituale e i suoi ministeri insigni con gli etiopi» (da una lettera che annualmente un superiore invia alla curia generalizia).

Molto penosi furono gli ultimi anni della vita di Pietro Claver. Le sue forze andavano diminuendo e, dopo l’epidemia del 1650, contrasse una malattia che lo paralizzò quasi completamente. Nei quattro anni prima della morte fu confinato in una piccola cella, dimenticato da quasi tutti e trattato duramente. Ma sopportò con vera pazienza e grande forza d’animo ogni prova. Moriva all’alba dell’8 settembre 1654, veniva canonizzato nel 1888 e nel 1896 Papa Leone XIII lo dichiarava patrono universale delle missioni tra i neri.

Troviamo molti punti in comune tra la situazione drammatica degli schiavi neri a cui Pietro Claver si dedicò completamente e il fenomeno degli emigrati dell’inizio del terzo millennio. Per la Chiesa sono stati una sfida gli schiavi neri nelle miniere di oro e argento dell’America del Sud e lo è oggi il dramma degli emigrati in varie zone del mondo. Come lo Spirito Santo ha dato luce e forza ai missionari dei secoli XVI e XVII per affrontare la prima sfida, anche oggi dia luce e forza per far fronte alla seconda, quella degli emigrati, più attuale, ma ugualmente frutto di pianificazioni portate avanti dai potenti della terra.

La situazione della schiavitù dei neri deportati in America, così legata al modo di procedere dei conquistadores delle Nuove Indie, è affrontata per la prima volta nel 1537 da Papa Paolo III che scomunicava tutti coloro che avessero ridotto in schiavitù gli indios o li avessero spogliati dei loro beni. Nel 1639 Papa Urbano VIII, ascoltando le richieste dei gesuiti delle reducciones del Paraguay, ribadiva la scomunica di Paolo III e aggiungeva la stessa pena a chi predicasse che la schiavitù degli indios e dei neri era lecita. In tempi più recenti il dramma dei neri di America è stato affrontato ufficialmente dalla Conferenza di Puebla nel 1979. Qualcosa da allora si è mossa a loro vantaggio, ma non possiamo ancora non considerarli come i più poveri tra i poveri più dimenticati dal sistema geopolitico.

La sfida che veniva dal mondo degli schiavi neri al tempo di Pietro Claver e quella che viene dal dramma degli emigrati rivestono un carattere di necessaria riparazione da parte di un sistema economico che, come ripetutamente ha detto Papa Francesco, crea situazioni di tale povertà che una grande proporzione dell’umanità è resa schiava o è costretta a cercare altrove la possibilità di sopravvivenza, anche a rischio della propria vita. La lista degli interventi di Papa Francesco è così lunga che non possiamo riportarne qui che alcune espressioni più significative: «Mettiamo ponti ai porti», diceva rivolgendosi agli europei. Intervistato in uno dei suoi viaggi e trovandosi di fronte al Marocco, disse: «Non entra nella mia testa veder affogare la gente nel Mediterraneo... Coloro che costruiscono i muri finiranno prigionieri dei muri che hanno costruito». Parlando dei populismi li definisce un inizio delle dittature.

Il grande richiamo di san Pietro Claver ci ricorda che la prassi illuminata della fede cristiana poggia su basi umane molto chiare su cui la grazia ha tutto lo spazio di azione. È imprescindibile la necessità di mettere al centro l’uomo, nero o emigrato che sia, così come egli si presenta, e riconoscere in lui un autentico soggetto di diritti e capace di vivere la fraternità e l’integrazione cristiana.

di Armando Ceccarelli